Marco Pannella, di che “nonviolenza” stiamo parlando? (Parte I di un articolo poco scientifico)

Marco Pannella, di che “nonviolenza” stiamo parlando? (Parte I di un articolo poco scientifico)

Quando Leonardo Caffo mi ha chiesto di scrivere alcune riflessioni sul rapporto fra Giacinto Pannella detto Marco e la nonviolenza ho sentito subito che mi sarei trovato di fronte al pericolo di produrre un discorso che avesse poca coerenza e che risultasse solamente un confuso ripercorrere le tante vicende e tecniche politiche vissute da Pannella. Ho deciso così, preliminarmente, di provare a sintetizzare in maniera il più possibile chiara il significato filosofico della nonviolenza per poi relazionarlo con la categoria del politico, immaginando la situazione, tante volte esperita, di parlare con qualcuno che di nonviolenza ne sa poco o niente; e poi lasciare prendere posizione al lettore, anche al di là delle mie interpretazioni personali. Un punto su cui mi soffermo sempre particolarmente parlando con una persona che si accosta per la prima volta alla nonviolenza è il fatto di smentire la credenza che esista una nonviolenza di tipo passivo, come arma dei più deboli. Essa è invece quel meccanismo attivo che trasforma il nostro rifiuto, la nostra indignazione, in quel connubio irrinunciabile di teoria e prassi che è la base della Persuasione, verso se stessi e gli altri, che si può sempre fare qualcosa, che possiamo mettere il peso della nostra coscienza sulla bilancia intima della Storia. Questo è, a mio avviso, il significato non banale e non retorico del detto gandhiano: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” dove l’aggiunta rivoluzionaria è data proprio da quell’ a-venire, dalla tensione escatologica, dalla comprensione che non io, soggetto chiuso, con dei miei atti posso compiere una società nonviolenta ma che, sebbene non la potrò mai vedere perfettamente realizzata, metto le mie energie fisiche e mentali al suo servizio, attivissimamente praticando degli atti volti al suo prefigurarsi. Chi vive la realtà liberata dai limiti della violenza e della morte è il “persuaso della compresenza al valore”, il persuaso “che, messo alle strette, si sente madre degli altri e dà senza volere nulla”, è sacerdote “in quanto apritore di presenza”, è intellettuale “in quanto riverente ai valori”, è politico poiché “è anche uomo moltitudine”. E, tralasciando le altre indicazioni, proprio dal politico che si fa centro e uomo-moltitudine, un Pannella che nell’ultimo Congresso di Radicali Italiani è stato più volte evocato come autocrate (2), ci sembra essersi incamminato lontano. Di mentalità libertaria, inquieto, eterodosso e ambizioso, Pannella è indicato come un custode della morale, ma anche come uno sfrenato corsaro e come un uomo personalmente difficile. A un intervistatore, che recentemente voleva sapere da lui qualcosa di personale, egli fece il rimprovero di non avergli chiesto nulla sul Partito Radicale: “Quindi non mi hai chiesto nulla di me” (3). L’amico della nonviolenza, invece, agisce sempre come politico perché è persuaso che “la società col suo ordine, la vita con i suoi oggetti, non possono costituire quell’assoluto che s’imponga indiscutibile e tolga la possibilità d’un contributo, d’una iniziativa”. Insomma di un’aggiunta, quella nonviolenta, capace di individuare nella società istanze universali ed eterne, benché dimenticate o trascurate, ma che non porta mai il nome o la firma di un singolo. E l’opera del persuaso, che Capitini definisce religiosa, sarà appunto quella di porre valori, costruendoli coralmente, accanto a quelli già esistenti, senza alcun furore distruttore, ma con la mitezza di chi è impaziente di attendere il fine; con l’inesauribile energia di chi è innamorato e non aspetta, per cominciare ad attuare il bene, che tutti gli altri si innamorino. Chi è persuaso tiene sempre in mente e nella mano “in un sol colpo il mezzo e il fine”, potendo così raccogliere la propria fiducia e quella degli altri nell’uso delle tecniche della nonviolenza. Capiamo bene allora che il persuaso è colui che compie il salto, o meglio ha costruito un ponte, dalla semplice assenza di violenza, o presunta tale, in un dato fatto o azione, e la nonviolenza che ci permette di vivere già da ora la festa nella sua massima espressione di apertura infinita all’inedito. Possiamo allora figurarci la nonviolenza, col suo carattere creativo e aperto a nuove nascite – di mezzi, percorsi e fini – come un fiume carsico di cui in superficie appaiono solamente gli affluenti: resta impresa non da poco mantenere la rotta alla ricerca della sorgente ascoltando solo il suono delle acque in profondità. Detto questo, se Pannella, soprattutto negli ultimi anni, ci è apparso un rabdomante della nonviolenza più che un persuaso, non dovremmo essere troppo severi: ha comunque tentato l’impossibile. Stando a Parmenide (DK B 1, 27) il cammino di Peithó è addirittura estraneo agli uomini, il cui opinare non viene ingannato, ma è inganno in sé. Tuttavia, per il fatto che è riconosciuto come unica voce della nonviolenza italiana dal grande pubblico, non possiamo non evidenziare certe sue ambiguità per fare chiarezza e liberare il campo per la nascita di nuove possibilità.

