Noi si vorrebbe un futuro amico

Noi si vorrebbe un futuro amico

In un suo appunto Langer dà suggerimenti per “un futuro amico”, prima di negarlo a sé stesso. Dice tra l’altro dell’uomo che “Quando si sente minacciato è vicina la tentazione della violenza e non c’è conflitto più coinvolgente di quello etnico o razziale o religioso, che subito forma fronti, schieramenti difficilissimi poi da riconciliare.

Quindi credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione…”. L’alternativa, che Langer sperava pessimista, è “una Jugoslavia generalizzata”. Si era allora, un quarto di secolo fa, nel pieno di quel sanguinoso conflitto. Impegnati ora in questo compito, sempre più necessario, sono troppo pochi, spesso esecrati e insultati. Epiteti più gentili: buonisti, traditori. Ne ho stima, cerco di non ostacolarli e perfino – poco, poco – aiutarli.

Ho già in altra occasione segnalato lo straordinario Tentativo di decalogo per un convivenza interetnica di Langer. Rinnovo il consiglio di leggerlo e di ascoltare Langer che vi accenna

Temo sia esaurito il quaderno 19 di Azione nonviolenta, La nonviolenza per la città aperta, che ne riporta il testo commentato e non solo.

Il decalogo mi piace per i suoi contenuti e anche perché, rispetto a quello che mi hanno insegnato da bambino, contiene un solo divieto. Nell’altro invece, salvo gli inviti a santificare le feste e ad onorare il padre e la madre, è tutto un divieto: non desiderare, dire, fare, pensare questo e quello.

Nel Tentativo di decalogo il solo reciso, solenne divieto riguarda la violenza. Sempre raccomando la lettura integrale e ricordo i titoli: 1. La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza; 2. Identità e convivenza: mai l’una senza l’altra; né inclusione né esclusione forzata; 3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: “più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo”; 4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni; 5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l’appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime; 6. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa; 7. Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici; 8. Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”; 9. Una condizione vitale: bandire ogni violenza; 10. Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici

Il punto 9 è così brevemente motivato da Alex Langer: “Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano. Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che – se tollerato – rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza”.

Raccomando di leggere attentamente, soppesando le parole. A me pare che la situazione stia effettivamente scappando di mano e che occorra reagire con la massima decisione. Tocca proprio a noi, spesso inconsapevoli, lo dico con le parole di Sandro Abruzzese, del privilegio che “avere un posto nel mondo è qualcosa di essenziale, che in certe condizioni politiche, come le nostre attuali, può sembrar banale, ma basti pensare all’ex Jugoslavia o alla Palestina, alla Siria, luoghi geograficamente e culturalmente vicini all’Europa mediterranea, per capire che si tratta di una fortuna da cui partire per costruire. Condividere un luogo ricco di risorse, senza particolari attriti, senza odio, guerra, terrorismo, è già una fortuna immensa”. Mentre per “i migranti del Mediterraneo, è la perdita della comunità politica il passo verso il baratro, la fuoriuscita dall’umanità di chi non ha casa, nome, lingua. Avere un posto nel mondo non è questione da poco”.

È nostro compito agire nei modi raccomandati da Alex e altri trovarne, se desideriamo un presente non ignobile e un futuro, addirittura, amico. Del futuro l’età e l’osservazione di Mark Twain – perché sacrificarsi per i posteri che non hanno fatto niente per noi? – spingerebbero a disinteressarmene. Ma non posso: sono padre e nonno e ho bambini amici.

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