• 23 Aprile 2024 19:18

Sulle orme di Capitan Toni

DiDaniele Lugli

Apr 24, 2023

È da tanto che con amici ci siamo ripromessi di visitare i luoghi di più intensa e vicina presenza di Antonio Giuriolo. Già ne ho detto

Sabato 22 aprile, pensando anche al 25, il desiderio si è tradotto in realtà. Una sosta alla Casa della Pace di Casalecchio per l’incontro, pure conviviale, con Maurizio Sgarzi, infaticabile assuntore e promotore di impegni di pace e solidarietà. Non può essere con noi nel percorso ma ci dà il suo viatico con indicazioni utili. È organizzatore di camminate per tutti, dalle passeggiate alle impegnative escursioni. In assenza di garofani portiamo rose rosse al cippo, alla stele, alla pietra in ricordo di Giuriolo.

Ci portano qui nostre conversazioni su scritti di Biagi, Bobbio, Capitini, Meneghello, di altri che hanno condiviso esperienze e di Trentin e Camurri, che di Giuriolo hanno proposto ampi ritratti. Ci sono minuziose ricostruzioni degli spostamenti della piccola brigata di capitan Toni, dal luglio al dicembre del ’44. Sono preziose se si volesse fare un percorso appenninico dedicato. Mi piace riferirmi però ai vivi ricordi che ne ha Francesco Berti Arnoaldi-Veli. Per lui Giuriolo è “un nonviolento che non si accontentava della conoscenza, ma vi aggiungeva la carità; che non si arrestava al rigore delle idee; ma si sottoponeva al paragone dell’azione”. È un modo per ricordare anche l’avvocato Berti, che ho conosciuto. È morto a Bologna, nel dicembre del 2018, a 92 anni, un noto avvocato, un protagonista della Resistenza, che non ha mai abbandonato l’impegno civile. Con lui e Carlo Bassi, il 5 ottobre del 2001 alla biblioteca Ariostea di Ferrara, sono a un incontro “Ricordo di Balboni con Savonuzzi e Devoto: Silvano Balboni. La nonviolenza. Il movimento di religione. I Centri di orientamento sociale”. Berti ha una corrispondenza con il coetaneo Claudio Savonuzzi. Ne conserva le lettere. Ci legge qualche testo. Mi riprometto di incontrarlo, interessato a seguire le vicende dell’amico di Silvano. Non ne faccio nulla.

Il nome di Francesco Berti Arnoaldi l’avevo già visto. Apre le testimonianze ne “Il messaggio di Aldo Capitini”, edito nel ’72. Non so se il Movimento ne abbia ancora qualche copia. Nel caso suggerisco di approfittarne. Il 4 settembre del ’68 Berti fa visita, con Cesare Gnudi, a Capitini. Lo trova sdraiato, sofferente, in attesa del ricovero per un’operazione alla quale non sopravvive. L’incontro è però intenso e appassionato e Aldo è, come sempre e come Berti annota, “intento ai valori che contano”.

Ma stiamo al partigiano Checco, salito in montagna alla chiamata alle armi. È un ragazzo del ’26. Il 24 giugno nella chiesetta di Ronchidòs a Gaggio Montano si costituisce la brigata Giustizia e Libertà. Ai primi di luglio la brigata è a Segavecchia, sopra Pianaccia di Lizzano in Belvedere. Il 10 luglio arriva il nuovo comandante della formazione Matteotti, operante nella stessa zona. È Toni Giuriolo. I due gruppi si separano: la Matteotti il 15 luglio è all’Orsigna, poi alla Rocchetta nel modenese. La Giustizia e Libertà a Canevare sopra Fanano. A fine luglio le due brigate si ritrovano assieme a Berceto di Canevare.

Nella stanza della radio, che inutilmente rinnova richieste di lanci, Checco capta una musica lontana, un grande concerto di violino e orchestra. Entra Toni e anche lui si ferma ad ascoltare. C’è la battaglia di Montefiorino, seguita da un grande rastrellamento. La Giustizia e Libertà risale verso il Cimone per ridiscendere, a notte a Ronchidòs dove è nata. La Matteotti sale al lago della Ninfa e si sposta a Capugnano di Porretta. Gli uomini si disperdono. Con Toni ne restano una quindicina. Agosto è un mese di crescente pressione tedesca. Partigiani vengono presi e fucilati, Toni si sposta a Zocca, risale quindi a Riva e a monte Cappel Buso. Ai primi di settembre la brigata si compatta, con una cinquantina di emiliano romagnoli e altrettanti toscani della Sambuca. Di nuovo a monte Cavallo. Si aggiungono venticinque russi. Dal 26 al 29 settembre si susseguono le liberazioni di Castelluccio di Porretta, Molino del Pallone e Pavana, Ponte della Venturina. Il 4 ottobre con le prime pattuglie della V armata è la liberazione di Porretta. Gli alleati di solito disarmano e congedano i partigiani che incontrano. Così i pistoiesi della Sambuca tornano a casa e i russi chiedono di essere rimpatriati. La Matteotti e Giustizia e Libertà non si sciolgono e agiscono sotto le direttive del comando americano.