Autodefinirsi nonviolenti?

“La nonviolenza – nella celebre definizione non limitante di Aldo Capitini – è apertura all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di tutti gli esseri, e per ciò interviene anche nel campo sociale e politico, orientandolo”. Se è vero che la nonviolenza è questo orientamento e non una soggettivistica attuazione bastante a se stessa, piena e completa senza altro da fare e da aggiungere (4) , allora il fatto che Pannella si definisca a più riprese “nonviolento”, – spesso aggiungendo a tale qualificazione vari aggettivi che, se non adeguatamente indagati e compresi, stridono tra loro (laico, liberale, gandhiano) -, costituisce già in sé un nodo problematico. In luogo di “nonviolenti” dovremmo dirci al massimo “amici e amiche della nonviolenza” perché bisognerebbe ricordare che ieri eravamo tutti violenti, che non esistono dannati ed eletti. Questa amicizia si può aprire infinitamente fino a comprendere la sacralità dei tutti dove il sacro è qui inteso come fondamento che è eterno perché s’accresce e che va nell’invisibile perché, così come viviamo, siamo profondamente e tragicamente limitati. Bisogna impegnarci quotidianamente a visualizzare i tutti e dire un tu ad ognuno, questo è il dono – che io dia o che riceva sono sempre nelle altezze. (5)

“Negli ultimi dieci anni Pannella – diceva la Bonino nel 1993 – è stato solamente tre volte in un cinema. La prima volta ha visto il film “Gandhi”, in italiano. La seconda volta il film “Gandhi” in francese. La terza volta il film “Gandhi” in inglese. Il Mahatma Gandhi è il simbolo del Partito Radicale. Pannella ne è il fondatore, il patriarca e la star.” Anche da questa frase della Bonino “la nonviolenza gandhiana” di Pannella ci sembra più un desiderio di assimilazione egotico che un tendere alle altezze di cui parla Capitini. Forse non basta più distinguere solamente tra pacifismo e nonviolenza ma bisogna iniziare anche a fare una qualche differenza tra l’a-violenza, nobilmente praticabile da un singolo che rifiuta l’uso della violenza nel raggiungimento dei suoi obiettivi, e la nonviolenza che ha bisogno degli altri, che parte dalla propria deficienza, dalla coscienza appassionata della propria finitezza e si apre coralmente a vivere con una tensione profetica una realtà diversa, liberata dai limiti della violenza e della morte. E non si tratta di fare gerarchie di valore tra i due atteggiamenti che anzi, se consapevoli della loro costituiva differenza, possono dialogare e agire insieme nella costruzione di un mondo migliore.

Digiuni alla Gandhi?

