• 3 Luglio 2022 3:55

Libertà, femminile, singolare e plurale

DiDaniele Lugli

Mar 7, 2022

L’affermazione: La dominazione inizia tra le mura di casa. Schiavitù ha radici nella guerra ma è anche, anzitutto, istituzione domestica.

La domanda: Esiste una correlazione positiva tra ciò che di solito viene indicato come parità di genere (forse sarebbe più indicato dire libertà delle donne) e il grado di innovazione di una data società?

Entrambe hanno a supporto una bella ricerca antropologica e archeologica. Ne risulta la ricchezza di passati lontani nello sperimentare diverse forme di relazione e la povertà del presente. Non sa cogliere le potenzialità che ci sono per immaginare e costruire un modo diverso e migliore di stare assieme.

Qualche aggiunta degli autori all’affermazione: Le forme più brutali di sfruttamento hanno origine nelle relazioni sociali più intense, come perversioni dell’affetto, dell’amore, della premura. La dominazione compare prima al livello più intimo, quello domestico. La politica caratterizzata da un ugualitarismo autocosciente prende forma per impedire che simili relazioni si estendano oltre quei piccoli mondi, fino alla sfera pubblica, spesso riservata ai soli uomini adulti.

Che le cose stiano così ce lo assicura già l’etimo: domestico, da domus, casa, è ciò che appartiene alla casa. La casa è del pater familias. Famĭlia – come famŭlus “servitore” dal quale deriva – è voce italica, osca. Indica gli schiavi e i servi viventi nella domus. Oggi famiglia indica altro, ma non dimentica le sue radici. Anche in questa famiglia c’è bisogno talora di addomesticare ulteriormente i componenti, animali o persone, da ammaestrare, rendere ubbidienti, miti, inoffensivi, osservanti delle regole. Le donne in particolare. C’è il consiglio a Zarathustra della vecchia “Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!”. Qualcuno mette in relazione il consiglio a una fotografia singolare: Lou Salomè in ginocchio su di un calessino ha in mano una frusta. Nietzsche e Rée sono alle stanghe. Come la fruttivendola di Ferrara non capirò mai il piacere delle frustate sulla schiena, “an capirò mai ach gust ag sia a ciapàr di svimnà a cavàl a la vita”.

Le parole della vecchia restano enigmatiche. Comunque la frusta, usata dagli uomini sulle proprie donne, mi è parsa nel tempo e nelle sue varie forme, non volta a finalità erotiche condivise. È piuttosto quella del domatore. Credo con Adorno che la donna sia piuttosto il prodotto della frusta, il calco del dominio. Domestica da tempo ha bisogno, a più riprese, di essere ulteriormente domesticata. Un simpatico proverbio ricorda: donne, muli e noci vogliono mani atroci. In lezioni tenute anni fa sulla parità di genere, in un istituto a prevalenza femminile, si è parlato della violenza nelle coppie. Mi ha colpito un’affermazione, che poi è stata discussa. “Mi picchia, ma delle volte me lo merito. Se lo fa vuol dire che ci tiene a me. Mi vuol bene”. I pareri in maggior parte mi sono sembrati di dissenso.

Qualche aggiunta degli autori alla domanda: Le donne erano cittadine e possedevano terreni. Alcuni dei primi monumenti in pietra provenienti da ogni parte della Mesopotamia registrano transazioni tra proprietari maschi e femmine, che appaiono come parti legali su un piano di parità. Collocare le donne a un livello inferiore non è esigenza di rapporti ordinati. Organizzare non è gerarchizzare. Potrebbe dire Bergonzoni: I Suméri e gli Strànz siamo noi! Siamo noi, venuti dopo e con poco criterio. Sì, quello che appare spesso intollerabile ai compagni, ai familiari è la libertà della donna con la quale è in corso un rapporto stretto di dominio, se non proprietario. Gli autori, che ho citato, riferendosi in particolare all’esperienza e al pensiero di tribù indiane del nord America individuano le tre libertà fondamentali: quella di andarsene, quella di non obbedire a ordini sgraditi, quella di creare nuove e migliori relazioni. L’esercizio anche di una sola delle indicate libertà può costare molta fatica, può essere in vario modo ostacolato. Se succede, le conseguenze possono essere molto felici o l’esatto contrario. La seconda possibilità, fino alla morte, è più usuale per le donne: megere, egoiste e, magari pure, rovina famiglie.

Non avevo, non ho, alcun interesse per chi è contento dello stato presente delle relazioni. Nella mia lunga vita ho assistito a un dibattito – ora mi pare non ci sia più, o lo sento di meno – tra rivoluzionari e riformisti. C’è un criterio infallibile per distinguerli: i rivoluzionari sono quelli che non fanno la rivoluzione. I riformisti invece quelli che non fanno le riforme. Poi rivoluzione è divenuta parola obsoleta e paurosa. Riforma significa che qualcosa di brutto, di iniquo sta per accadere all’oggetto: sanita, scuola, fisco… L’unica innovazione rilevante, sempre soggetta ad essere rimangiata come tutte le cose buone, che ho visto è dovuta alla maggior libertà praticata delle donne. Le donne esercitano le tre libertà fondamentali. Lo fanno nonostante gli ostacoli che gli uomini, a cominciare dai più vicini, frappongono. La loro azione è decisiva e testimonia della possibilità di una convivenza più aperta e ricca. Qualche traccia si vede. Riforma o rivoluzione che sia. Se anche gli uomini si impegnano un po’ – non dico altrettanto, ma un poco sì – è pure meglio. Libertà è parola femminile, singolare e plurale assieme. Si addice sia alle donne che agli uomini.

(Disegno di Giulia Boari)

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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