Contro l’odio e il razzismo dilaganti ripartiamo dall’educazione all’umanità

Contro l’odio e il razzismo dilaganti ripartiamo dall’educazione all’umanità

La vergognosa gestione governativa dell’odissea alla quale è stata costretta la nave Aquarius ha visto, come effetto collaterale, lo scoperchiamento sui social media delle viscere maleodoranti e rancorose di questo Paese, che hanno vomitato odio e disprezzo sulla disperazione e l’intelligenza. Orde di odiatori seriali – guidati delle esternazioni esemplari del ministro dell’interno – non solo hanno augurato la morte ai 629 migranti, tra i quali 123 bambini e 7 donne in gravidanza, costretti per giorni in balie delle acque, ma hanno aggredito e insultato pesantemente chiunque accennasse a spiegare la disumanità di una assurda e illegale via crucis nel Mediterraneo, numeri e diritto internazionale alla mano. Niente da fare, la miscela esplosiva di “analfabetismo funzionale” – cioè di adulti che, pur sapendo leggere e scrivere, non sono in grado di decodificare un’informazione complessa o distinguere una “fake news” da una notizia vera – di cui il nostro Paese ha il primato in Europa (e tra i primi quattro al mondo su 33 Paesi analizzati dalle ultime ricerche internazionali), di paura e senso comune xenofobo diffuso da trent’anni di “pedagogia” razzista della Lega e di potenza virale ed immediata dei social media a disposizione di tutti, ha prodotto l’innesco di una vera e propria emergenza civile. Anzi di civiltà. Della quale l’esito elettorale ed il conseguente governo di destra non sono che un epifenomeno.

   Inoltre, dall’omicidio del sindacalista di origini maliane Soumayla Sako a San Ferdinando, voce degli schiavi neri delle piantagioni calabresi, alla testa mozza del maiale fatta trovare a Sacile, in Friuli,alla Festa di fine Ramadan sull’ingresso della casa di otto richiedenti asilo – entrambi gesti portatrici di un intreccio perverso tra mentalità razzista e metodi mafiosi – in questa fase di avvio del nuovo governo il nostro Paese è attraversato, da nord a sud, da un’ondata di violenza razzista senza precedenti. Che oggi si sente legittimata dai proclami deliranti di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico e la legalità democratica, ma continua a urlare gli slogan beceri della campagna elettorale. E’ come se l’Italia degli anni 20 del 2000 – dimenticando settanta anni di valori democratici, solidali, antifascisti e, perfino, internazionalisti sui quali era costruita buona parte della cultura popolare – fosse piombata nel clima di odio razziale degli USA degli anni ’50, antecedenti alla lotta per i diritti civili.

 Mentre la sinistra politica sembra disorientata ed incapace di riprendersi dalla batosta culturale, prima ancora che politica – della quale è in gran parte responsabile – è necessario ripartire subito ed agire in profondità, a partire dal piano formativo ed educativo. Ossia, per un verso, da una formazione diffusa alla complessità che superi l’analfabetismo funzionale, ed insegni quelli che Edgar Morin chiamava i “saperi necessari all’educazione del futuro”, dall’insegnare la condizione umana all’etica del genere umano; per altro verso, da una nuova educazione ai valori primari dell’umanità, a partire dall’empatia e dalla nonviolenza, ossia dalla capacità di mettersi nei panni degli altri, sentire i loro bisogni, il loro dolore e condividere i loro diritti, e dalla capacità di de-costruire l’idea di nemico per affrontare i conflitti – anche interculturali – senza violenza ma con creatività e rispetto della dignità dell’altro. Oltre che della nostra. Insomma, in questa fase storica – nella quale sono andati persi i punti di riferimento civili – l’azione politica più lungimirante è quella educativa volta a disfare la violenza culturale diffusa, che de-umanizza il differente da noi, e a ricostruire un paradigma di civiltà. Ossia di costruzione del legame umano, senza confini e differenze.

 I punti di riferimento, per fortuna, non mancano. Quest’anno è il Cinquantesimo anniversario tanto dell’omicidio di Martin Luther King che della morte di Aldo Capitini. Andarsi a riguardare il loro lavoro culturale e formativo, che fonda l’agire politico di entrambi, è una fonte inesauribile di ispirazione per la costruzione di strumenti culturali validi per interpretare ed agire oggi. Entrambe le proposte nonviolente si fondano sul presupposto esattamente opposto alla de-umanizzazione razzista e violenta, che vede nell’altro solo una minaccia da eliminare, ossia sull’umanizzazione di tutti. Anche dei più lontani, addirittura dei “nemici”. Non a caso, tra le molteplici definizioni di nonviolenza proposte da Capitini, quella che ritorna più spesso nei suoi scritti ricorda che la nonviolenza è “apertura all’esistenza, alla libertà ed allo sviluppo di ogni essere” (Azione nonviolenta, 1968). Cioè il fondamento stesso dell’educazione all’umanità. Per noi, qui, adesso.

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