• 27 Novembre 2022 10:48

Il pidocchio sul cappellino

DiDaniele Lugli

Ott 10, 2022

Su Civiltà Cattolica di settembre Patrick J. Ryan in “Violenza, intersoggettività, pentimento” tratta il tema, sempreverde, del rapporto religioni-violenza con riferimento alle religioni del libro. Cita di Robert Burns, To A Louse: On Seeing One On A Lady’s Bonnet, At Church (A un pidocchio: vedendone uno sul cappellino di una signora, in chiesa), Come vorrei che un qualche Potere ci concedesse in dono / di vedere noi stessi come ci vedono gli altri! “Tutti abbiamo un pidocchio in bella vista sui nostri copricapi ebraici, cristiani o musulmani, e non abbiamo motivo di metterci a guardare con disapprovazione i copricapo altrui”. Un po’ come dice la nostra Marianella Sclavi in una delle sue Sette regole dell’arte di ascoltare: “Per cambiare punto di vista, bisogna cambiare punto di vista”.

“In ogni azione violenta, in ogni atto di guerra, in ogni schema politico ci sono almeno due facce, due soggettività, e forse più di due. È tendenza comune dei belligeranti e dei partigiani quella di ignorare la soggettività dei loro avversari, fino a disumanizzarli… Cristiani, ebrei e musulmani hanno spesso giustificato la violenza in maniera soggettiva; di rado essi hanno considerato la brutalità e la guerra secondo una visione intersoggettiva. Oggi non c’è luogo in cui ciò sia più evidente che il Medio Oriente”. Non è un’esclusiva però delle religioni abramitiche. Basta pensare al trattamento inflitto ai musulmani in India dagli induisti e, sempre ai musulmani, dai buddisti in Myanmar.

L’autore presenta esempi nei quali ebrei, cristiani e musulmani, antichi e moderni, giustificano ed esaltano la violenza. Restringendosi ai cristiani narra dei peregrini, detti poi crociati, che per penitenza si recano in Terrasanta. Nel 1096, partiti dalla Francia, fanno una tappa in Renania per uccidervi gli ebrei. Tre anni dopo, a Gerusalemme, massacrano tutti gli ebrei e musulmani sui quali riescono a mettere le mani. Un dovere, per i nuovi crociati, sono le due guerre del Golfo del 1991 e 2003 promosse dai George Bush, padre e figlio. L’integrità territoriale del Kuwait, violata dall’Iraq, esige una risposta così come, dodici anni dopo, il preteso accumularsi in Iraq di armi di distruzione di massa. “Nessun ordigno del genere è stato rinvenuto dopo l’invasione” né si si considera che il Kuwait è “una nazione ritagliata dal governatorato di Baghdad dall’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, creata per preservare gli interessi petroliferi britannici nel Golfo Persico”. Esito delle due guerre è che “I militanti arabi sunniti in Iraq si unirono con la maggioranza araba sunnita in Siria e diedero vita al fanatico Stato Islamico transfrontaliero dell’Iraq e della Siria (Isis). Le persone comuni siriane e irachene – ossia musulmani sunniti e sciiti, cristiani ortodossi e cattolici, mandei, yazidi, non religiosi – sono state tutte immerse in un calderone bollente che sembrava non raffreddarsi mai, sebbene il presidente Trump periodicamente annunciasse che lui e il suo amico del momento, Vladimir Putin, avevano risolto tutto”. Il seguito lo conosciamo “L’Isis, al-Qaeda ovunque sia sorto, Boko Haram nel Nord-Est della Nigeria e dintorni, al-Shabaab in Somalia e Kenya, tutti questi movimenti musulmani opprimono i correligionari ancor più che i non musulmani. Hanno attaccato moschee, etichettandole come confraternite sufi (mistiche) e chiese cristiane”.

La stessa propensione, “per non andare troppo indietro, possiamo osservarla tra i fattori che alimentano oggi il conflitto in Ucraina dopo l’invasione russa. Considerare la soggettività dell’altro permette di farsi un’idea più completa della situazione e di vedere, per esempio, come la tragedia ucraina sia anche una tragedia cristiana. Uno dei segni di questa mancanza di intersoggettività, in termini politici, è il nazionalismo religioso, che purtroppo è presente nelle narrazioni di entrambe le parti e che ciascuna parte contesta all’altra. Se esso prevalesse, sarebbe (anche) la morte dell’ecumenismo”.

La vicenda riguarda dunque molto ortodossi, contrapposti, e pure cattolici, uniati.

Si è detto pure della presenza dei musulmani ceceni, orgogliosi degli stermini che compiono. Il loro capo, il mite Ramzan Kadyrov, immensamente grato al presidente della Russialo ha fatto colonnello generale come regalo di compleannosuggerisce legge marziale nelle zone di confine e uso di armi nucleari a basso potenziale. Una proposta “emotiva” che Putin, commosso, per ora respinge. Dunque cristiani e musulmani in Ucraina. Non può mancare un accenno agli ebrei. Sono rimasti forse 40 mila e fanno il possibile per andarsene, da terre dove ebbero grande importanza. Assassinati dalle bande cosacche fin dal Seicento, vittime di pogrom a fine Ottocento e di violenze nella guerra civile, seguita alla prima guerra mondiale, sterminati un milione e mezzo!dai nazisti, con l’aiuto dei collaborazionisti ucraini. Il quadro religioso si completa con invasori buddisti e seguaci dello sciamanesimo.

