L’epoca umana

L’epoca umana

Le epoche geologiche non durano più come una volta. Credevamo di stare nell’Olocene (ὅλος καινός: assolutamente recente), cominciata poco più di 11 mila anni. Un’inezia in geologia.

Invece negli ultimi secoli, decenni, anni, mesi giorni, ore abbiamo fatto il disastro e ci siamo intestati l’epoca: Antropocene.

Consumiamo tutto quanto, vivente e no, e produciamo oggetti a un ritmo crescente. Già ora la Terra è artificiale. La natura è residuale. Ci sono più manufatti artificiali che esseri viventi. Pesano già di più. Solo la plastica (8 miliardi di tonnellate) pesa il doppio di tutti gli animali presi assieme. A una diversa Epoca umana, a un’altra Antropocene pensava Capitini. Qualche citazione come puro invito alla lettura.

Fin dai suoi primi scritti Capitini si pone il tema della relazione uomo-natura e il compito di migliorarla. Elementi di un’esperienza religiosa, 1937: “La concezione per cui tutto si collega, il cadere di un fiume, un’officina elettrica, un treno che corre, una catasta di legname, e la natura unita alla tecnica è tutta una sola cosa, un perenne lavoro, si integra e si eleva nella concezione che ogni affermazione è lavoro, è esprimersi, è personalizzarsi: attraverso l’affermazione, attraverso l’espressione, l’atto nobilita tutti”.

Alla base è il rispetto nonviolento. Atti della presenza aperta, 1943: “E non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge”. Così pure l’umanizzazione, storicizzazione della natura. Prime idee di orientamento,1944: “Del resto guardate quello che avviene nel modo di concepire la natura. La natura noi la umanizziamo, la tiriamo dentro la storia. Nella più autentica tradizione europea il sentimento della natura non prende una forma tumultuosa e oltreumana: la giungla, il polo, il deserto ci sembrano meno armonici”.

Lo scrupolo nonviolento si può spingere oltre. Il problema religioso attuale, 1948; “Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva può essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade. Può darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico…”.

Non che la natura sia in sé buona. Colloquio corale, 1955: “Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti”. Va trasformata dunque, resa migliore. Religione aperta, 1955: “la realtà dei fatti, dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, dove pare che la morte chiuda l’essere, e dove il peccato chiude la persona, non merita di crescere eterna, anzi mi apro a che si trasformi. Che ceda, e renda possibile quella prima e vera e autentica realtà di tutti”.

È compito delle donne e degli uomini persuasi della nonviolenza. Rivoluzione aperta,1956: “Trasformiamo i nostri animi usando mezzi nonviolenti verso tutti; e questo amore e sacrificio ci dà la garanzia che ciò che non potremo cambiare noi con le nostre forze umane, sarà cambiato dal futuro, dall’infinito, dalla natura dalla storia, da Dio (secondo le varie fedi: qui non importa; ciò che conta è questa apertura oltre le nostre forze attuali, in nome dell’amorevolezza per tutti, della rettitudine, della purezza nei valori di cui la coscienza si alimenta). Noi vogliamo, dunque, una trasformazione totale del potere, dell’economia, della natura…”.

L’aiuto invocato, necessario e decisivo viene dalla “compresenza”. La compresenza dei morti e dei viventi, 1966: “così possiamo tracciare qualche schema per l’aggiunta di una realtà liberata, e lo schema che tracciamo è quello di una realtà in cui ogni singolo essere sia un centro autoproduttore in eterno, un’unità che crea una sua realtà adeguata, al posto di una natura unitaria ed esterna, che uccide i singoli e impedisce ai vivi di vedere i morti nel loro far parte della compresenza. Questa natura se ne andrà come una nebbia al sole, anzi facendosi notare anche meno”.

In Omnicrazia: il potere di tutti, 1968, Capitini indica come la nonviolenza possa giungere a liberare dai condizionamenti nei quali viviamo. “L’individuo si trova in gruppi di condizionamenti, che per semplificazione abbiamo ridotto a tre: lo Stato, l’Impresa, la Natura. Egli si sente individuo che lotta là dentro, per migliorare la sua condizione: per esser cittadino con certi diritti garantiti; per essere lavoratore non sfruttato dai proprietari dell’impresa; per mantenere la propria vitalità: tre sforzi continui, che durano finché riescono… Secondo una mentalità, che si è formata nel passato, più difficile si presenta il piano di investire con un’aggiunta la terza ‘istituzione’, il mondo della Natura con i suoi condizionamenti. Qui il compito di agire è affidato al lavoro dell’uomo in generale che trasforma e adegua all’umanità la Natura, e, in particolare e in modo eminente, a persone che impediscono i mali che essa potrebbe produrre nell’individuo, con il suo funzionamento”

L’aggiunta di gran lunga più difficile è dunque quella nei confronti della Natura, non poi così labile come nebbia al sole. “Quella contrapposizione assoluta tra le due posizioni, della compresenza come salvezza degl’individui e della Natura come distruzione degl’individui (che essa produce, secondo il detto leopardiano: «madre in parto ed in voler matrigna»), si attenua se viene visto nella compresenza un dinamismo, alla cui punta estrema sta la trasformazione della Natura ‘secondo la compresenza’. Ciò che si può fare attualmente è anzitutto mantenere questa apertura, e riaffermare sempre la scelta della compresenza come superiore alla Natura, il valore dell’apertura agli esseri di contro al fatto che il pesce grande mangi il pesce piccolo. La persuasione della nonviolenza si rifiuta di accettare come insuperabile l’ordine della Natura, nel quale la vita dell’uno risulti dalla morte dell’altro, e sconnette quest’ordine imprimendo un moto verso un altro ordine, e cercando senza tregua nella Natura stessa esseri individui, da vedere collegati nel nesso della compresenza, allargando questa agli esseri detti ‘subumani’, portando l’amore e il rispetto della vita il più possibile nel profondo della stessa Natura, come esempio, orientamento e speranza che lo spazio e il tempo nulla tolgano al rapporto con ogni essere, che la malattia, la morte, la separazione, siano vinte dall’unità e interdipendenza di tutti”.

Anche a chi non condivide la “persuasione” di Aldo, quindi anche a me, propongo la lettura di Finitudine di Telmo Pievani. La debbo alla segnalazione di Marianella Sclavi. C’è un punto da ricordare, assieme a molti altri. “Anche se ognuno di noi finirà, anche se la vita finirà, anche se la Terra finirà, anche se le galassie si raffredderanno, anche se l’universo in un gran botto finirà, anche se tutto cadrà in una notte perpetua, nulla potrà cancellare il fatto che, in un angolo marginale del cosmo, è esistita una specie in grado di comprendere la propria finitudine e di sentirsi libera di sfidarla”. Io sono lieto di avere conosciuto la mite, peculiare, irriducibile sfida e aggiunta di Aldo Capitini.

Una chiacchierata con Telmo Pievani sul suo nuovo libro…

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