• 30 Novembre 2022 19:28

Salvatore Biasco

DiDaniele Lugli

Ott 3, 2022

Apprendo della morte, il 6 settembre, di Salvatore Biasco, dall’addio che l’amico Michele Salvati gli rivolge in apertura di una città. Leggo di molte, meritate, eulogie, a partire da quelle di Giuliano Amato, Vincenzo Visco e Walter Tocci, il 9 settembre alla Facoltà Teologica Valdese. Io ho il ricordo di un bell’incontro con lui e di una breve, intensa, frequentazione. C’entrano i valdesi anche allora. Sono passati cinquant’anni. Ci eravamo detti di rivederci. È successo. Giusto tre anni fa.

Il primo incontro è ad Agape, frazione di Prali, a 1.600 metri di altezza. È un centro ecumenico valdese, frutto anche del lavoro volontario nel dopoguerra. Vi si svolgono interessanti campi estivi. Su segnalazione di Mario Miegge, preside del Magistero di Ferrara (poi Lettere e Filosofia), caro amico e compagno, vado a un campo nell’estate del 1971. Sono anni nei quali la sinistra c’è ancora. Appare divisa tra riformisti e rivoluzionari. Si distinguono facilmente: i riformisti sono quelli che non fanno le riforme, i rivoluzionari quelli che non fanno la rivoluzione.

Ad Agape non c’è da confondersi. Qui sono tutti rivoluzionari. Provengono dall’arcipelago extraparlamentare. A sigle note si affiancano gruppi e gruppetti, collettivi e comuni, a me del tutto ignoti. Il dibattito mi pare sia sul rapporto scuola, lavoro, capitale. Sul primo numero di Inchiesta Miegge ha scritto “Sviluppo capitalistico e scuola lunga”. Questo campo ha in quel testo un riferimento necessario. Tra gli intervenuti sono forti le differenze di analisi e di proposta. Tutti sembrano convinti della crisi strutturale del capitalismo. Dissentono su quale e dove sia il punto di rottura, se sia presente o almeno in arrivo…

Io faccio l’assessore alla Pubblica Istruzione a Ferrara. Una mia relazione complessiva sulla scuola ferrarese non sarà mai portata in consiglio. I colleghi socialisti e comunisti esprimono molto apprezzamento, ma c’è sempre qualcosa da correggere. Sono di un partito che si considera di sinistra, più di quelli socialista e comunista (non ci vuole molto) e si ritiene impegnato in un profondo cambiamento. Non sa che l’anno dopo diverrà PSIUP, nel senso di Partito Scomparso In Un Pomeriggio. Sono in un posto giusto dove la parola Riforma non significa irrilevante riformismo o velleitario rivoluzionarismo. Prima del nostro campo c’è stato quello dei cadetti (adolescenti valdesi). Residuano delle scritte, che fanno intuire orientamenti radicali: Müntzer, Marx, Mao Tse Tung e anche Müntzer a Lutero gli fa un culo così.

Tra i tanti interviene un giovane, sapiente e gentile di un gruppo romano. Non ne ricordo la sigla. C’era, credo, l’aggettivo operaio o operaia, allora piuttosto diffuso. È Salvatore Biasco. Parla in modo pacato e suadente. Insegna a Modena. Ha un incarico all’Università. Penso che è vicino e potrò andare a trovarlo. Ch’è romano si avverte. Ci calca nel dirci: “Poi c’ho studiato a Cambridge, nun so si se sente dall’accento?!”. A margine del dibattito mi dice dei suoi trascorsi bassiani nel Psi. Forse l’ha lasciato prima di me, con la scissione dello Psiup. Io sono lombardiano. Sono uscito per l’unificazione Psi-Psdi, Abbiamo in comune l’apprezzamento di Foa. Apprezza pure la sinistra laburista inglese. In quegli anni mi riprometto di studiare economia, uno dei miei amori non corrisposti. Con amici ho fatto un’attenta lettura de Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy sotto la guida di Fabrizio Galimberti, allora a Ferrara. Seguirò pure un seminario di Fernando Vianello, collega di Biasco a Modena. Lo dedica agli eredi dello Psiup (Pdup) in procinto di unificarsi con Il Manifesto.

