Liberata, dalla schiavitù di una famiglia fin troppo tradizionale

Liberata, dalla schiavitù di una famiglia fin troppo tradizionale

Ed eccovela servita la famiglia tradizionale. Nostalgici di tutto il mondo unitevi e non sprecate tempo per i convegni, no, cambiate rotta e venite a San Lazzaro di Savena, appena fuori Bologna, venite in teatro a vederne una da vicino, da dentro.

di Elena Buccoliero

Ironia della sorte, “Liberata” è andato in scena al Teatro dell’Argine proprio tra il 29 e il 31 marzo, negli stessi giorni del Congresso mondiale di Verona. Ci parla di una famiglia con la F maiuscola, papà mamma e due bambine. Una fin troppo tradizionale, di quelle dove l’uomo non fa neppure la fatica di vestirsi da sé perché ci pensano le figlie – e la moglie lucida le scarpe, solo quello può fare, e siccome vuole essere brava ci aggiunge pure una leccatina. Una di quelle famiglie così tradizionali che la cinghia non serve solo per tenere i pantaloni.

L’excursus è commovente. Quando finisce il corteggiamento inizia il tradimento più le botte, le umiliazioni, le menzogne, ma i primi istanti sono un idillio alla buona. In una costa romagnola di qualche decennio fa Liberata, una donna non più giovanissima prigioniera del suo gabbiotto al luna park del paese, intravede un figurino che arriva dalla nebbia e si lascia irretire da quello che si presenta, e lei stessa vuole vedere, come il grande amore della sua vita. È una rivalsa: pensavate che rimanessi zitella per sempre? E invece no, eccolo l’amore, l’ho riconosciuto subito, è arrivato anche per me.

A vederlo da vicino è un po’ meno luccicante eppure Liberata continuerà a descriverlo così, al pubblico che è venuto per sbirciare e fa la sua parte. “È il mio uomo, sapete? Bello come un attore di Broadway. Buono come nessuno”. Lo dice in romagnolo, perché la forma sia più pregna di sostanza, ma io il dialetto non lo so scrivere. Lo dice per tutta la durata dello spettacolo, anche dopo che le ha naufragato i sogni, dopo che l’ha umiliata e lo stesso ha fatto, davanti ai suoi occhi, alle due bambine che lui ha avuto nel primo matrimonio. Perché Italo è vedovo, e come la moglie sia morta non si dice, ma viene spontaneo convincersi che direttamente o indirettamente ci abbia messo lo zampino. È capace di tutto, quest’uomo autoritario e tradizionale, anche di stuprare la sua figlia maggiore. Di una tenerezza infinita è la scena subito successiva in cui Liberata, che lui ha legato a una sedia e da lì ha assistito a tutto impotente, si rivolge alle due bambine e le invita ad alzare lo sguardo per vedere il mare.

Che cos’è la femminilità, in questo mondo arcaico, solido e chiuso, neppure troppo passato di moda? Una fioritura da portare in dote, un esercizio, una schiavitù, una ribellione. Una fonte di conoscenza su quale sia il proprio posto nel mondo. Liberata ha la resistenza pacata di quelle donne, se ne incontrano ancora tante, basta guardare. La forza che sta nel reggere, nel sopportare. Sembra incapace di riconoscersi al di fuori della famiglia e alimenta legami malati vestendoli di giustificazione e gentilezza. Eppure non è annichilita, privata della sua femminilità. Ha un sogno incantato da concretare, ci crede, ci prova fino all’ultimo.

Che la relazione può essere anche questo ce lo dice lo stillicidio delle donne uccise dal partner o ex, una ogni due o tre giorni, per citare tra tante storture la più evidente. E se si lavora vicino alle famiglie le prove si moltiplicano infinitamente.

Celebrare oggi la famiglia tradizionale è un atto surreale, anacronismo puro, una ruffianata, un tributo a una fetta di elettorato che pretende qualcosa di solido nell’umanità liquida che siamo diventati. A quel bisogno benintenzionato che sarebbe quasi commovente se non facesse rabbia si sposano la propaganda, il denaro, il commercio.

Chi ha a cuore la famiglia, anche nella sua forma più tradizionale, io credo che un gadget con un feto sotto plastica non lo immaginerebbe mai. Chi ha a cuore i bambini li guarda con pudore, non li espone. Chi ha a cuore la vita la sostiene tutta, e ancor più dopo che è nata, in tutte le sue forme, anche quando è imperfetta o inefficiente, quando richiede assistenza, o arriva per mare, o sbaglia. La menzogna della famiglia tradizionale è sotto gli occhi di tutti, ci pensano le statistiche a indicare il polimorfismo della nostra più piccola formazione sociale, le separazioni e i divorzi superano i matrimoni religiosi, l’omosessualità esiste (anche tra gli animali, cioè anche in natura!) e i bambini figli di coppie gay sono tanti. Sbandierare feti, e pregare per salvare omosessuali e separati dal fuoco dell’inferno, è rifiutarsi di vedere la realtà, farebbero pena o tenerezza certe persone se non fossero così aggressive, assolute, leste a costruire gabbie e a disegnare confini. Tenersi strette le proprie credenze e affermare il valore della famiglia sarebbe solo giusto se guardando accanto a sé una realtà differente non si arrogassero il diritto di giudicare.

Poi c’è l’opportunismo della politica che viene a dichiararsi nella sua contraddittorietà. Come si fa a essere contro la violenza sulle donne e contemporaneamente contro il divorzio? Contrari all’aborto ma “i diritti delle donne non si toccano”? Aperti alla vita e alle armi? A sostegno dell’infanzia ma chiusi allo ius soli? E se le case famiglia sono un business e tutti i figli devono crescere con i loro genitori, perché poi si insiste sull’adozione, quali dovrebbero essere i bambini da inserire in una nuova famiglia?

Su un tema del tutto diverso – ma è l’atteggiamento che mi interessa – un dirigente di un ente locale chiese al suo consulente, che lo invitava scegliere secondo le proprie convinzioni, “Quale convinzione mi conviene?”. O anche, se vogliamo, “Quale convenienza mi convince?”. Quelli che ci comandano sembrano così, opportunismo allo stato puro, Google puntato sulle previsioni del tempo cioè degli umori del popolo votante. Mi piacerebbe pensare che il popolo non esiste, ce ne sono tanti e colorati, e chissà se è vero.

Sulla scena Liberata si ribella all’ultima violenza di Italo che vuole venderla ad altri uomini per ricavarne vantaggio e, come la santa di cui porta il nome, per farlo deve rinunciare alla femminilità, puro intralcio, e ricevere da Dio il dono della barba. Solo quando non è più una donna-donna può opporsi alla sorte.

La preghiera attuale, la preghiera laica di quei ventimila della contromanifestazione in piazza a Verona il 30 marzo, io credo sia di poter saltare questo passaggio e che la famiglia non abbia una sola forma ma tante, tutte legittime se basate sull’amore e sulla scelta. In essa le persone – a ogni età – trovino nutrimento e possibilità di sviluppo, nell’impegno, ma non umiliazione o schiavitù, e una donna-donna possa sottrarsi alla sopraffazione e affermare se stessa per la gioia sua e di tutti, partner e figli compresi.

Il video, le recensioni, il testo dello spettacolo “Liberata” si trovano qui.

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