Anniversari

Anniversari

Settanta anni fa entrava in vigore la Costituzione. Vent’anni dopo il “sessantotto” ne sembrava riprendere spirito di apertura e rinnovamento. Nello stesso anno Aldo Capitini moriva, restandoci unito nella “compresenza”, intento, come in vita, a collaborare ai valori, a quelli scritti in Costituzione, con qualche aggiunta per attuarli ed evolverli.

Speriamo lo stia facendo, magari con Calamandrei, perché qui, tra i viventi, le cose non vanno affatto bene.

I governi, dal ’48 in poi, non hanno tenuto in gran conto la nostra carta fondamentale. Ne hanno proposto e attuato modifiche improvvide, quando non autentici stravolgimenti. Gli ultimi, approvati dal Parlamento, non lo sono stati dal referendum. Salvo una citazione in sede di giuramento non pare che la carta costituzionale sia molto presente nell’azione dei ministri. Si procede per decreti legge, in materie dove questo non sarebbe possibile. Li si convertono così come sono in un Parlamento, tacitato con il voto di fiducia al minimo refolo di pensiero critico.

Capitini ricorda il suo “progressivo isolamento” nel dopoguerra, dopo un profondo e largo impegno nell’antifascismo, perché “libero religioso” e “indipendente di sinistra”, di nessuna chiesa e nessun partito. Proposte di candidatura alla Costituente ne aveva ricevute e rifiutate, impegnato in “un più lavoro più largo e di massa” a partire dai Centri di Orientamento Sociale, sperimentati a Perugia e da diffondere ovunque. Già nel ’45 indica nella Costituente da convocare l’occasione per l’ingresso delle masse popolari, in particolare contadine, nella vita pubblica. Così non era stato nel Risorgimento: la Costituente “si sarebbe dovuta convocare (con la debita, libera preparazione) cento anni fa”. Per le elezioni amministrative, primavera del ’46, scrive un opuscolo, pubblicato senza il suo nome, per la Federazione socialista di Perugia. Ne sottolinea l’importanza: “Il Comune non è tutto; c’è la Provincia, la Regione, lo Stato… per mezzo delle elezioni per la Costituente potremo rinnovare l’Italia, senza odio, senza violenza, senza spargere ancora altro sangue”.

Al ministero per la Costituente, istituito nell’estate del ‘45, scrive e sollecita la proposta di una consultazione e utilizzo dei Centri di Orientamento Sociale. Le libere assemblee popolari da promuovere ovunque, all’insegna del dialogo – ascoltare parlare, non l’uno senza l’altro – sono il luogo ideale per preparare il lavoro della assemblea costituente, che sarà eletta nel giugno del ’46. Nel marzo del ’46 Massimo Severo Giannini, capo di gabinetto del Ministero, gli risponde “Dell’attività dei COS Nenni era perfettamente al corrente, e io stesso, come sai, credo di aver contribuito a darne notizia; anzi nella Sottocommissione per le autonomie locali del Ministero essi sono stati ricordati più volte come nuove espressioni di forme democratiche”. La necessità di preparare “dal basso” l’elaborazione della Costituzione, azione mancata, diviene proposta di accompagnarne, sempre “dal basso”, la redazione a lavori avviati. La sua proposta è duplice: I COS in Costituzione e l’elaborazione di un Piano sociale.

Quanto ai COS in Costituzione le risposte di “costituenti” a lui vicini sono negative: Ignazio Silone nel settembre del ’46: “Caro Capitini, in un paese, come il nostro, dove i CLN, i consigli di gestione, i circoli, le sezioni, se ancora esistono, somigliano già a uffici del dazio, istituire i COS obbligatori, come tu chiedi, significherebbe agli occhi dei più aumentare il numero delle istanze larvali”, e Walter Binni, qualche mese dopo: “Carissimo Aldo, ti rispondo per i COS. Ti dico sinceramente che non vedo proprio il posto in cui si possa inserire (perché anche una raccomandazione dev’essere legata ad un possibile emendamento) qualche consiglio sulle assemblee popolari. Ne ho parlato non solo con i costituzionalisti, che naturalmente se ne scandalizzarono, ma con Lussu, Parri ecc.”.

Né miglior sorte ottiene l’altra, contemporanea iniziativa, rivolta principalmente alle forze di sinistra per una loro collaborazione, nonostante le difficoltà di rapporti tra i partiti, il dissenso interno che si fa scissione socialista e la crisi del Partito d’Azione. Così si esprime in lettere e articoli nel ’46: “Bisogna porre il tema di un Piano sociale. Senza un Piano sociale studiato fin da ora e attuato insieme con la nuova Costituzione, questa apparirà un documento di ordinaria amministrazione e poco piú che un nuovo testo scolastico”, “Diamo, dunque, per compilata – per un momento – la nuova Costituzione, portiamoci al momento in cui, insieme con impararla a memoria, dobbiamo cambiarla in spiccioli, farla arrivare all’ultima zolla e all’ultimo sasso d’Italia”. Occorrono “Comitati per il Piano sociale, che raccolgano l’eredità e lo svolgimento dei Comitati di liberazione nazionale”.

E di nuovo scrive su “L’Italia libera” e l’”Europa socialista” all’inizio del ’47, “Bisogna preparare questo passaggio dalla Costituzione al Piano, anzi preparare un’interpretazione che ne tragga esplicita la forza rinnovatrice ed assicuri gli ulteriori svolgimenti”, “Ricostituire un fronte socialista è necessario e urgente, in vista della non lontana campagna elettorale e della successiva costituzione di un governo che dovrà attuare e svolgere la nuova Costituzione secondo un Piano sociale. Secondo me, non bisogna tendere alla costituzione di un “partito”, ma di una “federazione” socialista, di cui facciano parte diversi allineamenti politici e anche, eventualmente, associazioni etiche e culturali… In ogni città, in ogni borgata, la federazione socialista dovrebbe farsi promotrice di comitati per il Piano socialista… I comitati dovrebbero anche istituire libere assemblee popolari sul tipo dei C.O.S., per la discussione dei problemi locali e dei problemi della pianificazione”.

Questo spirito, assolutamente minoritario nella nostra storia, è ora del tutto assente e quasi inconcepibile. Pure ritengo utile proporre l’attuazione e lo svolgimento delle promesse della nostra Costituzione, impegnarsi perché ciò sia possibile. Diversamente l’alternativa è quella che vediamo: una deriva autoritaria, negatrice dei principi costituzionali, subalterna alle grandi potenze, mentre si proclama, grottescamente, sovranista.

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