Microbiografie / 28 – Pendolari

Microbiografie / 28 – Pendolari

Stazione di Bologna, ora dei pendolari. Un flusso alluvionale di ragazze e ragazzi scorre dagli autobus ai sottopassaggi, alle scale mobili, ai treni.

Una fiumana colorata con tutta la vitalità e l’incontrollabilità dei vent’anni. Noi adulti che stiamo andando al lavoro, rispetto a loro, sembriamo un film al rallentatore.

Li guardo, con la felicità che si prova guardando il futuro.

La prima cosa che salta all’occhio – con buona pace del frescone che, qualche settimana fa, si preoccupava di proteggere la razza bianca – è che il futuro sarà molto colorato, e affascinante.

Ragazze e ragazzi bellissimi i cui genitori solo trent’anni fa arrivavano da paesi lontani, ora attraversano la stazione coi libri universitari sotto il braccio.

I loro corpi parlano di Africa e di Europa dell’Est, ma i loro “Sòccia” e “Maiàl” richiamano un mondo che va da San Venanzio di Galliera a San Pietro in Casale, con timidi sconfinamenti a Porotto.

Noto che tutti hanno scelto facoltà “solide”: Ingegneria, Economia, Medici30na. Molte delle ragazze hanno nella borsa libri di Pedagogia.

Ipotizzo che nelle loro scelte abbia pesato molto l’idea di un futuro solidamente integrato: progettare impianti elettrici, lavorare nella finanza, in ospedale, insegnare.

Un modo per rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nella società?” ma anche per puntare a uno stipendio decente, che non guasta mai.

Mi lancio in una previsione (o in un auspicio): la prossima generazione avrà in mano libri di filosofia e di storia dell’arte. E quella sarà la generazione che svelerà il senso di queste migrazioni che stanno rinnovando il volto del mondo.

Li immagino interpretare Agostino, vertice del pensiero europeo ma non per questo meno africano del loro nonno che aveva attraversato il Mediterraneo su un barcone.

Li immagino leggere le lettere di Van Gogh, dove viene descritta la vita dei carbonai belgi, la cui miseria non è dissimile da quella dei tanti migranti che incontriamo quotidianamente.

Penso queste cose, e intanto non riesco a smettere di guardarli: infagottati nei giacconi, auricolari inseriti, sguardi fissi sugli smartphone.

È un gioioso vortice (anche un discreto casino, a voler essere pignoli) che solo per semplicioneria o in malafede si può pensare di dominare o fermare.

Il futuro è questo, ed è di una bellezza tutta da scoprire.

Chi ne ha paura perde tanto.

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