I diritti negati delle bambine e dei bambini – (seconda parte)

I diritti negati delle bambine e dei bambini – (seconda parte)

Così ho intitolato un intervento, nel dicembre del 2000, su “Pollicino”, un foglio locale su temi ambientali. Me l’ha ricordato un’amica. L’ho riletto e lo ripropongo in due puntate.

[vedi qui la PRIMA parte]

La situazione non mi appare migliorata dagli strumenti che la tecnica mette sempre più presto nelle mani di bimbe e bimbi. Non saprei scrivere di meglio oggi. Questo è un anno speciale: è il trentennale della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza, comprensiva della Dichiarazione dei Diritti del bambino, ancora di trenta anni precedente, sempre approvata dall’Assemblea dell’Onu. È anche un omaggio a Gianfranco Zavalloni, che ci ha lasciato da sette anni, ispiratore del mio intervento. Io non sono stato capace di avvalermi dell’insegnamento dei piccoli: “il fanciullo nella liberazione dell’uomo” diceva Capitini, Auguro miglior esito a lettrici e lettori.

È vero: anch’io lo fò, ma per tutt’altre ragioni.

Erode

6. Il diritto ad un buon inizio: è la grande questione dell’inquinamento che viene alla ribalta. Il neonato ha un motivo in più per piangere quando lascia il ventre materno ed aspira la prima dose di ossidi di carbonio, azoto ed altri inquinanti. Poi verrà l’acqua sempre meno pura e il cibo, derivato dalla chimica di sintesi ed ora anche dalle tecnologie transgeniche. “Mamma, attenta che il tuo bimbo non mangi schifezze” ammoniscono i contadini, che fino a ieri denunciavano il terrorismo ambientalista sulla produzione dei cibi, fieri di aver fatto fallire un referendum che voleva mettere al bando i pesticidi. Meglio tardi che mai, comunque. Per assicurare un buon inizio occorre portare l’attenzione sull’accoglienza di una nuova vita. Ci sono da riprendere ed incentivare buone abitudini, come l’allattamento al seno. Occorre che l’attenzione che si vuole morale, o come ora si dice, bioetica non si arresti al momento della nascita (giù le mani dagli embrioni) per riprendere quando si tratta della morte (no all’eutanasia), ma si preoccupi dei nati e delle loro condizioni.

7. Il diritto alla strada: la strada, la piazza erano i luoghi dell’andare, del sostare, dell’incontro, delle iniziative sia per grandi che piccini. Il maggior pericolo, per i ragazzi che giocavano a palla per le strade cinquant’anni fa, nella mia città, era il temuto sequestro della palla da parte dei vigili urbani. Venivano a due alla volta in bicicletta, lentamente, dando tutto il tempo per nascondere il corpo del reato, sottraendolo alla confisca. Se questa avveniva era perché il confronto era così accanito che l’arrivo dei vigili, pur tanto solenne, non veniva notato. In prima no, ma in seconda elementare ci andavo da solo ed ero abbastanza grande per accompagnare all’asilo mio fratello di tre anni più piccolo, che forse non ne avrebbe neppure avuto bisogno. Già con mia figlia le cose erano cambiate. Ora i bimbi debbono essere sempre accompagnati, per via del traffico, meglio se in macchina, aumentando quel traffico appunto che costringe ad accompagnarli. Il diritto alla strada – a percorrerla con il massimo di velocità e di rumore, ad occuparla, in lungo e in largo compreso il marciapiede, a riempirla di puzzo e sangue – lo eserciteranno più avanti prima col motorino, poi con la moto e l’automobile. L’eliminazione del traffico privato motorizzato, ovunque possibile, nelle città è un fatto di civiltà e libertà. Non è facile: ho visto sventolare, non mi accadeva da tempo, una bandiera rossa. Naturalmente, dovevo indovinarlo, era della Ferrari.

8. Il diritto al selvaggio: S. Francesco raccomandava di lasciare nell’orto del convento una parte incolta, perché la natura vi avesse il suo sfogo. Io sono laico, ma la sua raccomandazione merita di essere tenuta nella massima considerazione. Forse anche il suo impegno per la pace, la sua contrarietà alle armi, il rispetto di ogni forma di vita, il rifiuto dell’intolleranza meriterebbero attuazione più convinta nel Paese che lo ha per patrono e che lo ricorda solo come l’inventore del presepe. Abbiamo bisogno di un po’ di natura non contaminata nel mondo tecnologico che ci siamo costruiti. È un bisogno semplicemente vitale, per i nostri corpi, come il dissesto idrogeologico attesta e conferma in tutti i modi e le occasioni, per il nostro spirito, che abbiamo imprigionato in una crosta non meno costrittiva di quella realizzata sulla terra. Ne hanno bisogno soprattutto i bambini, che non hanno più fossi dove bagnarsi, boschetti dove nascondersi, alberi da scalare, animali da trovare.

9. Il diritto al silenzio: viviamo con il rumore di fondo del traffico automobilistico, nel rumore che viene dai nostri elettrodomestici più amati: televisori, radio, stereo, fissi e portatili, con le cuffie ben piantate nelle orecchie. La musica più assordante accompagna i momenti di festa di grandi e piccini. Il silenzio è fuggito, fa paura. Perdiamo – dice Zavalloni – occasioni uniche: il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua. Perdiamo, aggiungerei, l’occasione di ascoltare veramente noi stessi e gli altri. Ci sono leggi che, se applicate, diminuirebbero il rumore e aiuterebbero il diritto al silenzio, l’educazione all’ascolto silenzioso per i bambini e anche per noi.

10. Il diritto alle sfumature: la città ci abitua alla luce anche quando la luce non c’è – dice Zavalloni. Il sorgere ed il tramontare del sole passano inosservati. Non si percepiscono più le sfumature. Quando vedi solo bianco o nero rischi l’integralismo. Non ci avevo pensato. Ma l’attenzione alle sfumature, ai particolari, alle diversità me l’insegna mia nipote, che tutto vede, tutto nota e mi fa rilevare. Guardata con l’aiuto dei suoi occhi la realtà mi appare incomparabilmente più ricca e più varia ed anch’io presto più attenzione.

In questa ricchezza sta forse la possibilità di attuazione dei diritti negati e che la stessa, per il mutamento economico, politico e sociale che comporta, aiuti anche i bambini più poveri, quelli trattati come rifiuti. Come ad es. in Angola, ricca di petrolio e diamanti, dove un bimbo su tre non arriva ai 5 anni ed i sopravvissuti sono destinati a vivere, 8 su 10, in estrema povertà e senza cure mediche. Può aiutare anche i figli dei ricchi offrendo loro un’alternativa alla prigionia nel privilegio.

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