Il progetto di pace europeo ai suoi sessant’anni

Il progetto di pace europeo ai suoi sessant’anni

di Mirta Fabris – volontaria in Servizio Civile presso la Casa per la Nonviolenza di Verona, laureata al corso di laurea magistrale Istituzioni e Politiche dei Diritti Umani e della Pace presso l’Università di Padova.

Dopo sessantaquattro anni quanto è cambiato il progetto europeo in materia di difesa?

Come sappiamo, con la Dichiarazione Schuman del 1950 ebbe avvio il progetto europeo, inizialmente denominato Comunità Europea Carbone Acciaio (CECA). Tra le cause che spinsero i governi dei Paesi in tal senso ritroviamo senz’altro la volontà di porre fine alle atrocità dopo la Seconda Guerra Mondiale, per non ripetere mai più gli errori commessi. Il documento infatti recita: “La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime. La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. Ecco qui dunque quale fu il disegno originario. Oggi, quanto è rimasto di tutto ciò?

La militarizzazione dell’Europa ad oggi non sembra subire una riduzione o un arresto e anzi alcuni Stati stanno aumentando la propria corsa agli armamenti: le spese per il militare affrontate dai vari governi europei rappresentano il 28% del totale, nonostante questi stati contino soltanto il 7% della popolazione mondiale1. Oltre a queste, non possiamo non considerare le alleanze che i Paesi dell’UE attuano per poter metter in comune le proprie forze militari. Un esempio sono i Battlegroups, gruppi di combattimento rapidamente dispiegabili.

A fronte di questa militarizzazione, però, l’Unione Europea nel tempo ha sviluppato e affinato le tecniche incentrate sull’uso del civile tra cui il potenziamento del diritto internazionale e il rafforzamento delle buone relazioni con i vari attori all’interno del sistema delle relazioni internazionali attraverso i vari vertici tra Capi di Stato, l’invio di rappresentanti speciali e il dialogo politico. Così come l’implementazione di misure quali la Dichiarazione di messa al bando delle mine antiuomo, le misure di lotta per la non proliferazione e lotta contro il terrorismo, la cooperazione con organismi regionali e internazionali e infine l’adozione di atti giuridici come i Patti di stabilità per l’Europa del Sud Est2. Inoltre, non possiamo dimenticare che attualmente l’Unione Europea rappresenta il maggior donatore di aiuti internazionali, grazie anche alla sua agenzia DG ECHO (European Commission’s Humanitarian Aid and Civil Protection Department), Direzione Generale della Commissione Europea per l’aiuto umanitario.

Ma quali potrebbero essere le alternative per una maggiore implementazione del civile? Quali i passi che l’Unione Europea dovrebbe impegnarsi a fare per avvicinarsi ad un approccio che tenga maggiormente in considerazione il concetto di sicurezza umana?

Un maggior coinvolgimento delle organizzazioni di società civile (OSC) garantirebbe un processo di democratizzazione più trasparente e rappresentativo. Uno dei punti infatti che vengono maggiormente criticati ai fautori della difesa europea è che spesso a questa non viene affiancato un processo trasparente e democratico, che miri a coinvolgere la società civile europea. E’ indispensabile la creazione di meccanismi di bottom up proprio perché a livello intergovernativo gli stati membri mostrano difficoltà nell’avviare processi in linea con la definizione di sicurezza umana, mentre solo attori come la società civile sono in grado di metter in luce aspetti e tensioni che resterebbero altrimenti esclusi dall’agenda politica europea. Mi riferisco in particolar modo alla promozione e tutela dei diritti umani e ad un costante richiamo alla clausola diritti umani per il commercio con Stati terzi. E ancora, le organizzazioni di società civile riprendono e ribadiscono concetti di giustizia penale, di prevenzione dei conflitti e disarmo. Inoltre queste organizzazioni mostrano una competenza ormai rafforzata da anni di esperienza e lavoro su queste tematiche e sono pertanto pronte a livello tecnico e progettuale nella realizzazione di progetti per una maggior considerazione della sicurezza umana a livello europeo.

Il successo dell’Unione Europea dipende soprattutto dalla sua capacità di restare fedele alle sue origini (concepita, appunto, come progetto di pace). L’Unione Europea non nasce come una potenza militare e proprio per questa ragione non può in alcun modo equipararsi ad altre potenze militari come, ad esempio, gli Stati Uniti. La sua peculiarità consiste nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani: soltanto attraverso una focalizzazione sui propri valori potrà avere un impatto efficace e adeguato. Risulta quindi indispensabile concentrarsi sul ruolo originario dell’Unione Europea nella gestione di crisi e conflitti. Per poter approfondire una concezione che parta da soluzioni come la predominanza del civile sul militare e l’allargamento della discussione anche alle OSC, è compito degli stati membri abbandonare la concezione intergovernativa dell’Unione Europea e concedere margini di sopranazionalità, per una politica estera che faccia costante riferimento al contesto legislativo internazionale sui diritti umani, utilizzando strumenti di soft power. Il 2 luglio il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha inaugurato il Semestre Europeo con un discorso al Parlamento Europeo, rimarcando proprio fattori chiave come una maggior trasparenza e democratizzazione delle istituzioni europee e una politica estera comune maggiormente incisiva e sopranazionale. In questo senso, purtroppo constatiamo con la crisi che si sta vivendo a Gaza in queste settimane, che l’immobilismo europeo rimane tale, data l’astensione della maggior parte dei Paesi europei per la votazione al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Umani per l’avvio di un indagine sui crimini perpetrati. Infine, dovrebbe essere compito delle OSC esercitare lobby presso le istituzioni europee, intensificando la propria presenza e pretendendo un maggior rispetto degli strumenti che permettano una prevenzione e risoluzione dei conflitti più pacifica, in linea con il diritto internazionale dei diritti umani.

1 Slijper, F. Guns, Debt and Corruption, 2013.

2 Mascia, M. “Obiettivo Sicurezza Umana per la Politica Estera dell’Unione Europea”, CLEUP, 2010.

 

PER APPROFONDIRE:

  • Mascia, M. “Obiettivo Sicurezza Umana per la Politica Estera dell’Unione Europea”, CLEUP, 2010.
  • Defending Europe: An Introduction to and critique of the militarization of the European Union, QCEA Background Paper, 2013.
  • Dichiarazione Schuman è reperibile qui.
  • Portale del Semestre europeo: italia2014.eu.
  • Discorso di Matteo Renzi al Parlamento Europeo, 2 luglio 2014: qui
  • Relazione sulla votazione al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite per stabilire un’indagine: qui
  • Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite: qui

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

RUBRICHE

c’era una volta… e ora?

Daniele Lugli di Daniele Lugli


Anniversari »

Politicamente scorretto

Mao Valpiana di Mao Valpiana


Ad un mese dalla Perugia-Assisi »

La domenica della nonviolenza

Peppe Sini di Peppe Sini


L'ora. 4 novembre 2018 »

PASSI : dalla Sardegna e oltre...

Carlo Bellisai di Carlo Bellisai


Rinnovare la marcia Sarda della Pace »

"Si scrive Scuola Pubblica, si legge Democrazia"

Mauro Presini di Mauro Presini


Quanto pesano certe parole? »

"Nonviolenza: la via della Pace"

Enrico Peyretti di Enrico Peyretti


Recensione: Un cristianesimo non innocente »

Sforzi di Pace

Fabrizio Bettini di Fabrizio Bettini


Pazzi e bugiardi »