Proprio mentre sto scrivendo (6) Marco Pannella ha ripreso lo sciopero totale della fame e della sete con l’obiettivo della fuoriuscita dell’Italia dalla condizione di flagranza di uno Stato tecnicamente criminale sia per le condizioni di “tortura” nelle nostre carceri, sia per lo stato ormai agonizzante della nostra giustizia. Intanto, Rita Bernardini (neoeletta segretaria nazionale di Radicali italiani) sostiene l’iniziativa aviolenta di Marco Pannella con lo sciopero della fame iniziato dalla mezzanotte di ieri e dà notizia che già 3.800 tra detenuti e loro familiari, coordinati da Alessandra Terragni, entrano anche loro in sciopero della fame. Oltre a condividere e sentire nostra questa lotta per il rispetto del diritto (7) in Italia, vorremmo cogliere l’occasione anche per fare dei doverosi distinguo – non un giudizio su quale sia migliore o peggiore – fra i “digiuni alla Pannella” e quelli di Gandhi, ai quali spesso il leader radicale dice di rifarsi. Bisogna subito dire che i media italiani fanno molta confusione – e la creano – tra digiuno e sciopero della fame.
Il digiuno è un gesto personale (8) , intimo ma aperto, di dialogo con se stessi e con il mondo e, nel caso specifico del Mahatma, anche con Dio. Gandhi visse intensamente la pratica del digiuno, religioso e politico, come ci racconta nella sua autobiografia, che intitolò Storia dei miei esperimenti con la Verità. Per lui il digiuno fu, secondo la tradizione indù, “la preghiera più pura”. Nei riguardi di questa tecnica lo stesso Gandhi era molto dubbioso, pur avendola usata spesso, perché era cosciente del fatto che potesse diventare un’arma pericolosa nel momento in cui fosse stata usata, anche inconsapevolmente, come un mezzo per costringere un avversario a capitolare contro la sua volontà, senza essere persuaso della superiorità morale del digiunante. Quando si intraprende una lotta da amici della nonviolenza bisogna sempre riuscire a distinguere, personalmente e pubblicamente, che si è contro certi fatti e non contro certe persone. Così, quando un missionario americano fece notare a Gandhi che il suo digiuno rimaneva pur sempre una forma di costrizione verso gli altri, egli rispose: “Sì, una costrizione dello stesso genere di quella che Gesù Cristo esercita su di voi dall’alto della croce”. E in un’altra occasione, sempre incalzato sullo stesso punto: “Solo quando io ebbi esaurito tutte le mie risorse – nel senso di sforzi umani – e resomi conto della mia totale impotenza, posai la mia testa sul petto di Dio. Tale è il senso profondo e la portata del mio digiuno”. Aldo Capitini considerava molto importante nell’atto del digiuno (9), prendendo spunto dalle iniziative di Danilo Dolci, anche la possibilità di stabilire un contatto intimo e aperto con gli affamati.
Per quanto riguarda le iniziative politiche come gli “scioperi della fame collettivi e mondiali”, promossi dai Radicali, quali quelli per un governo afghano con presenze femminili e quello relativo alla Cecenia, si è trattato di non ingerire cibi solidi ma bere, nell’arco delle ventiquattro ore, tre cappuccini per un totale di circa 390 calorie. Lo sciopero della fame dei radicali simboleggia questo: astenendomi dall’ingerire cibo, dal mangiare, si dimostra al Potere – che è il loro interlocutore – che si intende davvero dargli fiducia, sino a mutare la sua coscienza. A questa fiducia Pannella dà letteralmente il suo corpo, lo propone come simbolo della lotta ma, ci sembra, rendendo piuttosto quest’ultima ostaggio della sua personalità: sono i rischi dell’uso eccessivo di una tecnica in sé ambigua. Ambigua come le diverse dichiarazioni in merito del leader radicale che se nel novembre 1988 affermava che “la vera nonviolenza politica, per esempio, non ha nulla a che vedere con certe forme di sciopero della fame, come quelle dei militari irlandesi dell’IRA” e che “se non si vuole che la nonviolenza costituisca una forma di violenza, occorre usare la sue forme estreme, come quella appunto dello sciopero della fame, solamente per chiedere al potere, con fiducia, di attuare quello che ha promesso e che la legge stessa gli impone” ha anche a più riprese dichiarato di digiunare per dare la possibilità agli italiani di ascoltare quanto i Radicali avevano da dire su un dato argomento: un modo elegante per non ammettere che si rinunciava al cibo pur di far sopravvivere un partito (10).

Note
1. La stesura di questo capitolo non sarebbe stata possibile senza la disponibilità alla conversazione e al confronto di Pietro Pinna e Mao Valpiana.
2. Congresso che comunque alla fine ha confermato la sua autorità e autorevolezza, con l’elezione a segretario di Rita Bernardini.
3. Citato in ”Archivio radicale” – http://old.radicali.it/search_view.php?id=54160&lang=&cms=
4. Per approfondire questo tema uno dei testi più chiari di Aldo Capitini è, a mio parere, La nonviolenza, oggi Edizioni di Comunità, 1962.
5. Ibid. pag. 122
6. Notte dell’11 novembre 2013
7. Ma, vorremmo sottolineare, qui si tratta di “diritto positivo”, di qualcosa di già, almeno teoricamente, riconosciuto, e non di una tensione profetica verso il “varco attuale della storia” che è la nonviolenza.
8. Anche Capitini inserisce il digiuno fra le tecniche nonviolente individuali
9. Citato in Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Edizioni dell’asino 2009, pag. 72
10. Non che poi Pannella non abbia qualche ragione a denunciare il disinteresse dei media per le iniziative radicali. Ma una tale motivazione non ha la forza di qualificare come “nonviolento e gandhiano” un digiuno.

  1. Vi segnalo che l’Università degli Studi Roma Tre ha istituito il primo Master in Italia sulla emergenza umanitaria, in collaborazione con le ONG “criminalizzate” dall’ex ministro Matteo Salvini.
    Per favorire la partecipazione e l’impegno di coloro che si iscriveranno al Master HAPI, che avrà una durata di otto mesi e un costo complessivo di euro 3.800, sono state istituite 3 borse di studio interamente finanziate dall’Università degli Studi Roma Tre e accessibili a tutti i partecipanti. L’importo di ogni singola borsa è di euro 760,00, pari al 20% del costo totale del corso. Tra gli studenti iscritti al Master verranno selezionati 3 vincitori per attività di tutoraggio.

    Una borsa di studio sarà riservata agli studenti che lavorano, collaborano o sono iscritti alle organizzazioni impegnate nella promozione e nell’organizzazione del Master HAPI, i cui contenuti sono presentati più in dettaglio nel sito web:
    http://www.hapimaster.eu

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