La pandemia e quel dolore inesauribile

La pandemia e quel dolore inesauribile

Vicino a casa incrocio una mia conoscenza:
“Tutto bene?” – Dico io aggiungendo – “A casa tutti bene?”.

Non ho tutta questa gran confidenza con lei ma tempo fa mi aveva parlato a lungo della sua preoccupazione per il Covid 19 e anche della sua preoccupazione per il genitore anziano.

E quasi mi stavo defilando dopo il:
“Sì tutto bene, grazie”
e aggiunge
“A casa no, non va tutto bene, è morto mio padre.”

A quel punto rimango esterrefatto e fermo la mia corsa.

Mi parla di un ricovero improvviso, più di due mesi fa, del padre e di quanto abbia fatto in fretta la malattia del Covid 19 ad aggredirlo e che dopo due giorni l’hanno intubato e poi è morto.
Neanche il tempo di metabolizzare che stava male che subito se n’è andato. Uno strappo violento che lacera l’anima – così me lo trasmette – da sentirlo come ingiusto, ingiustificato.

L’ha preso in ospedale per una visita precedente che non c’entrava nulla con il covid? Forse…non si sa…però si insinua il dubbio e assieme a questo, i sensi di colpa laceranti anche questi. Cosa avrei potuto fare per salvarlo?

Ad ogni modo ne rimane l’unica traccia di un destino ineluttabile.

Da una vita normale fatta di piccole cose a una vita che non c’è più.
Quest’uomo anziano che avendo perso la moglie tempo addietro, andava a visitare la figlia nel suo luogo di lavoro e che alla sera raccontava per telefono a lei cosa aveva mangiato…
Una vita semplice, fatta di piccole cose, cadenzate ogni giorno, ma che questa bastava a mantenere una relazione più che mai viva con la figlia.

Rimango avviluppato dal suo racconto, mi rattristo e a tratti quasi mi manca il fiato.
Mi commuove questa vicenda e sono attratto come a un bambino al quale si racconta un qualcosa di altri tempi, come si raccontava della guerra e tu rimanevi stupefatto della violenza in un susseguirsi di vicende.

E invece capita proprio a Faenza, sul finire del 2020, non in altri secoli dove avvenivano le cose più cruente come le carestie, le pesti e le guerre.
Provo a dire a lei che non è la sola a subire questa tragedia e che in Italia sono in tanti ad avere la stessa esperienza.
Ma presto mi accorgo che la tesi è debole e non può affatto alleviarle il suo dolore.

Cosa le si può dire di fronte a un avvenimento di così inaudita violenza. Nulla.

Posso solo ascoltarla e rimanere attonito, perché di fronte all’incomprensione della realtà: “Non mi capacito di non vederlo più”
“Ogni notte mi sogno mio padre”
E poi:
“Volevamo portare un vestito nuovo quando è morto ma hanno detto di no e noi non l’abbiamo potuto neanche vederlo dentro la bara. L’hanno messo in un sacco di plastica e poi chiusa la bara”.

La cura e la vicinanza dei propri cari a chi sta morendo è stato sempre un capisaldo comportamentale fino agli albori dell’umanità.
Non eravamo preparati a tutto questo e a tutt’oggi non abbiamo ancora pensato alle ricadute sociali di quello che sta avvenendo nelle famiglie.

Al momento rimane solo lo strazio inconsolabile di chi ha perso una persona amata. Nulla più.

Foto da Notizie.it
Addio a Rosa, la donna di 74 anni che la ritraeva in ospedale abbracciata al marito Giorgio con cui è stata sposata per 52 anni.

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