Ogni tanto leggo il nome di Biasco. Fa carriera accademica. È un economista apprezzato. A un certo punto è anche parlamentare nella legislatura 1996-2001, nella quale si susseguono come Presidenti del Consiglio Amato, D’Alema, Prodi. Dopo quasi cinquant’anni leggo un suo articolo su una città. La leggo sempre. È piaciuta a Langer. Piace pure a me, anche se avverto che quando c’è la guerra tende a mettersi l’elmetto. È dedicato alla scissione di Renzi. Dice un paio di cose che, se fossero state tenute presenti, non saremmo nella disastrosa situazione attuale. “L’importante è che la competizione non sia tra nemici irriducibili, ma avvenga nella consapevolezza che di fronte all’elettorato (in caso di legge maggioritaria) o a un’esperienza di governo l’avversario è la destra ed è necessaria una convergenza e un punto di incontro, un dialogo non chiuso”. C’è poi pure un auspicio al quale mi assocerei volentieri se servisse. “Gli eventi sono forieri di una storia feconda se il Pd ne traesse le conseguenze. Oggi ha la grande opportunità di ridefinire la sua identità, teoria, visione, riferimenti sociali, uscendo da quella indeterminatezza che lo rende minoritaria e subalterna testimonianza non si sa di cosa. Oggi ha l’opportunità di porsi in una prospettiva allo stesso tempo di responsabilità e di utopia, nel solco della migliore storia del socialismo democratico. Quella, cioè, in rottura esplicita col neoliberismo e volta a portare masse di persone che vivono in modo differente il disagio di questa società a essere forza di governo, superando il ribellismo ed elevandosi a protagoniste consapevoli del proprio destino”.

L’articolo è sul numero dell’ottobre del 2019. Lo stesso mese lo incontro di persona. A Forlì, dal 23 al 26, c’è il Festival di Storia del Novecento, “La socialdemocrazia è morta? Democrazia, welfare, lavoro”. Salvatore Biasco ne discute con l’amico e interlocutore di sempre, Michele Salvati. Gli parlo. Ricordiamo Agape. Ci ripromettiamo di tenerci in contatto. C’è effettivamente uno scambio di email. “Caro Daniele, che nostalgia ricordare Agape. Addirittura sono più di 50 anni! Ti ringrazio molto per le parole di stima e mi piace sentirti ancora impegnato e in prima linea per battaglie sacrosante. Che fai ora? Conosco poco Azione nonviolenta, mi piacerebbe saperne di più. Suppongo che tu sia in pensione come me. Io scrivo qua e là e mantengo in vita un network di persone che vogliono pensare la politica da un punto di vista critico. Il momento è quello che è. La sinistra è in un punto molto basso di elaborazione, prospettive, progetti, radicamento. Difficile essere ottimisti. Teniamoci in contatto”.

Mi passa documenti ai quali sta, con altri, lavorando. Salvo esprimergli sincero apprezzamento, non riesco a dare alcun contributo. Lo faccio un po’ circolare senza particolari riscontri. Salvatore me ne ringrazia. “Grazie Daniele, mi fa piacere se circola. È un lavoro di Sisifo veicolare qualche idea nella sinistra, come sai bene. Piacere di ritrovarti e saperti attivo. Un carissimo saluto”. Chi volesse farsene un’idea può leggere qui.

Guardo il suo blog, la sua pagina facebook, leggo sue interviste su una città. Penso di scrivergli, prima o poi. Naturalmente non lo faccio. In un libro ha raccolto le riflessioni degli ultimi anni, Le ragioni per un ritorno alla socialdemocrazia. Non posso più invitarlo a presentarlo. Posso però leggerlo e consigliarlo, certo che non mancheranno i motivi di interesse.

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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