Michele Camiolo, l’anarchico mite

Michele Camiolo, l’anarchico mite

Camiolo lo incontro nell’agosto del ’63 a Perugia, al Seminario internazionale sulle tecniche della nonviolenza.

Lo ritrovo poi in numerose occasioni. È uno dei milanesi, con Franco Fornari (straordinario psicoanalista e affascinante conversatore, che non ho più incontrato), Aldo Putelli (riferimento italiano della War Resisters’ International), Piero Stoppani (un libertario che è nel primo Gruppo di Azione Nonviolenta).

Non so nulla di Michele Camiolo (Michelino) se non che è orgogliosamente anarchico. Cerca di convincerlo Ettore Nobilini, medico nonviolento e filantropo. A Orzinuovi gli hanno intestato una via. “Caro tu non sei anarchico. Il potere occorre. Solo bisogna che sia condiviso. Come dice Capitini: il potere è di tutti. Tu sei pantarchico!”. Camiolo, non l’ho mai chiamato Michele, è pensoso e ripete “Pantarchico, pantarchico, pantarchico…”. Sbotta: “No, non sono pantarchico. Sono anarchico!”.

Ha una ventina di anni più di me. Alle manifestazioni del GAN a Milano e dintorni è presente e diffonde il nostro materiale, assieme a quello di un gruppo locale. Saprò, non da lui, ma da un articolo di Capitini su Azione nonviolenta in memoria di Artorige Daloli, di questo “Gruppo anarchico milanese della nonviolenza”. È stato fondato appunto da Daloli e Camiolo alla fine degli anni Cinquanta. Daloli, dieci anni più di Camiolo, muore nell’ottobre del ’64. Non ricordo di averlo incontrato. Un nipote tiene viva la memoria di una vita esemplare, ricca di impegno per l’anarchia e la nonviolenza.

A Milano, dicembre del ’64, disobbediamo al divieto e decidiamo di tenere la nostra piccola manifestazione per l’obiezione di coscienza. Ne avvertiamo la questura spiegando le nostre ragioni. Siamo dunque a Milano il giorno prima per concordare l’esatto da farsi. Tra chi ci può ospitare è fatto il nome di Pino, Giuseppe Pinelli, ben conosciuto sia da Camiolo che da Stoppani. A me, allora, il nome non dice nulla. Non ce n’è comunque bisogno. Siamo ospitati da persone già in contatto con noi. Io sono dall’indimenticabile Giuseppe Gozzini, obiettore.

Sono certo fosse il 6 dicembre, ma ricordo i funzionari della questura, dove ci conducono e ci interrogano, lamentare “Proprio il giorno di Sant’Ambrogio”, che è invece il 7. Il 6 è domenica e forse roviniamo il ponte con l’8 dicembre. Sono gentili e anche solerti nell’invitarci in questura e negli interrogatori. Molto curiosi di questo misterioso GAN e della sua consistenza. Siamo in quattro impegnati nell’azione: tre di Ferrara e una di Milano, con i nostri bellissimi cartelli, che ci sequestrano. Torniamo in piazza del duomo dove ci attende una sorpresa, preparata dall’ottimo Piero Pinna.

Abbiamo deciso che quattro si sarebbero fatti fermare e processare. Ci interessa affermare il diritto ad esprimere pacificamente il nostro pensiero. Abbiamo fin lì accettato immotivati divieti. Quattro per un processo esemplare possono bastare. Mentre siamo in questura il nostro posto è preso da altri compagni di Ferrara e Milano. Secondo le previsioni hanno invece il solo compito di distribuire manifestini che illustrano l’iniziativa e stigmatizzano il divieto poliziesco. Li ha convinti facilmente Piero. Il nostro fermo non è stato visto da nessuno. Mattina presto e anche un po’ nebbiosa.

Alle mie rimostranze – l’intervento è stato sgarbato e perfino violento nei confronti di un amico caro – Piero risponde mostrando che gente si è raccolta e abbiamo diffuso tutti i volantini e ancora diamo spiegazioni. “Tu mi hai raccomandato di non espormi e, come vedi, sono qui”. Camiolo consola una giovane venuta con noi al seguito del marito, quasi in gita, sposatasi da pochissimo. È preoccupata perché da tempo sono stati condotti via. “È così, a quest’ora rastrellano le prostitute e c‘è da fare per l’identificazione”. Mariuccia scoppia in un pianto dirotto. La giornata e anche il successivo processo finiscono bene.

Vedo Camiolo un altro paio di volte negli anni successivi. Ci mostra la sua tecnica alternativa di resistenza passiva. Non sempre poliziotti e carabinieri ti portano via riguardosamente “all’inglese”. C’è il rischio di essere malamente trascinato. Si accuccia, punta forte i piedi, stende le braccia e si lascia trainare. Perdo le sue tracce. Ho una vaga notizia di un suo sciopero della fame, sui gradini del palazzo di giustizia, nell’autunno del ‘69 in solidarietà a compagni anarchici arrestati per attentati della primavera. Difesi dall’avvocato Boneschi sono tutti assolti. Il suo pubblico digiuno ha, a Milano, attenzione e vasta eco. È in prima linea al funerale dell’amico e compagno Pinelli.

Vengo a sapere, con anni di ritardo, della sua morte a Milano il 2 dicembre 1996, all’età di 75 anni. La stessa “Umanità Nova” ne dà notizia solo il 13 luglio 2003. Apprendo così pure del suo lavoro in un ospedale geriatrico, del suo impegno sindacale, delle sue proposte innovative di cura a domicilio degli anziani. Il ricordo del compagno siciliano fattosi milanese si fa anche più affettuoso.

(Nell’immagine, tratta da Rivista anarchica online, Michele Camiolo al centro, a sinistra l’avvocato Luca Boneschi).

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