Senza coscienza. 75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki siamo ancora dentro al male assoluto

Senza coscienza. 75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki siamo ancora dentro al male assoluto

Su uno dei ponti di Hiroshima c’è un uomo che canta e pizzica le corde di uno strumento. Guardatelo. Dove vi aspettate di trovare il volto, non troverete il volto, ma una cortina: perché non ha più volto. Dove vi aspettate di trovare la mano, non troverete una mano, ma un artiglio d’acciaio: perché non ha più mano. Finché non riusciremo a raggiungere lo scopo per cui ci siamo radunati qui, e non avremo esorcizzato il pericolo che, alla sua prima manifestazione ha portato via duecentomila uomini, quell’automa sarà su quel ponte e canterà la sua canzone. E finché sarà su quel ponte, sarà su tutti i ponti che conducono al nostro futuro comune. Come atto d’accusa, e come messaggero. Riscattiamo quell’uomo dal suo ufficio. Facciamo quanto occorre perché sia possibile dirgli: “Non sei più necessario: puoi lasciare il tuo posto” (Günther Anders. Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasak. 1961)

Lo scorso 23 gennaio – prima che la pandemia da covid-19 esplodesse nella dimensione planetaria che conosciamo – gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientist portavano a soli 100 secondi dalla mezzanotte nucleare le lancette dell’”Orologio dell’apocalisse” che dal 1947 indicano metaforicamente quanto “tempo” ci distanzia dall’estinzione: mai le lancette sono state così vicine a indicare la catastrofe, neanche nel momento più pericoloso della “corsa agli armamenti” propriamente detta. A 75 anni dalla distruzione di Hiroshima e Nagasaki, l’umanità è ancora sotto scacco di circa 14.000 testate nucleari, enormemente più potenti di quelle che gli USA scaricarono sulle due città giapponesi, provocando oltre duecentomila morti, non per vincere una guerra il cui destino – dopo la resa della Germania nazista – era ormai segnato, ma per posizionarsi geo-strategicamente come potenza nucleare nel dopo guerra, come gli storici hanno ormai ampiamente dimostrato.

Il 6 e il 9 agosto di 75 anni fa fu commesso un vero e proprio crimine contro l’umanità, che ha spalancato per sempre le porte dell’inferno atomico, che solo per caso (o per miracolo) non ha ancora cancellato gli esseri viventi dalla faccia della terra, come dimostra – per esempio – la vicenda, ancora troppo poco nota, della disobbedienza ai protocolli atomici da parte del tenente colonnello sovietico Stanislav Petrov, l’uomo che – mettendo da parte la disciplina militare – impedì lo scoppio di una guerra nucleare nella notte del 26 settembre del 1983, interrompendo gli automatismi della follia (come ho raccontato qui ). E finendo dimenticato.

“Se non bastasse – scrive il fisico Angelo Baracca su Left n. 31/2020 – il presidente USA, Donald Trump, ha smantellato pezzo per pezzo il pur carente regime di non proliferazione. Trump ha quindi incentivato progetti di nuove mini-testate nucleari le quali dietro un’illusione di poter condurre una guerra nucleare limitata ne aggravano a dismisura il rischio. Oggi questo rischio è più alto che in tutti i 75 anni passati. Che si tratti di attacchi deliberati o per errore.” Anche per questo gli sforzi della società civile internazionale stanno cercando faticosamente di richiudere quelle porte dell’inferno “criminali e immorali” – come ha definito papa Francesco, nella sua visita a Hiroshima, non solo l’uso ma anche “il possesso delle armi atomiche” – attraverso la Campagna per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN) che ha portato prima al voto alle Nazioni Unite, il 7 luglio del 2017, il Trattato internazionale di proibizione delle armi nucleari e poi alla consegna del Premio Nobel per la Pace alla stessa Campagna internazionale.

Le armi nucleari presenti oggi sul pianeta sono possedute da nove Stati, anche se il 90% sono russe e statunitensi, ma per entrare in vigore ed essere vincolante sul piano giuridico internazionale il Trattato ONU dev’essere ratificato da almeno 50 Stati: ad oggi è stato sottoscritto da 40 Paesi e nessuno di essi è una potenza nucleare. Anche l’Italia – nel cui territorio sono presenti una settantina di testate nucleari americane nei siti di Aviano e di Brescia, che fanno del nostro Paese un primario bersaglio atomico – non ha ancora ne discusso ne ratificato il Trattato, nonostante la campagna italiana a cura di Rete Italiana Disarmo e Senzatomica. Del resto il disarmo non è nell’agenda della politica, anzi il nostro Paese continua a dotarsi di cacciabombardieri F35 capaci di trasportare anche armi nucleari. Ossia, il male assoluto.

“Attraverso la nostra agonia e il nostro puro desiderio di sopravvivenza, di ricostruire le nostre vite dalle ceneri, noi hibakusha abbiamo compreso che la nostra missione è avvertire il mondo del pericolo di queste armi apocalittiche – ha detto Setsuko Thurlow, hibakusha, cioè sopravvissuta ai bombardamenti atomici alla consegna del Premio Nobel alla Campagna ICAN – C’è però chi ancora si rifiuta di considerare quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki un’atrocità, un crimine di guerra. C’è chi ancora crede alla visione propagandistica delle “buone bombe” che hanno messo fine a una “guerra giusta”. Sono miti come questi che hanno portato a una disastrosa corsa agli armamenti – una corsa che continua ancora oggi. Nove nazioni minacciano ancora oggi di incenerire intere città, distruggere la vita sulla terra, rendere il nostro bellissimo mondo inospitale per le generazioni future. Lo sviluppo di armi nucleari non rappresenta l’ascesa di un paese verso la grandezza, ma la sua discesa nei recessi più bui della depravazione. Queste armi non costituiscono un male necessario: esse rappresentano il male assoluto”

Eppure, 75 anni dopo, ne siamo ancora pienamente dentro. Senza la coscienza di esserci.

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