L’Europa che vogliamo – intervista a Paolo Bergamaschi

L’Europa che vogliamo – intervista a Paolo Bergamaschi

Tra poco meno di un mese si terranno le elezioni europee, per avvicinarci a questo importante momento politico pubblichiamo questa intervista a Paolo Bergamaschi, collaboratore presso la Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo e amico della nonviolenza*, a cura di Elena Buccoliero.

Da qualche tempo in Italia si parla molto di Europa, magari per criticare i vincoli economici che ci vengono posti o le interferenze sul piano politico.

L’Italia sta vivendo un periodi di forte crisi le cui ragioni vengono da più voci attribuite all’Unione Europea, alle richieste di austerity, all’ingresso nell’Euro. È forse la prima volta che si sviluppa un dibattito forte, acceso, accanito intorno a questi temi e io lo osservo con soddisfazione: non sempre i modi sono quelli giusti, ma almeno si discuterà. E forse ci sarà la possibilità di approfondire veramente le questioni europee, cosa mai accaduta prima.

Ci troviamo nelle condizioni di scegliere cosa vogliamo fare del processo di integrazione europea. Su scelte così importanti si pensa di scavalcare la politica e consultare direttamente i cittadini. La nostra Costituzione ci impedisce di interpellare i cittadini su questioni internazionali, diversamente da come accade, ad esempio, in Irlanda. È paradossale però quello che sta avvenendo. Chi oggi invoca l’Unione Europea è la gente in piazza in Ucraina. A Kiev ci sono forconi disposti a morire per l’UE e noi qui ci mettiamo contro; la Svizzera è il paese che ha votato più volte sulle questioni europee, pur essendo fuori dall’Unione…

Io non credo nel referendum sull’Euro, certi passaggi si fanno prima di compiere delle scelte e non dopo, ma nei passaggi successivi, se si approfondirà il processo di integrazione europea, non si può prescindere dal fatto che i cittadini abbiano il diritto di esprimersi su che cosa vuol dire essere nell’Unione, su come andare avanti e con quali scelte future.

Quale valutazione daresti sull’Europa, dal punto di vista della difesa e della pace?

Ci diciamo che questa non è l’Europa che vogliamo e abbiamo regione, ma meno male che c’è. Ritengo che l’Unione Europea sia a tutt’oggi il più grande processo di pace della storia dell’umanità. Non ho dubbi in merito. L’Europa oggi è un caposaldo e costituisce un modello per ogni altra forma di aggregazione internazionale.

Perciò il Premio Nobel per la pace all’Unione Europea ha un senso.

Sì, è così. Mi conforta dire che l’UE ha avviato 37 o 38 missioni di sicurezza in giro per il mondo, alcune portate avanti con una discreta efficacia, e tutte – salvo una o due – con il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quindi in un contesto di legalità internazionale osservata e mantenuta. In questo modo l’Europa ha supplito alle insufficienze e alle manchevolezze della comunità internazionale, che non è riuscita dove invece l’UE riesce bene.

Un altro esempio è il processo di allargamento dell’Unione. Pensiamo a come è stato portato avanti il processo di integrazione da quanto è crollato il muro di Berlino, e confrontiamo i Paesi dell’area comunista rimasti fuori dall’Europa con quelli entrati nell’Unione. Guardiamo alla Ex Jugoslavia: portare questi paesi dal comunismo alla democrazia e all’economia di mercato non è un’impresa facile. Dove l’UE si è sobbarcata questo compito il processo si è concluso positivamente. Arrivare ad una Unione a 25 Paesi, oggi a 27 e presto a 28 non è stato facile ed è avvenuto in modo pacifico, nonviolento potremmo dire, cosa che non vale per i Paesi rimasti fuori dall’area Euro. Se ci pensiamo bene, tutti i conflitti esplosi sono avvenuti fuori da questa politica di allargamento. Potrei dire che l’ampliamento dell’Unione è stata la più grande politica di prevenzione dei conflitti messa in atto a livello planetario.

