Una vecchia foto tra le mani

Una vecchia foto tra le mani

Quante cose ci sono in una vecchia foto. Mi è ricapitata in questi giorni tra le mani. Non mi pare possibile che un tempo – non così lontano direi – guardandola ricordassi tutti e di molti sapessi cosa avevano fatto poi.

Ora con sicurezza riconosco solo il Maestro Antonio Petrocchi, Giampaolo Balboni, Vittorio Colamussi e me. Anno scolastico 1950/1951, quarta elementare. Siamo addossati al muro della scuola G.B. Guarini, in via Bellaria a Ferrara. Di Guarini allora nulla sapevo e poco so ora. Un vago ricordo scolastico del “Pastor fido”, di un autore già professore di retorica e poetica nell’Archiginnasio, divenuto il più importante alla corte Estense, con Tasso recluso al S. Anna. Forse è stato rappresentato – sempre anni Cinquanta, ma un po’ dopo – al Teatro di verzura, dentro al Palazzo dei Diamanti, voluto dall’infaticabile senatore Roffi. Ricordo “L’Aminta”. Del “Pastor fido” non sono sicuro.

Via Bellaria: buon nome augurale per Ferrara dove l’aria non è granché. Torno dopo un soggiorno montano di un anno e mezzo, per consentire proprio aria migliore ai miei polmoni. Nome incoraggiante anche visto che unisce via Mortara – nome appropriato: dalla Giovecca porta al vecchio lazzaretto, all’incrocio con via Porta Mare – e via Montebello – prima era via Santo Spirito, ridenominata dal Comune nel 1860, a celebrazione delle vittoria di Montebello – che, superata Via Porta Mare, con il nome di via delle Vigne porta al cimitero ebraico.

Abito allora non lontano da lì, dall’altra parte della Giovecca. Sto vicino anche adesso, in via Mortara. Alla scuola vado a votare. È una scuola pubblica, un edificio grande con le sue belle entrate separate: Maschi e Femmine. Adesso le entrate immettono l’una alla scuola materna, l’altra alla primaria.

Il mio percorso scolastico è un po’ particolare: materna – allora si dice asilo, grembiulino bianco – prima e seconda elementare – grembiulino nero – dalle suore del Sacro Cuore, vicinissime a casa. Imparato a leggere, nelle vacanze leggo tutto il libro di seconda e mi annoio. La suora di terza, l’indimenticabile Ernesta, mi prende nella classe superiore, non più mista, ma tutta maschile. Segno che sono grande. Me l’avevano detto a tre anni quando è nato mio fratello, ma i comportamenti familiari non ne avevano sempre tenuto conto. Naturalmente leggo subito tutto il libro, ma non mi annoio: ci sono cose che non so da imparare. Sono innamoratissimo di suor Ernesta, che sogno in notti agitate dalla febbre. La scuola si interrompe. La riprendo dagli zii e nonna in montagna. Mi iscrivono in terza. So già le cose che mi vogliono insegnare, tedesco a parte. La classe è mista. Non mi spiace, anche se mi conferma che sto tornando indietro negli studi.

Ecco come, tornato a Ferrara, nel 1950 mi trovo iscritto alla quarta elementare del Guarini. Apprendo che due miei compagni sono ripetenti volontari. In quarta c’è un maestro bravissimo, Antonio Petrocchi. Loro ripetono per farsi le basi per il temuto esame d’ammissione alla scuola media. Voglio farlo anch’io! Insisto. Mio padre chiede il parere al maestro che è favorevole. Mi indirizza a un maestro, gentile e vecchissimo, così mi parve, che stava quasi di fronte a casa mia, per preparami scrupolosamente sul programma d’esame. Andò bene, ma è un’altra storia. Ricordo solo una cosa. In matematica e geometria rispondo a tutte le domande, salvo a una, che ora neppure ricordo. Eccepisco: “Non è in programma”. La professoressa: “Come fai a dirlo?”. “Se fosse in programma lo saprei”. Mi congeda dicendo che non approva i genitori che fanno saltare le classi ai figli. “Ho chiesto io e li ho convinti”.

Primo viene il maestro Petrocchi, allora. Nella mia ricerca su Silvano Balboni lo ritrovo: socialista, di Silvano amico, stimato per la sua competenza pedagogica. Lo affianca nella realizzazione della Casa del bambino, prima scuola materna a Ferrara, e nella Commissione di vigilanza della scuola. Socialista profondamente unitario: “l’aggettivo qualificativo circoscrive la portata essenziale del soggetto… Dire nenniano o saragattiano castra la metà dell’essere socialista”. In quarta elementare non so nulla di tutto ciò. So che è un grande maestro, insegna bene e tiene la disciplina con un’occhiata. Benissimo anche per me. In condotta ho le valutazioni peggiori, dalle elementari al liceo, fino a rischiare tutte le materie a ottobre. So anche che è amico di mio padre e che appoggia la mia idea di “saltare” un anno. Un giorno chiede a Giampaolo, nella foto è accanto a me, “Sei parente di Silvano?”. Giampaolo risponde di no.

Giampaolo Balboni, a Ferrara e non solo, è come dire Wwf. Attivissimo nella realizzazione e gestioni di oasi. Tra tutte cito quella straordinaria delle Dune fossili di Massenzatica, ultima delle paleodune costiere (un vigneto vicino dava un ottimo Fortana. Non so ora) e una garzaia a Codigoro – nel Sessantotto ci ho fatto l’assessore – dove nidifica ogni genere di garzette, nitticore, aironi cenerini ed aironi bianchi maggiori, parenti dell’airone del bel romanzo di Giorgio Bassani. È in prima linea per la difesa e lo sviluppo del Parco del Delta del Po e la sua qualificazione. Più in generale è impegnato in campo ecologico e, certo, non ha atteso Greta per proporre concrete e puntuali forme di risparmio energetico e misure contro il riscaldamento globale. Preziosa la sua attività, consegnata a numerose pubblicazioni, di documentazione della natura del Delta del Po. In passato abbiamo avuto occasione di incontro e collaborazione. Forse ci ritroveremo.

Non ritroverò l’amico caro Vittorio Colamussi, morto a 28 anni, giovane medico, in un incidente stradale. È lui uno dei due ripetenti volontari il cui esempio seguo. Non lo perdo più. In classe con me fino alla maturità classica, poi scelte diverse all’Università, ma il contatto resta forte. Al liceo la frequenza è costante, anche fuori dalla scuola. Una vitalità straripante e comunicativa. Il ricordo di lui sempre mi produce un’ilare commozione o un’ilarità commossa, sia che ricordi qualche detto o fatto in scuola o fuori, qualche burla magari giocata assieme, le sue due barzellette – non so se ne conoscesse altre – sulla cacca. Ha due fratelli maggiori, morti dopo di lui. Non ha figli. Nipoti, figli dei fratelli, sì. Ne ho conosciuti. Uno porta il suo nome, lo chiamano Toto. È nato due anni dopo la morte dello zio. È un fotografo. L’ho appena sfiorato in anni passati. Il suo sguardo mi ricorda l’amico. In LANDLESS MEN. Uomini senza terra i suoi scatti sono illuminanti: “Nel caos dell’informazione di massa i migranti rimangono sullo sfondo, comparse, se ne parla senza in realtà conoscerli quasi che mantenere questa distanza possa renderli meno umani e quindi giustificare nel migliore dei casi la nostra indifferenza”. Appena posso lo cerco

vittoriocolamussi.com

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