La peste bruna

La peste bruna

“Certo la propaganda nazionalsocialista è primitiva.
Ma il pensiero del popolo è primitivo”
Goebbels

Le parole e la peste

Una lettera del Mulino annuncia l’uscita di “L’Europa allo specchio. Identità, cittadinanza, diritti” e anticipa un brano di un capitolo affidato a Roberto Escobar, “Le parole e la peste. Cronaca della nostra indifferenza e delle nostre paure”. Ne riprendo un frammento. “Dato il loro flusso che sembra inarrestabile – che come inarrestabile è raccontato dalle televisioni, sui giornali, in rete –, dato questo flusso, si può comprendere che nell’immaginario diffuso accogliere i profughi, e in genere i poveri che migrano, paia impossibile, non solo difficile… Come può accadere che si infierisca in buona coscienza, o in buona coscienza si lasci infierire, pronti a ripagare la crudeltà con il voto? Come può accadere che la peste dell’indifferenza e dell’odio abbia contagiato e contagi un intero continente, accumulando morte morale, e spesso materiale?”. Sappiamo che è peste dell’indifferenza e dell’odio. Sappiamo anche dove ci colpisce.

Peste cerebrale

L’ha diagnosticata con sicurezza Karl Kraus a Vienna senza bisogno di attendere l’Anschluss. È morto prima. Già nel ’33, nell’anno di Hitler, le cose gli erano chiare. Ha spento “Die Fackel”, la fiaccola, che aveva illuminato le menti fin dal 1899. La sua voce straordinaria tace. Lo annuncia con una poesia. “Non si domandi / che cosa ho fatto in tutto questo tempo / Io resto muto / e non dico perché. / E vi è il silenzio / mentre la terra faceva fragore / non una parola che abbia colto il segno / si parla soltanto dal sonno / e si sogna un sole che ha sorriso. / La cosa passa / e dopo tutto è eguale / la parola si è addormentata / quando quel mondo si è risvegliato”. Il motto “Risvegliati Germania!” riduce al silenzio ogni parola umana. Così ne “La terza notte di Valpurga”, pubblicata postuma, “Lo stupore davanti all’innovazione, che con la forza elementare di una peste cerebrale distrugge concetti fondamentali, quasi già fossero all’opera le bombe batteriche della guerra aerea progredita – potrebbe questo stupore incoraggiare l’ammutolito, che ora vede quale aspetto ha il mondo che si è preso in parola? (…) Si compie il tramonto del mondo”.

Peste bruna

Lo scrivono, nei diari Klaus Mann, e Daniel Guérin nei suoi reportage. L’inquieto figlio di Thomas Mann assiste all’irresistibile ascesa e al tradimento di persone amiche. “La peste bruna. Diari 1931-1935” non l’ho letto. So dell’attività politica e letteraria di Klaus Mann, della sua emigrazione negli Stati Uniti, della sua annotazione nei diari: “La Germania mi era divenuta estranea e io ero uno straniero in Germania prima ancora di essermi definitivamente staccato da lei”. Meglio conosco l’opera di Guérin. Ho letto a suo tempo “La peste bruna” edito da Giorgio Bertani. Apprendo ora della morte del piccolo coraggioso editore, avvenuta nel 2019. Ho l’impressione di averlo incontrato l’ultima volta a Verona un paio d’anni prima. Abbiamo parlato di pace e nonviolenza. Ho rifatto i conti: saranno stati sette anni prima. Non rintraccio il libro: dovrebbe essere vicino a “Fascismo e gran capitale”, sempre di Guérin. Ne avevo una vecchia edizione. Nessuno dei due ritrovo. Un regalo del web è l’edizione originale del 1933, gratuita, in francese. Leggo con attenzione maggiore di quella dedicata all’edizione italiana. Però questa era più completa. Se ben ricordo comprendeva i due viaggi in Germania, quello a piedi del 1932 e quello in bicicletta dell’anno dopo. In pdf c’è solo il secondo.

La peste brune a passé par la…

A fine agosto del ’32, zaino in spalla, a piedi, il ventottenne Guérin, socialista libertario, intraprende un viaggio in Germania. Le sue tappe sono negli alberghi della gioventù. E molti giovani incontra, spesso appena adolescenti. Sono impegnati politicamente e già duramente contrapposti. Nota la presa del nazionalsocialismo sui più giovani come risposta al loro bisogno di azione, l’efficacia del linguaggio demagogico e rivoluzionario in difesa, in realtà, delle classi privilegiate. Incontra militanti della sinistra. Intravvede una possibile unità. La situazione è ancora in bilico. Al suo ritorno in bicicletta, aprile e maggio dell’anno seguente, tutto è già deciso. Traduco l’attacco del libro.

“A poche centinaia di chilometri da qui, uomini come noi si spostano in un altro mondo, un mondo chiuso, dove niente di ciò che costituisce le nostre abitudini, di pensare, di sentire, di combattere è più permesso. L’anno scorso, avvertendo la catastrofe, ho voluto conoscere questa Germania socialista e rivoluzionaria, oggi calpestata, assassinata. Quando chiudo gli occhi, rivedo queste grandi folle di lavoratori, ardenti e disciplinati, queste Case del Popolo così belle – troppo belle; sento queste canzoni maschili della gioventù proletaria; penso a quel lento e sicuro movimento verso l’unità di azione che, nel profondo, stava conquistando le masse… La peste bruna c’è passata”. Una speranza ha Guérin poiché i “piccoli gruppi di militanti sicuri, dimentichi degli scontri fratricidi continuano la lotta. Ci accoglieranno con questa semplice frase: Siamo rimasti quello che eravamo”. Non sarà così. È un libro che merita di essere letto con attenzione, non solo volta alla conoscenza storica.

Guérin ci parla dei “fiori dell’odio” e inutilmente chiede: “Come 650mila ebrei potevano privare del lavoro 65 milioni di tedeschi?”. I fiori dell’odio li vediamo spuntare e inutilmente poniamo la nostra domanda, molto simile.

Le parole della peste

Torno da dove ho iniziato: alle parole e al loro rapporto con la peste. Un libro potrebbe aiutare. Sarà mia prossima lettura, “LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo” di Victor Klemperer. LTI cioè Lingua Tertii Imperii. Il filologo – privato del lavoro universitario e nelle difficili condizioni di vita: solo la moglie ariana lo salva dal campo di concentramento – documenta accuratamente il progressivo avvelenamento della lingua comune. Si comincia dal lessico sempre più povero, monotono, ripetitivo. Tutto deve diventare semplice, comunicare direttamente alla pancia, senza passare per il cervello. Niente ragionamenti, ma appelli, ordini, esecrazioni. Quel che serve ad alimentare il fanatismo. Vi sono vocaboli ossessivamente ripetuti, popolo (Volk) ad esempio. Anche questo mi appare molto attuale. Familiare direi. Così pure rileva il modo in cui questa lingua è usata. Lo sanno i leader nostrani. Come già Hitler, e prima Mussolini, non parlano: recitano, urlano. Bisogna sapere rispondere. Senza questo l’odio dilagherà senza fermarsi alle parole, che pure già feriscono.

Un piccolo contributo abbiamo provato a dare con un numero, settembre – ottobre 2020, di Azione nonviolenta, “Parole e atti d’odio”. Chiedetelo alla redazione. Magari poi vi abbonate.

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