Si vive per ciò che si dona

Si vive per ciò che si dona

Domenica mattina, Festa della mamma. Tra poche ore atterra in Italia Silvia Romano e tutti, credo, la stiamo aspettando. Quando queste righe saranno pubblicate ne sapremo di più, ce l’avranno mostrata, probabilmente avrà rilasciato dichiarazioni e interviste.

In queste ore di attesa abbiamo la sua gioia di vivere che ci contagia da ogni fotografia. Il titolo di questi appunti è una sua frase, un condensato di maternità allo stato puro come la sua scelta di lavorare in un orfanotrofio keniota, indipendentemente dai suoi 24 anni e dal fatto di non avere bambini.

Mi ritrovo a collezionare ritagli su questa Festa e a celebrare donne speciali. Alcune le conosco. È un’amica Patrizia Ghiani che lavora per il Gruppo Abele a Torino nel Progetto Mamma+, nato a fine anni Novanta insieme agli ospedali Sant’Anna e Regina Margherita del capoluogo piemontese, per assistere mamme sieropositive in un tempo in cui l’aids era una peste molto discussa e spaventosa. Lo è di meno oggi e non per il covid19, i media hanno le loro mode, l’hiv gira lo stesso. Per fortuna ci sono farmaci che consentono di controllarlo e, per le donne in gravidanza, riducono drasticamente il rischio di trasmettere al feto l’infezione. A Mamma+ arrivano donne in buona parte tossicodipendenti o vittime di tratta, sole, fragili, traumatizzate, con difficoltà non soltanto sanitarie. Per questo medici e educatori lavorano insieme, le aiutano a raggiungere un equilibrio migliore per sé e per il bimbo che verrà.

Da qualche mese un altro virus ci spaventa e tante donne sono diventate madri in una inedita solitudine. Ad una che conosco mando un pensiero speciale. Fuori da ogni retorica Patrizia Ghiani scrive: “Diventare madre è un evento straordinario ma anche traumatico, sempre, perché rappresenta un cambiamento profondo per ogni donna. Ma diventare madre quando stai vivendo un momento difficile perché temi per la tua salute e per quella di tuo figlio, oppure perché il tuo compagno ti ha lasciata, o perché arrivi da lontano e ti trovi in un paese straniero; perché stai per perdere la casa, perché sai di non poter contare sulla vicinanza della tua famiglia, delle tue amiche, è una condizione molto, molto delicata e non può essere ignorata”.
Sono genitori eccezionali
Mama Bruna e Baba Lucio. Hanno tre figlie, tre ragazze conosciute in Tanzania dove hanno vissuto per diversi anni dando vita a un centro per bambini disabili. Tra i tanti che hanno curato, tre sono rimaste con loro. Le più sole, quelle che senza di loro non avrebbero avuto possibilità, né cure adeguate. L’ultima della covata è Ageni, 25 anni, orfana di entrambi i genitori dall’età di 8 anni. La tbc contratta in tenera età l’ha costretta su una carrozzina. Per non spegnere il suo desiderio di imparare la nonna l’ha affidata a Bruna e Lucio che le hanno permesso di diplomarsi in Tanzania dove, per una ragazzina disabile, a scuola è difficile anche solo andarci ogni giorno. In seguito la famiglia si è trasferita a Bologna e in aprile Ageni, attraverso lo schermo come tutti i suoi compagni, ha discusso la tesi di laurea nel corso di “Tecniche di laboratorio biomediche”. Un traguardo difficilissimo per una ragazza con le sue caratteristiche, raggiunto con impegno, testardaggine e desiderio, ma impossibile senza una mamma e un papà come Bruna e Lucio.

L’ultima storia è stata per me una bella sorpresa. Solo quest’anno ho scoperto che la “Proclamazione della festa della mamma” di Julia Ward Howe, nel 1870, nasce in realtà come chiamata alla pace. Un “Appello alla femminilità in tutto il mondo”, affinché tutte le donne si unissero contro la guerra civile americana e la guerra franco-prussiana.

Di Julia Ward Howe ho letto in rete profili emozionanti. Una donna colta, vivace, impegnata socialmente e politicamente, che pubblica raccolte di poesie all’insaputa del marito. Lui è un facoltoso banchiere poco soddisfatto dal fatto di avere accanto una moglie che emerge per le proprie qualità, scrive poesie in cui si lamenta del matrimonio e disserta su quale debba essere il ruolo della donna in famiglia e nel mondo. I due finiranno per separarsi e Julia continuerà ad organizzare gruppi e a scrivere. La sua proposta di istituire la “Festa della mamma per la pace” il 2 giugno di ogni anno non venne accolta, ci pensa 36 anni più tardi Anna Jarvis, probabilmente ispirata dal lavoro della madre insieme alla Howe.

Il significato della festa come oggi la conosciamo ha perso l’anelito iniziale e si esaurisce in famiglia. Non dimentichiamo, però, Julia Ward Howe e il suo “Appello alla femminilità in tutto il mondo” (trad. di chi scrive).

Ancora una volta, agli occhi del mondo cristiano, l’abilità e il potere di due grandi nazioni si sono esauriti nell’assassinio reciproco. Ancora una volta le sacre questioni della giustizia internazionale sono state delegate alla fatale mediazione delle armi. In questo giorno di progresso, in questo secolo di luce, all’ambizione dei sovrani è stato permesso di barattare i cari interessi della vita domestica con lo spargimento di sangue del campo di battaglia. Così hanno fatto gli uomini. Così gli uomini faranno. Ma le donne non hanno più bisogno di diventare complici di atti che riempiono il mondo di dolore e orrore. Al di là delle gerarchie basate sulla forza fisica, la madre ha una parola sacra e dominante da dire ai figli che devono la vita alla sua sofferenza. Quella parola dovrebbe ora essere ascoltata e trovare risposta come mai prima.

Sorgano dunque le donne cristiane di oggi! Sorgano, tutte le donne che hanno un cuore, che tu sia stata battezzata con l’acqua o con le lacrime! Di’ con fermezza: non faremo nostre le grandi domande decise da agenzie irrilevanti. I nostri mariti non verranno da noi, puzzando di carneficina, per ricevere carezze e applausi. I nostri figli non devono essere portati via da noi per disimparare tutto ciò che siamo stati in grado di insegnare loro in termini di carità, misericordia e pazienza. Noi, donne di questo paese, saremo così tenere verso le donne degli altri paesi, da non consentire che i nostri figli siano addestrati a ferire i loro. Dal seno della terra devastata, una voce si innalza insieme alla nostra voce. Essa dice: disarmo, disarmo! La spada dell’omicidio non è la bilancia della giustizia. Il sangue non cancella il disonore, né la violenza rivendica il possesso. Poiché gli uomini hanno spesso abbandonato l’aratro e l’incudine chiamati per la guerra, lasciate che ora le donne lascino tutto ciò che è nelle loro case per un grande, ardente giorno di riconciliazione.

Lasciate che prima si incontrino, come donne, per piangere e commemorare i morti. Lasciate allora che solennemente si accordino l’una con l’altra riguardo ai mezzi con cui la grande famiglia umana può vivere in pace, tutti gli uomini come fratelli, ciascuno portando con sé la propria impronta sacra, non di Cesare, ma da Dio.

In nome della femminilità e dell’umanità, chiedo ardentemente che un congresso generale delle donne, senza limiti di nazionalità, possa essere nominato e tenuto al più presto, nel luogo più conveniente, in coerenza con i suoi contenuti per promuovere l’alleanza tra le diverse nazionalità, la composizione amichevole dei conflitti internazionali, i grandi e generali interessi della pace.

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