Kathmandu, Kathmandu … Kathmandu

Kathmandu, Kathmandu … Kathmandu

Gianluca Luraschi, amico della nonviolenza, scrive per noi del suo rapporto con Kathmandu e il Nepal…

Kathmandu non è il Nepal, come Roma non è l’Italia e Parigi non è la Francia. Il Nepal per me sono le montagne, Kathmandu è… Kathmandu.

A me Kathmandu ricorda la ruota della vecchia Mercedes Benz mentre Bentivoglio ed Abatantuono stanno viaggiando in “Turne‘”, ma soprattutto Kathmandu a me ricorda Sarajevo.

A Sarajevo sono coesistite tre etnie, pacificamente, per secoli: i bosniaci (musulmani), i serbi (ortodossi), e i croati (cattolici). Sarajevo ha rappresentato un esempio di coesistenza, purtroppo distrutto dall’artiglieria serba agli inizi degli anni novanta.

In Nepal sono censiti ufficialmente più di 100 gruppi etnici. I famosi sherpa sono tra i meno popolosi. I newar, i tamang, i tibetani e gli stessi sherpa differiscono considerevolmente per lo stile di vita, l’abbigliamento ed i riti religiosi. A Kathmandu i gruppi etnici vivono vicini, molto vicini.

Nel Nepal, a seconda della provienenza, si parla il Maithili, Bhojpuri, Tharu, Avadhi, Rajbanshi, Hindi, Urdu, Tamang, Nepal Bhasa (Newari), Magar, Rai/Kiranti, Gurung, Limbu, Bhote/Sherpa, Sunuwar, Danuwar, Thakali, Satar, Santhal ed altre lingue minori. Un tamang ed un newari non si capiscono se parlano le proprie lingue. A Kathmandu tutti devono parlare nepalese.

Nima, il tizio nepalese che ci ha aiutato ad organizzare il trekking all’Everest BaseCamp ci ha detto che un tempo, quando lui era giovane (30 anni fa), eri conosciuto in base alla famiglia alla quale appartenevi, adesso è meno importante. Tutto si fonde, tutto si mischia, e paradossalmente tutto s’acutizza.

In Nepal si va dagli 80 mt vicino alle rive del Gange agli 8848 mt del monte Everest in soli 147,181 km2. Quindi, sebbene di dimensioni piccole, questo paese offre casa a diverse etnie, religioni, tradizioni, culture. A Kathmandu è tutto concentrato a 1.300 mt.

Lo stipendio mensile di un nepalese è di circa 400 dollari al mese. Circa 5000 dollari all’anno è lo stipendio di uno sherpa. Gli sherpa lavorano per le spedizioni alpinistiche per 5 mesi all’anno, due in primavera e tre in autunno. Il lavoro degli sherpa sull’Everest consiste nell’attrezzare la via di salita e preparare, oltre al campo base, i campi 1, 2, 3 e 4, in modo che gli “scalatori” trovino tutto pronto al loro arrivo. A seguito dei fatti del 18 aprile 2014, in cui 16 sherpa sono morti sulla cascata di ghiaccio del Khumbu, travolti da una valanga mentre assicuravano le corde tra il campo base e il campo1, gli sherpa sono scesi a Kathmandu per rivendicare nuovi, e più robusti diritti. Come per esempio quello d’incrementare l’indennità in caso di morte: era di 7.000 dollari adesso è diventata di 10.000 dollari, in pratica poco più di due anni d’aiuti economici alla famiglia in caso di morte della fonte di reddito.

Ciò che però fa “sorridere, a denti stretti, i non sherpa, è che tra le rivendicazioni c’è stata anche quella di 3 seggi del parlamento d’assegnare a rappresentanti sherpa. Inquietanti segnali di una convivenza che potrebbe risultare difficile.

Dal 2006 il Nepal ha sancito la fine dell’unico Stato fondato sulla religione induista. Oggi il Nepal è uno stato laico. Potere politico e religioso sono distinti. Ciò nonostante la componente spirituale è importante, fondamentale, se si vuol tentare di capire questo paese.

A Kathmandu le religioni sono un casino. Ci sono i buddisti e gli induisti che s’intrecciano e in alcuni casi si mischiano come a Swayambhunath (il tempio delle scimmie), dove il tempio buddista è di fianco a quello induista, e i riti si mischiano come le raffigurazioni.

Anche se la maggioranza della popolazione professa l’Induismo (80%), il Buddismo è l’altra religione importante (10%), in particolare è la religione della corrente tibetana Vajrayana. Il Nepal del nord ha subito molto l’influsso e l’immigrazione dal Tibet, in particolare a seguito della repressione cinese. A Kathmandu quando cambi via, o piazza, passi da un tempio Buddista dove si rullano i cilindri dei mantra, ad uno induista dove si fanno le puja. Comunque entrambi purificano l’anima.

Nima è sherpa, quindi buddista, e ci dice che in un piccolo paese nei pressi di Kathmandu recentemente la comunità buddista ha chiesto d’erigere un tempio, gli induisti si sono opposti. Un po’ come a Cantù, nella ricca Brianza, dove i musulmani trovano la resistenza dei cattolici che scoprono la loro dimensione religiosa quando diventa una questione politica, di presunti diritti. Paese che vai, difficoltà a superare le diversità che trovi.

