2 agosto 1980

2 agosto 1980

Mentre scrivo è il 2 agosto. In questo stesso giorno di quarant’anni fa non avevo ancora 10 anni ed ero in procinto di partire, con i miei genitori e mio fratello, per la Puglia a trovare i parenti del lato paterno. Per me era la prima volta che andavo – se si esclude una visita di presentazione a pochi mesi di vita, di cui certo non avevo trattenuto il ricordo – e per molti anni sarebbe rimasta l’ultima.

Avevamo la partenza fissata pochi giorni più avanti e lì per lì i miei sono stati in dubbio se cancellarla o meno, poi hanno concluso che potevamo andare, dopo un fatto così grosso era improbabile ne potesse capitare un altro nello stesso posto. La storia del fulmine che, diversamente dall’assassino, non torna mai sul luogo del delitto.

Allora non credo di averlo colto – per i bambini è difficile immaginare che la vita degli adulti si svolga anche in loro assenza – ma, se ripenso adesso a quella frase dei miei genitori, mi chiedo come l’avessero deciso, se ne avessero parlato. Ci leggo l’eventualità che un fatto analogo potesse ricapitare altrove, che un’altra strage fosse possibile, magari non a Bologna, e vi si fosse esposti. Per me, troppo piccola e preservata allora per essere davvero consapevole del terrorismo e poi cresciuta nell’Europa che sta in pace, è un’esperienza che non conosco, ma mi sembra minata alla base una vita accompagnata da quello che in altre terre è pensiero quotidiano, ovvero la possibilità di essere colpiti da un momento all’altro, ovunque, e non c’è da stare attenti e nemmeno da chiedersi il perché.

E insomma, dopo l’iniziale incertezza siamo partiti ugualmente. Era stato deciso un viaggio notturno per dormire in treno e stancarci di meno. Ricordo la lunga sosta prevista a Bologna, i nostri occhi incollati al finestrino buio, un grande telo bianco che copriva qualcosa. Ricordo che non capivo ma sapevo che pochi giorni prima in quel posto era scoppiata la bomba ed erano morte tante persone. L’effetto drammatico non mi è arrivato da quello che c’era – non ho visto granché, forse ero io a non saper guardare – ma da quello che non c’era più, della stazione in sé e delle persone che l’avevano attraversata.

Nello stile della mia famiglia, davanti agli eventi collettivi il trucco è fare un passo di lato. La reazione di chi si sente inerme davanti alla Storia e spera solo di essere graziato dal fulmine.

La coincidenza tra la strage e la nostra partenza a me diede, bambina, una consapevolezza mai così chiara: su quel treno potevamo esserci noi. Potevano esserci anche i nostri nomi, nell’elenco delle vittime, non avevamo meritato di salvarci, né loro di morire. E se questo è vero per simile coincidenza in qualsiasi alluvione, terremoto o incidente aereo – c’è sempre qualcuno che era lì il giorno prima, un’ora prima, o doveva esserci e all’ultimo ha cambiato programma e lo può raccontare – saperlo per un atto voluto fa differenza. Uomini e donne l’hanno deciso, progettato, eseguito, e non devono aver pensato che tutti quei morti erano parte di loro, ulteriori loro possibilità di vita.

L’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10,25 ci dice che il tempo non è passato. Il ricordo della strage rimane ogni giorno, oltre l’anniversario, insieme al ricordo dei tanti, tantissimi uomini e donne, specializzati e comuni, che si sono precipitati a dare soccorso ai sopravvissuti e dignità ai morti, e sono stati la risposta migliore della città, testimonianza spontanea di nonviolenza.

Ormai adulta ho conosciuto persone che mi hanno parlato della strage dal di dentro e mi hanno trasmesso di più delle inchieste giornalistiche, ma questo è un tratto mio, il bisogno di mediazione della Storia attraverso le storie. Ringrazio chi è stato accanto alle vittime, o si è impegnato politicamente, nelle istituzioni, nello studio, o con i linguaggi dell’arte, per avermi riportata a quel ricordo di bambina in un modo più ricco.

Nella sala d’attesa le lapidi con i nomi e le età delle persone uccise è offerta a chi aspetta. Succede di leggerla sul serio, e quindi con le lacrime agli occhi. In quella sala ho visto fermarsi le guide con gli insegnanti e i ragazzi in gita scolastica – li ho immaginati appena scesi dal treno con cui erano arrivati in città – e prima di alzare gli occhi alle due torri, godere l’ombra dei portici o ammirare la Basilica di San Petronio facevano memoria di quella strage.

Nella sala dell’attesa ci sono i familiari, gli amici, a sapere ogni giorno da quarant’anni che i loro cari non arriveranno. In quella sala aspettano ogni giorno da quarant’anni, loro con i loro morti, e con ogni sopravvissuto e con noi, che venga illuminata per intero la verità.

Sono molti i contributi video sulla strage del 2 agosto 1980. Segnalo, tra gli altri, un bel documentario trasmesso qualche anno fa da Arcoiris, che dà voce alle vittime e ricostruisce le vicende processuali fino al 2015.

(vigna di Mauro Biani)

 

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