Osservare gli animali e restare uomini: la lezione di Mario Rigoni Stern

Osservare gli animali e restare uomini: la lezione di Mario Rigoni Stern

Dieci anni fa moriva Mario Rigoni Stern, uno scrittore che seppe trattare nei suoi romanzi due temi chiave del tempo presente: la distruzione della natura attraverso la civiltà dei consumi e la distruzione della vita umana tramite la guerra. Non era un teorico, Rigoni Stern, e nemmeno uno scrittore di montagna, come tante volte è stato definito, semmai uno scrittore montanaro, che leggeva il monto attorno a sé con lo sguardo lucido e acuto di chi vive ai margini della grande società.

Basta pensare a “Il sergente nella neve”, il suo libro più noto, uno dei grandi romanzi italiani sulla seconda guerra mondiale – da accostare a pochi altri: “La storia” di Elsa Morante, “Se questo è un uomo” di Primo Levi, “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio -: un racconto della guerra, in particolare della drammatica ritirata degli alpini dal Don nell’inverno del ’43, che trasmette qualcosa di autentico e profondo; il lettore si sente preso per mano dal montanaro in divisa – lo scrittore stesso – nell’esplorazione drammatica ma non retorica della guerra vista da vicino, nei suoi aspetti più atroci come in quelli più ricchi di empatia e solidarietà.

Negli ultimi anni della sua vita, negli interventi e nelle interviste, Rigoni Stern esprimeva tutta la sua amarezza nel vedere che la lezione della guerra, ossia il suo rifiuto, non era stata appresa. Sul balcone di casa ad Asiago, come tanti altri, aveva appeso la bandiera arcobaleno della pace, a testimoniare il suo no di montanaro e di alpino, il suo no di persona passata attraverso la guerra con un rafforzato senso di umanità e di apertura all’altro.

Non si faceva illusioni Rigoni Stern, come non se ne fanno i persuasi della nonviolenza, tutti coscienti che l’espulsione della guerra dalla storia è un traguardo per un avvenire indeterminato, quindi non per l’oggi e nemmeno per il domani, e tuttavia è un traguardo, un obiettivo, se si vuole un’utopia, che alimenta l’impegno sociale e politico di tutti i giorni. E già quest’impegno è un cambiamento rispetto allo status quo.

C’è un passaggio de “Il sergente della neve” che merita d’essere tenuto a mente. E’ quando il sergente-narratore entra in un’isba in cerca di riparo e cibo e trova, seduti a tavola, alcuni soldati russi. Resta impietrito: i nemici sono di fronte a lui; c’è uno scambio di sguardi, i soldati smettono per un attimo di mangiare e intanto una donna porta un piatto di latte caldo e miglio al soldato italiano. L’alpino mette il fucile in spalla e mangia, i soldati lo guardano e non si muovono.

“Così è successo questo fatto – si legge nel “Sergente nella neve” – Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata fra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini”.

E’ un pensiero, questo, da scrittore montanaro che osserva il bosco e gli animali e intuisce che nel profondo delle relazioni umane alberga un sentimento di empatia che la società presente cerca di negare e soffocare. Ma quel sentimento c’è ed è la forza morale che può alimentare il cambiamento dell’ordine delle cose.

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