Quel che conta è il pensiero

Quel che conta è il pensiero

Non so il perché, ma una sera sono andato al cinema senza rendermi conto veramente di quello che stavo andando a vedere.

Ciò che mi ha stuzzicato è che: 1. sono artisti giovani; 2. è una produzione se non di Faenza, di poco lontano; 3. la parola indipendente – anche quando applicata al cinema – mi stimola sempre assai!

Ma forse semplicemente avevo voglia di uscire e basta e i rimbalzi ripetuti sui social avevano reso alta la mia attenzione sull’avvenimento…

In una piovosa serata novembrina arrivo con la mia biciclettina che tutto farebbe presagire all’infuori di un’uscita al cinema.

Riparo la bicicletta in un voltone e faccio gli ultimi metri a piedi mentre una coppietta giovanissima mi chiede dov’è il cinema…

Ignorante come una capra mi avvio al botteghino senza farmi sfuggire l’occasione di un placcaggio al gestore del cinema per avere qualche notizia in più: poche ma buone!

Mi rassicura sul film indipendente e poi mi dice che i ragazzi sono di Forlì.

Quest’ultima notizia è però un colpo secco che non mi aspettavo: ma proprio tutti-tutti-tutti sono di Forlì?

E mentre entro in sala penso: ma cosa potrà venire di buono da Forlì?

Sedute davanti a me stanno due donne di una certa età: una parla a voce alta e redarguisce l’amica che ha invece una vocina flebile:

Io sono giunta a quest’età pensando che è meglio stare da soli perché se devo avere a che fare con della gente che mi fa del male…”

Dopo un’accesa discussione sul tema della solitudine e delle cattive compagnie, sembra che le due donne si accordino sul fatto che è giusto che ognuno la pensi come vuole.

Luca Zambianchi, che l’ha scritto, diretto e prodotto, introduce Quel che conta è il pensiero, sua Opera Prima.

Ringrazia tutti della partecipazione facendoci sentire un po’ degli eroi: di gente ce n’è un po’ pochina, ma lui non se ne cura affatto e poi è già stato a Forlì, Forlimpopoli…e invece di proseguire per le altre città della Via Emilia ha deviato per Venezia…

Luca è molto sicuro di sé, da l’impressione di essere un regista affermato e certamente non sembra uno che ha poco meno di trent’anni.

La sua ironia pervade tutta la sala mentre tratteggia “il film più indipendente che c’è” e con il più basso budget della storia del cinema.

Difatti sono state reclutate: mamma, papà, amici e parenti e, come dice lui nei titoli di coda, – i più corti della storia del cinema – anche gli pseudonimi fanno bello sfoggio di sé.

Se li contassimo tutti, quelli presenti in sala, potremmo dire che di amici e parenti ce ne sono un sacco.

Avrete capito che un senso di ilarità prende tutti noi fin dalle prime battute del film per i dialoghi assurdi e surreali di un cinema “fatto in casa”.

Non è un film comico, ma è come se lo fosse!

Vale la pena spiegare la trama del film tratta dal loro sito:

Giovanni e Michele sono alla ricerca di un terzo coinquilino per il loro appartamento per studenti. Giovanni, anziché preparare gli esami di Medicina, lavora alla messa in scena del proprio spettacolo amatoriale “La Lavanderia di Freud”; mentre Michele, ottimista fuoricorso, rimbalza di festa in festa e di ragazza in ragazza.

Complice la diffidenza di Giovanni, la ricerca del nuovo coinquilino sembra aver poco successo – finché un giorno, senza preavviso, Asia si presenta alla porta.

Tra esami rimandati, discussioni ambiziose, incurabili malinconie e un po’ troppi caffè, Giovanni, Asia e Michele incedono verso un futuro incerto nelle file di una generazione perennemente in crisi, in attesa di uno slancio che sembra sfociare regolarmente nell’(auto)ironia.”

A luci spente, guardando “Quel che conta è il pensiero” dopo un po’ sento una delle due persone davanti a me – quelle che prima colloquiavano molto vivacemente – russare un po’.

Guardo se l’amica la scrolla, ma nulla e vedo attorno se qualcuno se n’è accorto, ma siamo a debita distanza dagli altri… Ad ogni modo dopo un po’ smette…

Al momento dell’accensione delle luci in sala, il regista Luca Zambianchi dice che crede di non avere fatto addormentare nessuno.

La parte luciferina di me vorrebbe indicare la signora e già mi vedo con i due indici che segnano la signora, ma mi trattengo per fortuna ridendo fra me e me.

Luca ha il grande pregio di non prendersi troppo sul serio e la sua autoironia è dirompente, perché con i presupposti organizzativi del film che ci elenca mi verrebbe da deprimermi e provare una certa compassione per lui.

Invece gli 88 minuti di film si traducono in un’unica narrazione, a cui partecipano il pubblico presente in sala, gli artisti e la proiezione stessa, in questo clima surreale e ironico che ha trasmesso a noi spettatori.

Si instaura un clima di famigliarità in cui pare che si possa dire tutto al factotum Luca Zambianchi – citando le due persone e mezzo che gestiscono (low budget) tutti gli aspetti organizzativi – e ai due attori che gli si affiancano, i quali sembrano titubanti e quasi fuori luogo come se fossero ancora dentro al film.

Luca Zambianchi non ha paura di nulla e incassa con grande maestria le domande e le riflessioni del pubblico, anch’esse surreali.

Ma alla fine, a sorpresa, è unanime il consenso di tutti noi a un film che si fa fatica a capire perché parla delle inquietudini dei giovani il cui linguaggio a noi adulti risulta oscuro.

Più ci penso e più mi rendo conto di avere vissuto una serata straordinaria!

Attenzione, il nuovo Nanni Moretti è arrivato!!!

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