All’inizio del 2019 c’è dunque una scissione nella chiesa ortodossa. Una parte si dichiara indipendente dal Patriarcato Russo. È riconosciuta dalla Chiesa di Costantinopoli. Anche la parte che resta fedele al Patriarcato di Mosca, con il metropolita Onuphry di Kiev, chiama l’invasione dell’Ucraina “un disastro”. “Difendendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina, ci appelliamo al presidente della Russia e gli chiediamo di fermare immediatamente la guerra fratricida… Una tale guerra non ha alcuna giustificazione né da parte di Dio né da parte degli uomini”. Anche il patriarca di Mosca Kirill, si appella alle parti “per evitare vittime civili e superare le divisioni” tra i popoli russo e ucraino. Ma siamo a febbraio. Le posizioni si radicalizzano e distanziano.

Già il 6 marzo Kirill pronuncia l’omelia a sostegno dell’intervento russo per il “deterioramento della situazione nel Donbass” e denuncia il consumismo e l’edonismo della falsa libertà dell’Occidente. Il 13 agosto i combattenti sono martiri: “Il ricordo dei nuovi martiri ci aiuterà ad essere fedeli non tanto in condizione di persecuzione, ma in mezzo a quelle tentazioni che la moderna civiltà empia ci scarica addosso”. Il 28 agosto “L’assenza di paura della morte rende una persona invincibile. Ecco perché la fede ortodossa molto spesso aiuta coloro che sono sul campo di battaglia, che hanno bisogno di andare all’attacco per il dovere di difendere la loro patria”. Il 1° settembre – non sa che è il mio compleanno – evoca il contrasto fondamentale: “C’è una lotta fra il bene e il male cosmico… Il nostro paese ha oggi una missione speciale. Siamo fra i pochi che chiamano male il male e bene il bene… Quella che ci viene imposta è l’idea terribile che il bene e il male non esistano, ma siano solo una pluriformità di comportamenti, in cui ciascuno ha diritto di scegliere il modello che più gli aggrada”. Il 6 settembre ricorda l’avvio del cristianesimo a Kiev e la successiva migrazione a Mosca. “Era un’unica Chiesa il cui centro si spostava di pari passo con il trasferimento della capitale, in modo che il patriarca fosse sempre vicino al principe e il centro spirituale fosse nello stesso luogo del centro politico”. Così, quando il principe Putin chiama alla mobilitazione il 21 settembre, Kirill esorta “Andate coraggiosamente a compiere il vostro dovere militare. E ricordate che se darete la vostra vita per la vostra Patria, per i vostri amici, allora sarete con Dio nel suo Regno, nella gloria e nella vita eterna”.

Speciali preghiere dei sacerdoti e dei credenti invoca il patriarca per l’amico, presidente, che compie 70 anni il 7 ottobre. Non suona di buon augurio, invece, il Nobel per la pace 2022 conferito ad Ales Bialiatski, bielorusso e alle organizzazioni per i diritti umani Memorial russa e Center for Civil Liberties ucraina. Bialiatski, promotore di pace e democrazia, più volte arrestato, è, senza processo, in carcere da due anni. Di anni di galera ne ha fatto molti di più. Memorial, fondata nel 1987, è la più grande organizzazione per i diritti umani. Il Center for Civil Liberties, dal 2007 promuove diritti umani e democrazia.

L’escalation nelle omelie di Kirill parte con quella del 6 marzo 2022, Domenica del Perdono, Maslenica festeggiata in Russia, Bielorussia e Ucraina. Suo senso profondo sta nella carità, nella riconciliazione, nel perdono, appunto, delle offese. Non così lontana la conclusione dell’articolo su Civiltà Cattolica: “ebrei, cristiani o musulmani, tutti abbiamo bisogno di praticare il pentimento: teshuvà, metanoia, tawba. È necessario che ci voltiamo, torniamo indietro e cambiamo mentalità. È ancora più chiaro, tuttavia, che anche molti laici dovrebbero pentirsi, ma questo concetto non rientra nel loro modo di pensare. Non esistono un Yom Kippur laico, una Quaresima laica, un Ramadan laico”. Spinoza non sembra avere in gran conto il pentimento: “Poenitentia virtus non est, sive ex ratione non oritur; sed is, quem facti poenitet, bis miser, seu impotens, est”. (Il pentimento non è virtù, dalla ragione non proviene; ma chi si pente di una sua azione è doppiamente misero, impotente).

Tuttavia un laico, se privo di fede, ma non di pensiero critico, non può che essere convinto della necessità di un cambio di mentalità, visti gli esiti di quella dominante.

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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