Il 28 ottobre per ordine del suo comandante Pietro il partigiano Checco è assegnano a Toni come guida per condurlo, attraverso i ben conosciuti sentieri di Gaggio montano, al posto telefonico americano. Il 15 novembre Toni scende a Firenze liberata. Incontra i compagni del Partito d’Azione che gli chiedono di restare. C’è bisogno di lui. C’è appena stato il proclama Alexander: una mazzata per la resistenza armata. Lui torna alla sua formazione. A Ragghianti, che non è riuscito a vedere, scrive: “Non sono passato al P.S.; è stato semplicemente il caso che, avendomi portato incidentalmente a Bologna, mi ha fatto incontrare alcuni amici socialisti quali mi hanno pregato di fare una visita di una settimana sull’appennino a una loro formazione; la settimana contro ogni mio proposito, è diventata quattro e più mesi e ancora non si decide a finire”.

Il 12 dicembre, nell’offensiva contro la munita posizione tedesca di Corona, dopo un iniziale successo occorre ritirarsi per il contrattacco. Nel prestare soccorso ai feriti Giuriolo è colpito a morte, mentre si china sul diciassettenne Pierino (Pietro Galiani) che muore pure lui, dicendo “è morto povero capitano… mi voleva tanto bene”. Il capitano Rausel, comandante l’O.S.S. (Servizio segreto statunitense) di Lizzano, propone la decorazione per il Capitano Giuriolo. La brigata assume il nome di Toni Matteotti Montagna, per distinguerla da quelle di pianura. Non avrà più un altro capitano dopo Toni. I più stretti collaboratori la portano all’aggregazione alla X divisione americana. Successivamente, e fino alla liberazione di Bologna, è alle dirette dipendenze dell’O.S.S. di Lizzano.

Che comandante era Toni lo scrive un ragazzo alla mamma. “Abbiamo come comandante un compagno tanto buono e bravo che non c’è d’aver paura di niente. Pensa che l’altra sera io mi sono addormentato sulla sua coperta e lui è stato tutta la notte senza, con quel freddo, per non svegliarmi nel prenderla”. E Giuriolo in una relazione precisa: “Non si tratta solo per i comandanti di essere veramente compagni dei propri dipendenti, di dividere spontaneamente, con semplicità e non come concessione, i loro pericoli e i loro disagi, si deve fare ancora di più: si deve rendere i propri uomini partecipi dei propri progetti, discutere con loro le decisioni da prendere… La condizione prima ed eterna dunque per un comandante… è non tanto di essere stato eletto liberamente una volta da essi, ma di continuare ad essere eletto, di riscuotere ogni giorno il loro consenso in tutto quello che fa e in tutto quello che decide”.

Ed è sempre il maestro. Arrivano dei russi, fatti prigionieri a Cahrcov, teatro di cruente battaglie nella seconda Guerra e in quella in corso, gemellata a Bologna dal ’66. Sono fuggiti dal campo di prigionia e di lavoro coatto in Italia. Seguono conversazioni in russo, che Toni conosce, e letture dell’Armata a Cavallo di Babel. Combattono coraggiosamente, con morti e feriti. Quando si congedano Toni consegna un foglietto a Trifonov, studioso di letteratura.

I partigiani italiani porteranno sempre caro il ricordo dei compagni russi, che si sono trovati con essi fianco a fianco nella comune lotta contro il nazi-fascismo. Questa simpatia non è nata soltanto dalla sofferenza e dai pericoli sostenuti insieme, ma ha la sua ragione d’essere anche in quell’ammirazione che noi tutti proviamo per il popolo russo, forte, coraggioso, capace dei più duri sacrifici e nello stesso tempo profondamente buono, disinteressato, silenzioso. Mi auguro di conoscere un non lontano domani questo popolo più da vicino, e sarò allora felice di rivedere qualcuna delle loro indimenticabili facce. Toni”.

Il corpo di Toni, coperto dalla neve, è recuperato solo a primavera. Liberato dal collegamento con una mina lasciata dai tedeschi a ulteriore sfregio come da consuetudine, è messo in una cassa per la sepoltura ad Arzignano. Nell’aprile del 2016 il corpo è riesumato per una diversa collocazione. Vengono trovate due bombe, legate alle caviglie, non viste nella primavera del ’45. Sono efficienti e vengono fatte brillare. 

 

Di Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941, Lido di Spina 2923), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948