• 4 Dicembre 2022 19:17

Pacifisti e guerra: ieri e oggi

DiDaniele Lugli

Giu 27, 2022

La guerra quando si fa vicina fa cambiare idea a molti, che si sono sempre protestati pacifisti. Teologi e pensatori, che stimo, parlano di guerra giusta, di guerra di difesa legittima. Si può cambiare idea. Non mi spiace neppure che continuino a ritenersi per la pace. Ci sarà modo di riprendere il discorso, se la guerra giusta non ci travolgerà. Mi colpisce tuttavia l’irrisione nei confronti di chi continua a ritenere, con la War Resisters’ International, che “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità. Sono quindi deciso a non dare appoggio a qualsiasi tipo di guerra e ad adoperarmi per la rimozione di tutte le cause di guerra”. Sembra pure che tutta la faticosa costruzione di un diritto, che ha tolto ogni legittimità alla guerra, non abbia più alcuna importanza. Non è una novità. Mi piace ricordare un importante precedente: Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918), Premio Nobel per la Pace nel 1907.

Il premio se l’è ben meritato con la sua attività molto rilevante, attraverso pubblicazioni e iniziative internazionali, oltre che con la “Società per la Pace e la Giustizia Internazionale”, che ancora esiste. Chi voglia saperne di più può leggere un denso capitolo “Pacifismo e patriottismo: Ernesto Teodoro Moneta” ne “Il discorso sulla pace in Europa 1900-1945” di Alberto Castelli. Già che c’è magari può, utilmente, leggere tutto il libro. Scopo della Società per la Pace è “Diffondere idee e educare sentimenti umanitari per la cessazione delle guerre; favorire l’affratellamento dei popoli; promuovere la trasformazione graduale degli eserciti permanenti, sostituendo ad essi la nazione armata”. È un’opzione quest’ultima ben comprensibile in un vecchio garibaldino. Moneta non esclude il ricorso alle armi in difesa della patria aggredita, per conquistare l’indipendenza e abbattere la tirannia. Così condanna l’azione coloniale in Africa, ingiustificabile secondo i criteri che possono giustificare una guerra. Nel 1911, guerra di Libia, aggiunge però un’ulteriore possibilità: “Le imprese, anche armate, a scopo di civilizzazione non possono essere giudicate alla stessa stregua delle guerre tra nazioni già completamente civili… Se la verità della Pace è in marcia e nessuna forza può arrestarla, un’altra verità è altrettanto incontestabile ed è la fatale sottomissione dei popoli ancor barbari ai popoli civili”. Una feroce vignetta di Scalarini, “La difesa delle lavoratrici 20 gennaio 1912”, stigmatizza la sua conversione.

La Triplice Alleanza con Austria e Germania gli appare un elemento che porta alla pace. È perciò contro l’irredentismo e si schiera coi neutralisti, che attacca però duramente divenuto interventista allo scoppio della prima guerra mondiale. Tenere assieme patriottismo e pacifismo è impossibile a Moneta e a chi, ancora oggi, si esercita nello stesso proibitivo compito. Stati nazionali, che si pretendono sovrani, non sottoposti a un diritto superiore sono costruttori della Guerra, anche se i loro ministeri non si dicono più così ma, pudicamente, della Difesa. I bagliori della guerra accecano e convertono, facendo passare dalla parte prima avversata. Bertha von Suttner – consegue il Nobel per la Pace due anni prima di Moneta – inutilmente scrive che “le macchie d’olio non si tolgono aggiungendo altro olio”. Anche ora c’è chi avverte che il fuoco non va alimentato. Va circoscritto e possibilmente spento. La Suttner inutilmente rimprovera i pacifisti italiani, che si fanno guerrafondai nella conquista della Libia. Quanto alla Prima guerra mondiale Moneta, come altri interventisti democratici, pensa che la sconfitta degli Imperi centrali apra a “un nuovo assetto dell’Europa” in cui i diritti di popoli democratici siano “non solo riconosciuti, ma efficacemente garantiti”. Il suo ultimo articolo esalta i “14 punti per il mantenimento della pace e la costruzione di un nuovo ordine internazionale” affermati dal Presidente Wilson.

Bertha von Suttner – il suo nome per me è legato al ricordo di una splendida presentazione del suo pensiero e della sua opera fatta da Lidia Menapace, anni fa alla Scuola della Nonviolenza di Ferrara – muore nel ’14 avvertendo che “l’incendio del mondo è in vista”. L’Europa le appare come una casa “dal tetto di paglia, le pareti intrise di petrolio, le camere piene di polvere da sparo”. Bertha vede meglio di Teodoro. Questa storia mi è cara anche perché molte notizie traggo dalle memorie di Edmondo Marcucci, buon amico di Capitini. L’ho incontrato in giornate intense e mi ha lasciato un profondo ricordo.

La Società per la Pace, sciolta dal Fascismo che ne incamera i beni, è ricostituita nel ’45. Si impegna perché nella Costituzione, che si sta scrivendo, ci sia un articolo chiaro su pace e guerra e su organizzazioni sovranazionali. L’articolo c’è: in una prima formulazione parla di rinuncia; diviene poi ripudio. Nel giugno del ’48 la Società per la Pace promuove un incontro di tutti i gruppi pacifisti operanti in Italia. Capitini è presente con l’appena costituita Associazione dei Resistenti alla Guerra. Immediata è la sintonia con l’Armata della pace di Eugenia Bersotti. È la stessa Bersotti, nota come Eughenes – anche lei ho conosciuto nei primi anni Sessanta – a individuare due correnti, che possono collaborare senza fondersi. L’una, più intransigente, conta su obiezione di coscienza e disobbedienza civile. L’altra confida negli strumenti giuridici, nel progresso del diritto internazionale. Sono posizioni che si ripropongono e collaborano nell’opposizione alla guerra e, come detto, sono perciò sotto attacco. Credo ci sia bisogno di entrambi gli orientamenti, di entrambi gli impegni per procedere. Occorrono scelte e prassi che non si vedono. Carlo Cassola lo scrive: “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”. E occorre che i mezzi siano coerenti al fine. Non è vero che il fine giustifica i mezzi, sono piuttosto i mezzi usati che pregiudicano il fine. Occorre una presa di coscienza dell’essere noi un unico popolo del pianeta terra, pur con tutte le nostre differenze e peculiarità. Un popolo che deve farsi Costituente e volere nella Costituzione, che deve nascere, un articolo preciso. A me piace nella formulazione di Ferrajoli: “Il diritto alla pace è un diritto fondamentali del popolo della Terra, di tutti i popoli del mondo e di tutti gli esseri umani. La sua garanzia è un dovere assoluto di tutte le istituzioni pubbliche, sia statali che globali”.

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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