• 5 Luglio 2022 2:54

Praticare la democrazia per migliorarla

DiDaniele Lugli

Giu 13, 2022

“La felicità negata”, scrive Domenico De Masi. Senza felicità non c’è progresso. Non si può essere felici in un mondo segnato da grandi e crescenti diseguaglianze. È l’esito voluto di una politica economica basata su egoismo e concorrenza.

L’adozione universale del modello neppure ha impedito le guerre, come promesso, sostituite dalla competizione economica. Per questo ci troviamo nella terza guerra mondiale combattuta a pezzi

Ce ne accorgiamo quando ne siamo sfiorati o, come ora, pesantemente coinvolti.

Non di questo si occupa il saggio che ricostruisce la marcia trionfale del pensiero neoliberista a partire dalla Scuola di Vienna. Nessuna crisi pare scalfire il dominio di una teoria sviluppata da ricchi geniali perché i ricchi diventino sempre più ricchi. Così infatti avviene. Anche nel decennio 2008 – 2018 mentre crescono i poveri crescono i ricchi e i loro patrimoni. Anche la pandemia è occasione di guadagni stratosferici. Né la “sinistra” (partiti, sindacati) sembra proporre un’alternativa a questa politica economica, se non qualche attenzione affinché non si infierisca ulteriormente sui più deboli. Neppure si verifica lo sgocciolamento di ricchezza dai bicchieri strapieni dei ricchi verso quelli sottostanti. Anzi il movimento è inverso.

L’appello di Marx – unitevi! – rivolto ai proletari è stato accolto dai padroni, vincitori indiscutibili della lotta di classe. Secondo De Masi alla Scuola di Vienna un’altra scuola si è per tempo opposta: la Scuola di Francoforte. Le sue lezioni e suggestioni non sono state comprese e seguite da chi si è assunto il compito di organizzare e rappresentare i lavoratori e gli sfruttati tutti. Così il Paese guida del nuovo ordine ha potuto dedicarsi a “sparigliare”, favorendo democrazia dove c’è dittatura e dittatura dove c’è democrazia, riuscendo meglio nella seconda versione. L’esempio del Cile è in particolare riportato, con la responsabilità dei Chicago Boys e della CIA alleati di Pinochet. Non so se le riflessioni della scuola critica avrebbero potuto essere di qualche giovamento. Certo non sono state utilizzate. Una ragione della loro minore incidenza è, secondo l’autore, la medesima che fa sfuggire la volpe al cane. La volpe corre in proprio, il cane per conto di altri. Così tutti i “von” dei circoli viennesi studiano e si battono per mantenere e incrementare i loro privilegi. I francofortesi, pure privilegiati, studiano e si battono – questo molto meno – per chi privilegiato non è.

Mi è piaciuto rileggere di autori che ho molto letto e amato in passato. Per me è pure forte la presenza, dovrei dire compresenza, dell’amico e maestro che me li ha consigliati e aiutato a capirne anche testi non semplici. Già solo per il racconto delle due scuole il saggio di De Masi, che contiene anche altro, merita lettura. La vittoria della Scuola di Vienna potrebbe non essere definitiva. Un diverso risultato è comunque lontano. L’autore è convinto che né lui, né il più giovane dei suoi lettori potranno vederlo. Il suo ottimismo è dunque abbastanza moderato. Quanto al progresso non mi spiace vederlo collegato alla felicità generale piuttosto che all’arricchimento di pochi. I nostri straricchi sono, è vero, meglio degli oligarchi, brutali e di gusti volgari. Questi hanno una regola negli acquisti: la stessa di “soreta” nella canzone di Carosone, “Ch’ella ca costa ‘e cchiu'”. I nostri magnati sono più raffinati. Anche i nostri regimi pur imperfetti sono di gran lunga migliori di quelli che si contrappongono. Sappiamo però che il solo modo di difendere la democrazia consiste nel praticarla e migliorarla. Ecco perché non possiamo accontentarci e non ci basta e non ci dà piacere sapere che la maggioranza dell’umanità sta peggio. La borghesia ha avuto economisti meno feroci e, forse, più lungimiranti. Secondo Keynes “l’amore per il denaro come possesso è una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”. È questa affezione che impedisce di comprendere la semplice constatazione di Papa Francesco: “Il sudario non ha tasche”.

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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