C’è chi dice no. I sindaci, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile

C’è chi dice no. I sindaci, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile

La scelta di alcuni sindaci di fare obiezione di coscienza, per ragioni di umanità, all’applicazione del cosiddetto “decreto sicurezza” voluto dal ministro Salvini, fa riferimento alla lunga storia della disobbedienza civile. Una delle forme della lotta nonviolenta che afferma un principio di civiltà: il primato della coscienza rispetto alla legge, teorizzato per primo in Italia da Aldo Capitini. Anche in riferimento alla sua teoria critica del potere. Per approfondire il tema propongo la lettura integrale del paragrafo dedicato all’obiezione di coscienza e alla disobbedienza civile contenuto nell’ Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini (goWare 2018)

L’esercizio del potere di tutti non è lasciato al caso, ma – perché sia efficace – si serve delle “tecniche della nonviolenza”, ossia dell’insieme dei mezzi coerenti con il fine dell’omnicrazia e della realtà di tutti, fondati sul primato della coscienza individuale rispetto alle leggi dello Stato. Di fronte alle teorizzazioni dello Stato-Tutto ed alle sue concrete realizzazioni storiche – di cui i totalitarismi (Hannah Arendt) del ‘900 sono stati gli estremi esemplari – nei quali uomini e donne sono costretti a rinunciare anche alle libertà e ai diritti fondamentali, Capitini, già durante la dittatura fascista, e poi nell’Italia repubblicana propugna l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, per aprire spazi concreti di democrazia partecipativa. È la teorizzazione della nonviolenza come strumento di liberazione dalla coercizione, diretta e indiretta, esercitata dal potere (totalitario e “democratico”) nei confronti dei cittadini. Per esempio in riferimento alla preparazione della guerra.

L’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile hanno una lunga storia comune. L’obiezione di coscienza nasce come scelta individuale di opposizione alla legge, che può evolvere verso una dimensione collettiva, oppure rimanere dissenso personale. La prima obiezione di coscienza che la storia registri è quella della giovane Antigone – raccontata da Sofocle nell’omonima tragedia – che infrange le leggi “scritte” della città di Tebe, governata dallo zio Creonte, per rispettare quelle “non scritte” stabilite dagli Dei. In tempi più recenti è il poeta e scrittore Henry David Toureau che, con il personale rifiuto di pagare le tasse in segno di protesta contro la guerra che nel 1846 gli Stati Uniti muovono al Messico, pur definendola “disobbedienza civile” nel suo saggio del 1859 dal titolo Resistance to Civil Governement, in realtà svolge tecnicamente una obiezione di coscienza. La principale distinzione tra l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile è data dal carattere collettivo, e pertanto più esplicitamente politico, di quest’ultima, mentre la prima è fondata, in primo luogo, sull’affermazione della dissociazione individuale. Chi propone la disobbedienza civile, pur partendo da un rifiuto personale, non pone la questione solo sul piano dell’incompatibilità tra la propria coscienza individuale e l’obbligo generale, ma punta intenzionalmente a modificare quell’obbligo, cioè una legge o una politica, ritenuta ingiusta o illegittima, attraverso l’alleanza con la minoranza organizzata dissenziente. Per cui l’infrazione della legge diventa gesto illegale e politico nello stesso tempo.

Ma, come specifica Capitini – che pone l’obiezione di coscienza tra le tecniche individuali e la disobbedienza civile tra le tecniche collettive della nonviolenza – «è da avvertire che una distinzione netta è impossibile, non solo perchè ciò che fa un individuo può esser fatto da un altro individuo al suo fianco, e da un altro e da molti altri, ma anche perchè le tecniche collettive della nonviolenza a loro volta hanno bisogno di un pieno impegno individuale, e di una capacità di iniziativa e di slancio generata da una consapevolezza individuale, quale che sia il mondo d’attorno»1.