Però l’Unione Europea continua a non condividere la politica di difesa.

La Commissione difesa, come la Commissione affari esteri, è quella del bla bla bla, dove tutto viene deciso a livello intergovernativo dai capi di stato o dai ministri che poi vengono in Parlamento ad annunciare scelte già compiute. In questo modo il Parlamento è tagliato fuori dalle decisioni più scottanti. Va detto che in questo campo vale ancora l’unanimità o l’astensione costruttiva: se si discute un intervento umanitario in Siria, il voto di Malta vale come quello della Germania e ogni paese ha il diritto di veto. Così funziona la politica estera comune.

Al di là di tutto questo esiste un problema di distanze tra cittadini e istituzioni europee, tra stati nazionali e istituzioni europee, anche se il livello di trasparenza dell’UE è incredibile. Un osservatore può venire in Parlamento, ascoltare i lavori della Commissione, in alcuni casi intervenire, cosa che nel Parlamento italiano sarebbe impossibile. Poi, certo, non tutto è perfetto.

L’Unione Europea spende 200 miliardi l’anno sulla difesa per sostenere anche 38 eserciti nazionali. È aperto il dibattito sull’esercito europeo: un esercito unico che si sostituisce agli altri o uno che va ad aggiungersi? Qual è la tua valutazione di un progetto di esercito europeo?

I trattati europei non prevedono la difesa comune in un unico esercito. Se ne discute a livello intergovernativo ma non nell’immediato.

Dal punto di vista nonviolento disarmista l’istituzione di un esercito europeo è un passaggio fondamentale. Si può discutere sul come.

Oggi si parla di come trovare più fondi per politiche sociali e di sviluppo europee, e a mio avviso ci sono ancora molti margini di sviluppo nella razionalizzazione delle politiche di difesa.

Si ripete spesso che il mercato europeo è il più importante del pianeta, produce il 23% del PIL mondiale, ma quando si tratta di spese militari si scorpora il dato tra i singoli paesi solo perché, appunto, non esiste una politica di difesa europea. In questo modo i nostri paesi si collocano generalmente nella fascia più bassa.

È una stupidaggine. In proporzione il più grande esercito al mondo è ancora quello che somma insieme tutti gli eserciti nazionali europei ed è una follia, quei soldi potrebbero essere spesi molto meglio. Anche perché, tra le missioni di pace europee, quelle con una connotazione militare sono state tre o quattro, tutte le altre sono state missioni civili, di prevenzione e risoluzione pacifica dei conflitti e di facilitazione del dialogo tra le parti. Interventi volti ad accompagnare il processo di pace fino alla ripresa delle istituzioni per rimettere in moto uno Stato, ad aiutare un Paese a riprendersi dal conflitto o ad arrivare alla conclusione pacifica di un conflitto in corso. Confrontiamoci con questo.

Un’ultima cosa: gli USA spendono solo per la difesa 600 miliardi di dollari; l’intero bilancio dell’UE per i prossimi 7 anni è previsto oscilli tra i 123 e i 127 miliardi di Euro. Per dare l’idea di quello che possiamo chiedere all’UE dobbiamo confrontarci con le sue capacità finanziarie.

Sono passati quasi vent’anni dall’emendamento di Alex Langer sui Corpi civili di pace. Il 2013 si è chiuso con la legge di stabilità che comprende un emendamento per una prefigurazione italiana ed europea dei CCP. La contemporaneità non sembra casuale. Forse il dibattito è maturo intorno a questi temi?

Dopo l’emendamento Langer del ’95 sui CCP è seguito un progetto adottato nel ‘99, una raccomandazione e due studi di fattibilità, disponibili on line, posti in discussione. In concreto è stato fatto poco.

