Il tappeto afgano

Il tappeto afgano

“Lei prima ha raccontato come è arrivato in Italia e volevo dirle che la ammiro un sacco, io non ce l’avrei mai fatta”.
“Anche io l’avrei detto. Sai quando ce la fai? Quando ti capita”.

Il dialogo si svolge al Liceo “G. Carducci” di Ferrara e l’arrivo in Italia è quello di Gholam Najafi, a Venezia a 16 anni dopo 6 di viaggio e di lavoro per pagarsi il viaggio, unica possibilità di scappare dalla guerra in Afghanistan. Gli ultimi tre giorni li ha passati sotto un camion senza acqua né cibo, con la fortuna della pioggia per bere.

In questo scambio di battute siamo in pochi. Fino a un attimo prima un centinaio abbondante di ragazzi ha incontrato questo fratello maggiore non ancora trentenne che ha conosciuto lo sfruttamento minorile, la povertà, la solitudine, l’analfabetismo, la morte del padre e la distanza dalla madre, e ora è un giovane uomo con una laurea specialistica, due libri per la casa editrice la meridiana, tre o quattro lavori per pagarsi da vivere e non ancora la cittadinanza italiana.

“Ti rifiutano la cittadinanza, perché?”, domando incredula. “La burocrazia”, mi risponde. “Mi mancano dei certificati di nascita, il mio, quello di mio padre. Nel mio paese non si va all’anagrafe quando nasce un bambino, si scrive in fondo al Corano o a un altro libro sacro che sarà sempre custodito, ma qui non vale. Io non so qual è il mio compleanno, ho scelto il giorno del mio arrivo in Italia”.

Proprio di una seconda nascita si tratta. Lo è simbolicamente, con Gholam che finalmente in piedi sulle sue gambe estrae gli abiti puliti che ha preparato per fare bella figura con chi incontrerà, e anche mentalmente si prepara a dare il meglio di sé, a raccogliere il meglio dagli altri. Tra le sue fortune, che potremmo pensare dovute ad ogni ragazzo ma non lo sono affatto, c’è una buona accoglienza in comunità e poi in famiglia, che lui ora chiama “la mia famiglia italiana”, unita alla possibilità di studiare con insegnanti che hanno creduto in lui, riconosciuto le sue capacità e alimentato la sua volontà.

Per me che lo accompagno nel breve soggiorno ferrarese ogni possibilità di ascoltarlo è una scoperta. Intanto perché Gholam, quando parla di sé, rammenta ogni volta episodi o dettagli che mancavano all’incontro precedente. Succede, a tanti conferenzieri specializzati su un tema, di affinare i loro discorsi e ripeterli uguali un po’ dappertutto. Gholam no, racconta ogni volta, anche scavalcando le domande se altrove lo guida il filo dei pensieri. Sembra quasi che l’occasione di qualcuno che lo sta a sentire sia un di più utile anche a lui per muoversi in ampiezza e in profondità tra riflessioni e ricordi. I suoi testi ne sono pieni. Più palesemente “Il mio Afghanistan” dove racconta il suo viaggio ma, scopriamo, forse ancor più “Il tappeto afgano”, dedicato alle donne del suo paese e in ultimo alla madre, alla sua infanzia.

“Le donne sono la felicità, non potrei mai vivere senza” dichiara pieno di candore. Quelle che in Afghanistan lo hanno accompagnato nei primi 10 anni di vita rappresentano la cura, il nutrimento, il racconto, la protezione. Le scorgiamo in filigrana mentre descrive la vita familiare, la scuola, la pastorizia, la ritualità.

“Il tappeto afgano è una bella immagine perché ricorda l’intreccio delle nostre vite, e la foto che la mia casa editrice ha scelto per la copertina è molto bella perché ci sono due mani di donna e per me è come fossero le mani di mia madre”, E poi: “Non sono capace di inventare storie. Quando scrivo racconto quello che ho visto con i miei occhi”.

Storie di donne con una forza interiore non comune e una gabbia assoluta nella quale adattarsi o morire. “Lo sai, una donna non è niente senza un uomo”, sussurrano le madri, le nonne alle piccole protagoniste dei suoi racconti. A sentirle tratteggiare con quella dolcezza, la bambina che la mamma traveste da uomo per darle più libertà e farla lavorare nei campi come un ragazzo o la giovane che rifiuta il matrimonio combinato sembrano le protagoniste di altrettante fiabe. Il ritmo della narrazione e la ritualità sostengono questa sensazione. Ma ahimè, non c’è un principe azzurro o una fata buona a risolvere le sorti di queste fanciulle disperate, che in più di un’occasione agognano il suicidio come unica via per riaffermare la propria libertà. Non sono favole ma la quotidianità di tante bambine che a 9 anni sono grandi abbastanza per andare spose e a 20, se non ancora maritate, di sicuro nascondono un guasto da qualche parte e forse solo un vecchio le prenderà con sé. Roba che io, nata e cresciuta da quest’altra parte del mondo che pure non è immune da storture, sospiro per il sollievo di poter scegliere ogni mattina come andrà la giornata.

In Gholam il materiale narrativo vuole essere raccontato, lui stesso si riconosce questo compito che è quello dei sopravvissuti. Nella sua famiglia, nel suo villaggio, durante il cammino tanti non ce l’hanno fatta, lui sé e si sente in dovere di raccontare. Agli studenti che domandano sui prossimi libri risponde “ogni volta che finisco di scrivere penso di non avere più niente da dire”, ma poi “sto pensando a un romanzo breve, a una prosecuzione del libro “Il mio Afghanistan” per raccontare come mi sono integrato, e a una prosecuzione del “Tappeto afgano” con altri racconti”.

Le storie non gli mancano, né l’amore per le parole e un’aspirazione profonda alla poesia. Commovente sentirsi restituire da questo giovane dal volto straniero la complessità di Pirandello o la pulizia Leopardi, l’acume di Sciascia e l’esattezza di Calvino. Come in auto, mentre lo accompagno a scuola: “Chissà se questi ragazzi capiscono il privilegio di studiare le poesie di Carducci in una scuola che porta il suo nome”.

Scoppio a ridere. Potrei sbagliarmi, Gholam, ma ho paura di no.

 

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