Anche sotto questo aspetto è molto forte il collegamento tra il metodo nonviolento di Aldo Capitini e il satyagraha di Mohandas K. Gandhi. Quest’ultimo in un articolo su Young India del 23 marzo 1921, assume la disobbedienza civile all’interno della più ampia “teoria e pratica della nonviolenza” (Giuliano Pontara, 1973) e ne svolge una puntuale distinzione rispetto ai concetti vicini, ma distinti, di satyagraha, resistenza passiva, disobbedienza civile e non collaborazione. Il satyagraha, la forza dell’anima fondata sulla fermezza nella verità, è il termine coniato dallo stesso Gandhi in Sudafrica per distinguere la resistenza nonviolenta degli indiani dalla contemporanea “resistenza passiva” delle suffragiste inglesi, che lottavano per il diritto al voto delle donne, alla quale veniva accomunato dalla stampa britannica. La «resistenza passiva», che si distingue dalla resistenza armata, «è stata concepita e considerata come un’arma del debole», scrive Mohandas K. Gandhi, perché chi pratica la resistenza passiva rifiuta la violenza non per principio ma per motivi di impossibilità o inopportunità contingenti. La disobbedienza civile «è la violazione civile delle leggi immorali ed oppressive», chi opera attraverso questo metodo di lotta si pone «fuori legge in maniera civile» e si espone alle sanzioni previste dalle leggi, accettandone le conseguenze punitive. Infine la non collaborazione, anch’essa acquisita tra le tecniche del satyagraha, implica il rifiuto di collaborare con lo Stato, ma in una forma più leggera e quindi aperta ad una maggiore partecipazione di massa rispetto alla disobbedienza civile, la quale, preventivando la prigione, «può essere praticata solo come mezzo estremo e, almeno in una prima fase, soltanto da pochi elementi selezionati»2.

Aldo Capitini inserisce la disobbedienza civile tra le tecniche collettive e, come Gandhi, la ritiene un livello più incisivo di lotta politica rispetto alla non collaborazione (che, analogamente a nonviolenza, scrive in un’unica parola): «la noncollaborazione non esce dall’ambito della legalità ed ha un carattere di rinuncia a ciò che lo Stato può dare», invece «la disobbedienza civile infrange la legalità senza tuttavia attentare alla vita, o all’onore, di alcuna persona». Essa può essere «difensiva, cioè rivolta contro le leggi ingiuste: per es. in uno Stato che neghi la libertà di associazione, formare corpi di volontari nonviolenti; se neghi la libertà di riunione, convocare pubbliche riunioni con scopi pacifici; se neghi la libertà di espressione, pubblicare, invece, articoli, libri, fogli volanti». Oppure può essere di “attacco”, ossia «disobbedienza volontaria, che è una rivolta contro lo Stato oppressore», trasformandosi, in questo caso, in vera e propria resistenza civile. In ogni caso, raccomanda Capitini, «una lotta nonviolenta poggia principalmente non sulla quantità, ma sulla qualità, sulla forza d’animo, sulla padronanza di sé, sullo spirito di sacrificio, insomma sul valore morale di ciascun combattente»3. E questo accomuna, infine, il principio dell’obiezione di coscienza e quello della disobbedienza civile.

Non è un caso se il filosofo di Perugia riconosce negli obiettori di coscienza al servizio militare – a cominciare dal caso di Pietro Pinna del 1948, che poi diverrà il suo più stretto collaboratore nel Movimento Nonviolento e nella rivista Azione nonviolenta – gli anticipatori della realtà nuova; coloro che a costo di sacrifici personali, si sforzano di vivere già in questa società con stile nonviolento, aprendo in essa degli spazi in cui progressivamente si inseriscono elementi della società futura, della realtà di tutti. In questo senso Capitini può far proprie le parole di Lorenzo Milani, che così si rivolge ai cappellani militari che avevano accusato di viltà gli obiettori di coscienza in carcere: «Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene»4.

1 A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, Milano, 1967, p. 46
2 M. K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino, 1973, p. 147-8
3 A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, Milano, 1967, p. 114 e sgg.
4 L. Milani L’obbedienza non è più una virtù, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia, 1991, p. 8

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