Sul finire del 2013 ho seguito il grande dibattito sul bilancio europeo. La crisi è stata rischiata perché alcuni paesi, capofila la Gran Bretagna, non volevano in nessun modo aumentare le risorse nel bilancio comune, e alla fine sono arrivati a ridurre, di poco, le dotazioni finanziarie dell’Unione. Infine è stato raggiunto l’accordo sul bilancio – con una riduzione, ma tutti i bilanci nazionali sono stati ridotti -, e sono stati definiti gli strumenti finanziari di politica estera. Uno di questi è lo strumento di stabilità che prevede un corpo volontario di aiuto, indicato in modo generico, senza riferimenti alla mediazione dei conflitti o al peace building.

Nel sevizio diplomatico europeo ci sarà una cellula per la promozione del dialogo nei conflitti e risorse economiche specifiche per quanto riguarda il sostegno alle azioni di mediazione attraverso una preparazione specifica. È prevista al riguardo una dotazione finanziaria, limitata ma c’è, e noi dobbiamo stare accorti e saper intervenire.

C’è un problema nell’utilizzo dei fondi, perché è vero che la burocrazia europea è soffocante. Tutte le pretese di trasparenza finiscono per raggiungere l’effetto opposto e bruciare nei controlli buona parte di quanto doveva essere stanziato. Sono aspetti che vanno modificati.

Ancora, nello strumento di stabilità sono presenti misure che riguardano la mediazione, il dialogo e la riconciliazione tra le parti, con attività precise ed esempi concreti che derivano da precedenti esperienze. Tra questi si parla della creazione del cosiddetto “parternariato di peace building” che conferisce alle ong la possibilità di inserirsi per continuare la loro azione in un contesto più sicuro che è quello dell’UE, a metà strada tra governativo e non governativo, cioè poi una delle ipotesi elaborate a suo tempo con la prima formulazione dei corpi civili di pace. È una possibilità di intervento, anche se non indicata esplicitamente come CCP e sta a noi saperla utilizzare.

Che tipo di Parlamento Europeo ci dobbiamo aspettare dopo le prossime elezioni?

Facciamo le elezioni europee nelle peggiori condizioni. I governi nazionali giocano allo scarica barile dipingendo tutto il negativo come colpa dell’Unione Europea e tutti gli obiettivi raggiunti come loro merito.

Arriviamo alle elezioni europee in tempo di crisi ed è difficile capire se siamo a metà del guado, o alla fine del tunnel, o peggiorerà ancora. Quando vediamo lo sconquasso nei paesi emergenti, la messa in discussione delle loro stese valute, capiamo che la cosa non riguarda solo l’Euro ma operazioni finanziarie di speculazione a livello internazionale che dobbiamo cercare di contenerle.

Se l’UE si rivela la via per una migliore governance del pianeta va bene, ma se non saprà dotarsi degli strumenti per intervenire avranno ragione i cittadini a chiedersi se ha ancora un senso andare avanti con l’integrazione comunitaria.

Si fa più visibile la quota di chi ritiene che sarebbe giusto uscire dall’Europa.

Do per scontato che con le prossime elezioni cresceranno gli euro-scettici o quelli che predicano l’uscita dall’UE, cosa del resto contemplata e possibile nel trattato di Lisbona, per ciascun paese secondo le proprie disposizioni costituzionali e tenendo conto degli oneri pendenti da negoziare con gli altri paesi.

Si ha spesso l’impressione che almeno in Italia si percepiscano le elezioni europee come qualcosa di marginale…

Sì, ed è una convinzione sempre meno rispondente al vero. Il Parlamento Europeo con il trattato di Lisbona ha acquisito moltissime competenze che obbligano i parlamentari europei a non avere più una funzione puramente decorativa. Una volta eletto, un parlamentare deve essere presente e comprendere i meccanismi decisionali per esercitare il suo potere. Per questo dico ai cittadini: chiedete conto, verificate le presenze dei parlamentari in plenaria e in commissione, guardate quali interventi hanno svolto. Per troppi anni i nostri eletti erano politici italiani a fine corsa che andavano a concludere la carriera a Bruxelles. Li vedevo vagare per i corridoi, inefficienti, incapaci di parlare con gli altri…

Oggi abbiamo principalmente quattro gruppi, ognuno dei quali esprime un candidato alla presidenza della Commissione. I gruppi sono: partito popolare, socialista, liberale e verde.

