Papa Francesco nella terra di Abramo

Papa Francesco nella terra di Abramo

Leggo della visita di papa Francesco in Iraq, dal 5 all’8 marzo, e della piana di Ur, legata alla memoria di Abramo. Così, prima di chiedermi quale sia ora la situazione e lo scopo del viaggio, mi viene da pensare al soggiorno di Abramo – l’amico di Dio, Ibrahim, Khalil Allah – nella terra in cui è nato.

Ci sono diverse versioni, concordi nell’attribuirgli lotta all’idolatria e furia iconoclasta contro i simulacri, dei quali proprio suo padre era un abile produttore. Io propongo quella che mi piace di più su quel periodo.

La vicenda si svolge un 4 mila anni fa. Il mondo era stato creato quasi 2 mila anni prima, 1781 a volere essere precisi. Dieci generazioni ci sono tra Adamo e Noè e altre dieci tra Noè e Abramo. Allora la gente campava di più. Ur è un’importante città sumera. Vi soggiorna il re-dio Nimrod, che traferirà poi la corte a Babilonia. Siamo sul finire dell’epoca sumera. Seguo la lezione, di Bergonzoni, secondo la quale ai Sumèri, seguirono gli Strànz, gl’Ignurant e i Sfighé. Strànz, come tutti sanno, è certamente Nimrod (Nembrotto per Dante), Ignurant i cittadini che gli tributano onori divini e Sfighé è Tare, il padre di Abramo. Il suo nome significa infatti depauperato, impoverito. È nato quando i corvi –inviati da Mastemah, spirito maligno – mangiavano tutte le sementi.

Da Tare, che con duro lavoro si è fatto una posizione, ed Emtela nasce Abramo, in una grotta non lontana dalla città, nel deserto a metà strada tra la casa del padre e dei nonni materni. Il perfido Nimrod, presago che un nascituro avrebbe distrutto la sua religione, costruisce la casa dei parti. Tutte le donne incinte vi si debbono traferire per partorire, assistite dalle levatrici. Se nasce femmina ricevono un dono, se maschio viene ucciso. Ne saranno soppressi 70 mila.

La mamma dunque lo partorisce in una grotta e lo lascia. Il bimbo, che ha per angelo custode nientemeno che Gabriele, impara a succhiarsi il mignolo, anziché il pollice come tutti dopo di lui. Ne zampilla latte e miele. Dopo dieci giorni si alza. Esce dalla grotta e proclama la divinità delle stelle. Queste scompaiono e proclama dio il sole e poi la luna. Come è noto questa è più importante del sole perché illumina quando c’è buio, non di giorno, che ci si vede benissimo anche a sole coperto. Gabriele gli dice come stanno le cose: un solo Dio ecc. ecc.. Passano altri 10 giorni e arriva la mamma pentita dell’abbandono. Abramo è così cresciuto che lei non lo riconosce. Il figlio si rivela e le dice che c’è un dio e non è Nimrod, deve esserne informato. La mamma lo dice a babbo Tare che, debitamente prostrato, informa Nimrod. Il re, consigliato da Satana invia l’intero esercito per prelevare il ragazzone di nemmeno un mese. L’esercito è messo in fuga da un nembo oscuro provocato da Gabriele. Nimrod, prudentemente, lascia Ur e va a Babilonia. In volo con Gabriele ci va pure Abramo che squassa bene bene Nimrod sul trono per convincerlo che il vero Dio è più potente. Abramo torna a Ur e predica indisturbato per venti anni il vero Dio. Si mette però a distruggere pubblicamente tutte le immagini di Nimrod e simili. È troppo! Viene rinchiuso in prigione senza cibo e acqua per un anno. Gabriele provvede ad alimentarlo.

Nimrod ha una pensata astuta. Fa raccogliere tutta la legna del regno per alimentare un’immensa fornace. Se dopo un anno senza bere o mangiare il prigioniero fosse ancora vivo la fornace è per lui. È vivo! Prima di gettarlo si pensa di decapitarlo, trafiggerlo, farlo a pezzi. Le spade si rompono sulla sua pelle. Bisogna buttarlo vivo nel fuoco. Chi si avvicina è incenerito da una fiammata. Il solito Satana consiglia di lanciarlo con una catapulta. La cosa funziona, ma Dio trasforma i legni in alberi vivi, con fiori e frutta. Abramo si trova nel giardino. Nimrod, sfinito e rassegnato, lo riempie di doni, tra i quali lo schiavo Eliezer, particolarmente prezioso. Un paio d’anni dopo Eliezer avverte che Nimrod, dopo un brutto sogno, ha rideciso la morte di Abramo. Cosi Abramo, con tutta la famiglia, lascia il regno di Nimrod, passando l’Eufrate. Per questo gli Ebrei sono così chiamati: ‘Ivrim, da ‘avor, passare oltre. Chi ne vuole sapere di più, e raccontato meglio, può leggere, in edizione Adellphi, L. Ginzberg Le leggende degli ebrei, vol.II e G. Limentani Gli uomini del Libro. Chi vuole avere un’idea più vicina della situazione irachena e delle finalità del viaggio di papa Francesco può leggere un buon articolo su Civiltà cattolica.

L’autore ricorda che nella regione di Ninive sono rimasti “circa 120.000 cristiani, mentre prima del 2003, cioè prima dell’invasione statunitense, vi vivevano più di un milione di cristiani”. Ricorda pure “le guerre di Saddam Hussein” con la benedizione e “il sostegno dell’Occidente in funzione anti-iraniana”, come nella guerra “(1980-88), che costò la vita a circa un milione di persone”. La punizione internazionale nel 1991, guidata dagli Usa per l’invasione del Kuwait, aveva cercato giustificazioni in termini di diritto internazionale. Non così quella del 2003, condotta da Bush junior con l’appoggio “dell’Inghilterra, dell’Australia e della Polonia”. I crociati polacchi non li ricordavo. Questa guerra “secondo molti analisti è stata all’origine dei successivi stravolgimenti e micidiali conflitti in Medio Oriente”. Dieci anni fa l’esercito Usa si è ritirato dall’Iraq. Questo non ha evitato “le divisioni settarie dell’Iraq nel periodo post”, Saddam e “una «primavera araba» sbocciata in ritardo non ha dato i frutti sperati”. Neppure fuori dall’Iraq a vero dire. Resta un limitato contingente militare Usa. Ci sono difficoltà, qui come in Afghanistan, per un ritiro completo.

C’è una ricetta infallibile per evitare le difficoltà del ritiro: basta non andarci!

(foto AP)

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