Le occasioni perdute del non ascolto

Le occasioni perdute del non ascolto

“Adesso va meglio, non faccio più tanto casino”. Bene. “L’ultima nota l’ho presa stamattina ma non era colpa mia”.

Alessio ha da poco compiuto 14 anni. In questo breve tempo, e fortunatamente prima del compleanno, ha fatto in tempo a sommare già parecchie denunce per furti, rapine, risse compiute insieme ai suoi amici che rappresentano per lui una seconda famiglia. Uno dei problemi è il mancato aggancio con la scuola. Che cosa è successo stamattina?

Alla fine dell’intervallo, invece di rientrare in classe, sono andato a cercare la vicepreside perché avevo bisogno di parlare con lei. Siccome non c’era mi sono fermato nell’atrio centrale vicino ai bidelli ad aspettarla. È arrivata la prof e ha cominciato a urlarmi contro, le ho risposto male, mi ha portato dalla preside e si è messa a urlare anche lei, “Sono stufa di te e di tutti i tuoi amici”, allora io ho preso un libro che stava sulla cattedra e l’ho buttato per terra.

Mah, se provo a mettermi nei tuoi panni e mi immagino tutta la situazione, fossi io Alessio, penso che mi sentirei molto male per quello che è successo, mi sentirei una vittima, perché tu eri lì nell’atrio per una cosa del tutto legittima e non ti hanno dato neanche il tempo di spiegarlo.

Sì, è così.

Proviamo a immaginare delle alternative. Prima di cominciare a urlare la prof avrebbe potuto chiederti “Perché non sei in classe?”, tu lo avresti spiegato, e a quel punto avrebbe potuto dire “Va bene, ma se tra dieci minuti la vicepreside non è arrivata torna in classe”, oppure “Stiamo spiegando un argomento importante, rientra, la cerchi dopo”.

Beh, questo l’avrei accettato.

Già. Ma se la sua reazione è stata diversa e non ti ha dato neanche il tempo di parlare, ho idea che sia molto esasperata per tante cose che sono successe in passato e di cui magari sei responsabile.

Effettivamente sì.

Io lo so e lui sa che lo so, che una sera con altri è entrato a scuola di nascosto a far danni, che spaventa i più piccoli “facendo il grosso”, che si aggrega ai più scalmanati della classe per impedire la lezione…

Per quanto irragionevole e intermittente possa sembrare, riscontro ogni volta un acuto senso di giustizia calpestata in questi adolescenti che qualche volta il tribunale per i minorenni incontra non in quanto autori di reato (in altri momenti il punto è proprio quello) ma perché “troppo vivaci”, come amava dire il mio primo presidente o, nel linguaggio delle scienze sociali, come “ragazzi a rischio”. Nella somma di tutti i non ascolti matura la rabbia, l’opposizione, e insieme la ricerca di un luogo alieno agli adulti nel quale rifugiarsi e da cui ripartire. Generalmente questo luogo è il gruppo, la compagnia.

Ci tengo ai miei amici, più che a qualsiasi altra cosa. L’ho già detto ai miei, lo dico anche qui, non chiedetemi di lasciare i miei amici perché non voglio, ci tengo troppo. Ho capito però che non devo più fare tanto casino, anche con loro. Una volta abbiamo fatto una cosa, un furto di biciclette, non ci hanno beccato e l’abbiamo rifatto. Stavolta era un motorino e ci hanno fermato, ci hanno dato “furto con scasso” perché avevamo rotto l’accensione (è una cosa grave il furto con scasso), me mi hanno portato via i carabinieri sulla loro macchina con le manette ai polsi.

Non so perché, ho l’impressione che tu me lo dica quasi con orgoglio.

Mah… All’inizio forse sì, mi sentivo anche orgoglioso, però a ripensarci non è proprio una bella cosa. Cioè, è un rischio.

Io non lo so se devo prenderle sul serio, le manette a questo grillino, ai tempi ancora tredicenne. Spero che esageri ma non so, non c’ero, non conosco la situazione. È proprio un bambino Alessio, un bambino funambolo su un filo molto sottile, a ogni passo potrebbe sbilanciarsi e cadere giù. Intendiamoci è giovanissimo, non mi spingo a dire che tutto si gioca adesso, chissà quante altre volte cambierà direzione, ma ho veramente paura che la seduzione di affermarsi con lo scudo della devianza abbia la meglio, ad esempio, sul dispiacere che pure riconosce in faccia ai suoi genitori, persone mediamente attente, con le loro vite di cinquantenni mediamente scompaginati e un po’ strapazzati dalla vita ma non eccessivamente autoritari e neppure troppo lassisti o distratti o incapaci.

Alla fine Alessio mi stringe la mano e si sente adulto mentre mi ringrazia, “Parlando con lei ho capito cose che prima non avevo capito. Ci vediamo ancora?”.

La risposta deve essere negativa, un conto è interpretare una giustizia che ascolta e aiuta a ragionare, un altro è sviluppare un dialogo continuativo con un ragazzo la qual cosa spetta, semmai, agli educatori, agli insegnanti, agli psicologi, agli allenatori… – oltre che, naturalmente, ai genitori, ma in certe fasi sono i meno adatti. Perciò lo ringrazio anche io con un sorriso, gli dico che aspetto sue notizie dagli operatori, il discorso iniziato qui oggi proseguirà con loro.

Mentre si avvia all’uscita ripenso a quell’incontro nell’atrio, a quante occasioni ci giochiamo scavalcando l’ascolto, se l’ideazione di ciò che ci amareggia o ci fa paura prende il sopravvento sulla disponibilità a conoscere le cose dal punto di vista dell’altro. Può essere rimediabile – se alla base della relazione c’è fiducia, c’è spazio – ma per quelli come Alessio può anche rappresentare una spintarella in più verso una china pericolosa.

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