In Italia Tzipras dovrebbe confluire nel gruppo della sinistra unita. Il programma è interessante, anche se io credo si dovrebbe chiedere conto di come si sono pronunciati fin qui. Oggi mancano posizioni comuni su tantissime cose. C’è chi sostiene che si stava meglio quando il muro di Berlino divideva l’Europa, o che la presenza europea in Bosnia è una presenza imperialista. Son cose su cui ho lavorato e mi sento veramente in difficoltà ad affrontare in questo modo questioni che toccano la storia personale e collettiva di tanti di noi.

Quale scenario ti aspetti dopo le elezioni?

Oggi nella commissione europea c’è un margine di manovra, una maggioranza variabile: su questioni ambientali comprende il centro sinistra allargato ai verdi, su economia e libero mercato i democristiani con i liberali, per cui secondo i temi il gruppo liberale e il gruppo verde determinano la maggioranza.

Se alle prossime elezioni vincono gli euro scettici ci sarà un abbraccio ancora più stretto tra gruppo socialista e gruppo democristiano, i quali riprodurranno la politica delle larghe intese, e gli altri gruppi non conteranno più niente.

Se ci sarà un ridimensionamento del PPE e non si verificherà l’incremento sperato dai socialisti, allora ci sarà bisogno anche dei gruppi intermedi come liberali e verdi lasciando a loro stessi gli euro scettici.

Movimenti nazisti, xenofobi, anti europeisti vogliono avere una voce. Quale peso pensi potranno avere sul futuro Paralamento Europeo?

Nel Parlamento Europeo si fa politica all’interno dei gruppi. Prima di votare è importante sapere in quale gruppo europeo confluiranno le liste che ci vengono proposte, alcune lo dichiarano prima, altre no. Per costituire un gruppo occorre avere almeno 250 deputati da 7 paesi membri e non è facile. Chi non entra in un gruppo giù costituito e non ha i numeri per costituirne uno proprio resta nel Parlamento Europeo ma è come se non esistesse. Se non sei parte di un gruppo non puoi presentare risoluzioni, emendamenti, non hai staff né fondi.

Questo è un problema per la destra. Anche se l’estrema destra dovesse avanzare, i suoi partiti sono talmente gelosi del proprio nazionalismo, sciovinismo, che non riescono a produrre una piattaforma comune ulteriore alla distruzione dell’UE. Quelli che in passato sono entrati in Parlamento sono esplosi dopo un paio d’anni, o quando hanno provato a presentare una piattaforma gli è stata contestata dal punto di vista regolamentare e non hanno avuto la possibilità di costruire un gruppo.

Di recente l’Europa sembra sinonimo di richiamo alla contrazione della spesa.

È importante discuterne. Il trattato di Lisbona parla di “economia sociale di mercato”: facciamo in modo che questa parola abbia un significato e sia qualcosa di diverso dall’economia di mercato marcata USA.

Gli Stati Uniti criticano l’Europa perché spende troppo per sanità e welfare, ma se si mettono in discussione questi due elementi crolla il modello europeo mentre è proprio di questo che dobbiamo farci forti.

Altro è il richiamo la disciplina di bilancio, che non è pura espressione di autorità da parte dell’UE. Mi dispiace ma dobbiamo recitare il mea culpa perché in termine di malversazione, sprechi e malaffare, forse siamo il topo del top in Europa.

* Dalla serata introduttiva ai lavori congressuali del Movimento Nonviolento, dal titolo “L’Europa che vogliamo”, il 31.01.14, a Torino. A cura di Elena Buccoliero

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