Nima ci spiega che non c’è niente di magico nella convivenza tra buddismo e induismo, è semplicemente una questione geografica. Il buddismo sta in montagna, l’induismo sulle rive dei fiumi, quindi a valle. Fin che si rispetta la geografia non c’è problema. Beni, una collega di Nima, ci tiene a sottolineare che è la politica a creare i problemi, la gente, anzi, le genti possono coesistere pacificamente.

La comunità musulmana è in crescita, la si stima intorno al 5% della popolazione. Beni ci rassicura che i buddisti e gli induisti sono pronti ad includere le feste di rito islamico nel calendario nepalese, ma poi sottovoce precisa che i musulmani, come i cristiani, non sono geograficamente definiti. Li si trova in montagna come sulle rive dei fiumi.

Tra le cose da visitare a Kathmandu c’è il tempio di Pashupatinat, dove quotidianamente, a tutte le ore, si assiste al rito funebre induista della cremazione sulle rive del Bagmati, fiume sacro per gli indù nepalesi. Fa impressione, per i colori, per i sadhu, per la cerimonia. L’induismo è così lontano dalle usanze occidentali, così incomprensibile. Quello che sconvolge è la miscela. La miscela tra animali/uomini, igiene/ascetismo, folclore/purezza, musica/silenzio, pubblico/privato. Nel tempio indù ci sono mucche che girano libere. Le mucche sono magre, sporche, e si nutrono della spazzatura. La difficoltà a comprendere questo mondo per un occidentale può essere descritta con il paradosso svizzero: sebbene la mucca da queste parti, in Nepal, sia un animale sacro, se io fossi una mucca non avrei dubbi, certo di finire prima o poi sul tavolo di qualche macellaio, preferirei passare i giorni della mia vita in qualche alpeggio in Svizzera.

Salendo all’Everest BaseCamp, ho assistito, nel monastero buddista di Tengboche, a 3800 mt, alla cerimonia del pomeriggio: 2 ore nelle quali i monaci hanno cantato, suonato e proclamato litanie, tutto questo rigorosamente seduti nella posizione del loto.

Buddismo ed induismo hanno la stessa origine, ma fanno riferimento a mondi diversi, e si proiettano sulla società in modo completamente diverso, un esempio per tutti: nel buddismo non ci sono le caste. A Kathmandu buddismo ed induismo si mischiano, pur mantenendo le differenze.

Kathmandu ti entra nelle orecchie, con i clacson, nei polmoni, con lo smog, negli occhi, con i colori dei vestiti e delle spezie. Ci sono tre cose che suggerirei di fare a Kathmandu, intendo fuori dai doveri del turista:

  1. Bere i lassi in piazza Pote Bazaar.
  2. Fare una corsa con un bus di linea.
  3. Perdersi nel quartiere a sud di Durbar Square.

1. Quando mi sono messo in fila per bere il lassi con i locali a Pote Baazar, il tizio che lo vendeva, sorridendo, con un vistoso incisivo d’oro, quindi un tipo ¨brillante¨, mi ha chiesto: “How far is your hotel?”. Finito di bere questo nettare, ha aggiunto “Run! Run!”. Sono tornato a bere il nettare dal tizio brillante ogni volta che potevo.

2. Bhaktapur è una città ad un’ora di bus da Kathmandu. Meravigliosa, da starci una notte. Ogni bus di linea è gestito da un autista pazzo, e da un ragazzino che sta sulla porta d’ingresso a riscuotere soldi, gridare contro gli altri automobilisti, far salire le persone alle fermate. Nel viaggio di ritorno il ragazzino non aveva più di 10 anni, con gli occhi svegli e furbi di chi si deve arrangiare sin da piccolo.

3.Perdersi nei quartieri malfamati è un dovere di ogni viaggio che si rispetti. Se vuoi capire un posto devi andare dove la gente vive veramente. Così è stato in ogni città che ho visitato. A Kathmandu ho camminato per un paio d’ore senza parlare, registrando nella memoria immagini di una vita impossibile, tra miseria e sporcizia. Mentre camminavamo i bambini sorridendo ci prendevano le mani per accompagnarci per un tratto di strada, in cambio volevano una caramella o semplicemente un saluto. Uno di loro ha chiesto di comprargli un vocabolario nepalese/inglese, glielo abbiamo comprato. Io, certo che lo avrebbe riveduto dopo qualche minuto, Chiara, convinta che lo avrebbe usato per imparare l’inglese. Poco importa, in entrambi i casi è stato utile ad una causa importante. Sono seduto su una poltrona sfondata in un caffè a vicino a Durbar Square a Kathmandu, ho ordinato un te’ al ginger, mentre riordino gli appunti di un viaggio che ci ha permesso di camminare per 14 giorni nella valle del Khumbu, fino ad arrivare all’Everest BaseCamp (#glueverest). Sto provando a contare quante tazze di te’ ho bevuto in questo viaggio, impossibile. Il te’ al ginger sta al Nepal come quello alla menta sta al Marocco. Guardo dal vetro del caffe’ e vedo il casino di questa città. Viviamo un’epoca dove tutto si mischia, si confonde, si miscela. Kathmandu rappresenta una delle tante miscele di questo mondo, patrimonio dell’umanità che dovremmo imparare a preservare, prima che, come Sarajevo, la diversità diventi disuguaglianza.

Gianluca Luraschi

foto tratta da travelgrove.com

  1. ciao son stefano e vivo in nepal da diversi anni e son amico di nima son ticinese volevo chiedere solo come mai dici che i nepalesi guadagnano 400 us al mese ma chi li guadagna scusa?

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