• 21 Aprile 2024 1:14

DiCarlo Bellisai

Apr 20, 2023

Ho solo 64 anni d’età, ma mi sembra già di cominciare a dare i numeri. Anzi mi pare addirittura che quasi l’intera umanità lo stia facendo. D’altra parte, se vi sembra solo una battuta, state un po’ a sentire il resto; forse ve ne convincerete. Eccoli i numeri.

La Terra è abitata da quasi 8 miliardi di esseri umani e l’80% del suolo può vantare la presenza della nostra specie. Tenuto conto che quasi il 10% della superficie terrestre è ricoperta da ghiacciai e il 30% è desertica, la popolazione si concentra nel rimanente 60% di terre emerse.

Il pianeta è retto dal sistema economico capitalista, che appunto lavora sui profitti, quindi sui soldi, che altro non sono che numeri. Ci dice che il reddito medio pro capite globale è di 12.234 dollari annui. Ci dice anche che, per esempio, in Svizzera è di 91.991 dollari a persona e ad Haiti è di 1.300 dollari annui a morto di fame, che dovrebbe comunque corrispondere ad una persona. Numeri veri come una voragine: enormemente ingiusti.

Il numero di poveri esposti alla fame ogni giorno è gigantesco ed è suddiviso sul pianeta in modo squilibrato: nell’Africa subsahariana il 42,7 % della popolazione vive in stato di indigenza e sopravvive a stento. Ma i poveri, quelli che devono mettere qualcosa sul piatto giorno per giorno, ci sono dappertutto: in Italia l’ISTAT parla del 7,5% della popolazione. Pensate un po’, nella super Svizzera col reddito pro capite da record, il tasso di povertà è addirittura dell’8,5%. Per contro, nel 2021 sono stati stanziati 2.100 miliardi di dollari in armamenti a livello globale. Nel mondo ci sono più di 13.000 bombe nucleari.

Il sistema globale in cui viviamo ha scelto di nascondersi dietro i numeri, mentre con gli stessi produce i suoi fatturati elettronici. Quel che è importante, lo è solo in virtù delle percentuali che saprà raggiungere, che tu produca armamenti letali, piuttosto che farmaci salva vita. Chi se la sente, inorridisca.

 Questo modello matematico della vita, supportato ed irrorato dalle scienze digitali, virtuali e biotecnologiche, copre crimini e atrocità, produce armi terrificanti e distruttive che, da un momento all’altro, potrebbero portarci alla fine. Pensate un po’ ai droni-killer, guidati da remoto, o alle armi autonome, impostate con un algoritmo assassino. Questo modello, di per sé privo di etica, inattaccabile come un mito, ci sta traghettando verso una società in cui la nostra vita sarà sempre più soggiogata ai numeri, piuttosto che al contenuto, o alla qualità di ciò che facciamo.

 D’altronde anche la democrazia parlamentare si basa sui numeri dei voti ed i partiti fanno a gara per cercare di intercettarli. Ma è tutta la comunicazione ad esserne pervasa: quel che conta è il numero di followers su youtube, quel che conta è il numero dei like sui social, quel che conta sono i numeri di copie vendute, quel che conta è il numero delle visualizzazioni.

Il sistema che mette l’economia prima della politica e della società, che rende aritmetici i comportamenti, è come un numero progressivo all’infinito, una crescita illimitata in cui, divorando la natura, divoriamo noi stessi: ci avvicina vertiginosamente alla catastrofe, atomica o climatica, al fallimento della specie umana. Ci allontana al contempo dall’improvvisazione, dalla ricerca, dalla nuda esplorazione, dall’arte, dalla contemplazione. La certezza dei numeri è indiscutibile, sempre e comunque. Vince la maggioranza, o più spesso i Maggiori che sanno come farsi votare. Salvo poi scoprire, leggendo la Storia, che i grandi cambiamenti sono stati innescati spesso da minoranze. Ma questo è un altro capitolo, anch’esso da esplorare.

La pervasione numerica è così fitta, che anch’io, attivista nonviolento, mi scopro alla fine della giornata, a misurare i numeri dei partecipanti alla manifestazione, il numero delle adesioni, quello delle firme raccolte. Per quanti sforzi facciamo, giusti, sentimentali e raziocinanti, siamo dentro il sistema matematico-economico che ci governa, sia da un punto di vista strutturale che culturale ed interiore.

Dal punto di vista strutturale siamo quasi bolliti: per sopravvivere dobbiamo avere un numero di carta d’identità, di tessera sanitaria, di codice fiscale, di conto corrente, di posta certificata, d’identità digitale. Senza questi numeri siamo emarginati dalla società.

 Dal punto di vista culturale è solo la quantità economica a prosperare e questo impedisce l’emergere delle novità non gradite dai sistemi editoriali e dello spettacolo: Eh si… bisogna fare i numeri! Ma è anche così che passa una cultura della competizione, piuttosto che una cultura del dono reciproco, della collaborazione.

Dal punto di vista interiore i numeri possono schiacciarci nella classificazione e nel conflitto, fin dall’infanzia e dall’adolescenza, con i voti a scuola, o le altre graduatorie che ti dicono se sei su o sei giù.  Da adulti interiorizziamo i numeri degli orari di lavoro, degli impegni con le associazioni, quelli sportivi dei figli, quelli del contachilometri dell’auto, quelli delle password, dei registri elettronici, delle agende elettroniche e dei codici di utenza, e in questi numeri consumiamo la nostra vita.

La civiltà della depredazione e della guerra è quella stessa della fretta gelida delle cifre, che oggi ci inchiodano a un benessere fatuo, o ad un malessere depressivo od esplosivo.  Prenderne coscienza, per cercare di uscirne.

 Forse è solo un sentimento esagerato, forse è solo un’emozione centrifuga di un luddista anti-matematico. Forse ci piacerebbe che fosse solo un’allucinazione, una provocazione, ma purtroppo si tratta di un tema reale su cui riflettere.

 Attingere alla propria forza interiore, cercare aiuto, donare confronto, cercare di formare un’impronta nonviolenta nelle nostre relazioni con le altre persone, potenziando la curiosità, l’ispirazione e l’arte del convivere e cooperare.  Riproporre, se ne raggiungessimo la forza, la grande esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, promossi da Aldo Capitini, attualizzandoli da COS in COSE (Centri di Orientamento Sociale e Ecologico). Luoghi fisici e pubblici dove si può parlare e confrontarsi sui problemi dei nostri territori e delle persone e su quelli globali. Creare reti che possano formare rapporti di vera autogestione, in cui la qualità delle relazioni abbia davanti vere facce e non abbia più bisogno di schermi e cifre.

Proviamo a non essere più schiavi dei numeri che ci governano.

Carlo Bellisai, aprile 2023

Di Carlo Bellisai

Sono nato e vivo in Sardegna. Mi occupo dai primi anni Novanta di nonviolenza, insegno alla scuola primaria, scrivo poesie e racconti per bambini e raccolgo storie d’anziani. Sono fra i promotori delle attività della Casa per la pace di Ghilarza e del Movimento Nonviolento Sardegna.

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