• 30 Giugno 2022 12:19

Il culto del cargo

DiDaniele Lugli

Mar 1, 2021

Riprendo da Il Post la descrizione dei culti del cargo di Richard Feynman. L’intero articolo merita lettura.

Nei mari del sud del Pacifico c’è un culto del cargo praticato da gruppi di persone. Durante la guerra vedevano aerei trasportare tanti beni utili, e vogliono che la stessa cosa accada adesso. Quindi si sono industriati per costruire diverse cose tra cui rudimentali piste di atterraggio, fuochi ai lati delle piste, una capanna di legno in cui un uomo possa sedersi con due pezzi di legno sistemati in testa come cuffie e canne di bambù tenute in mano e sporgenti come antenne – è il controllore di volo. E attendono che gli aerei atterrino. Fanno tutto correttamente. La forma è perfetta. Sembra esattamente come era prima. Ma non funziona. Non atterra alcun aereo. Chiamo queste cose scienza del culto del cargo, perché seguono tutti i precetti apparenti e le forme della ricerca scientifica, ma si perdono qualcosa di essenziale, perché gli aerei non atterrano”.

Siamo perfettamente in grado di comprendere questo meccanismo. Lo vediamo da tempo all’opera nella politica italiana. Si racconta di un’Italia, dopo la guerra, capace di darsi una Costituzione, di sviluppare la propria economia, di gettare le basi dell’Europa, capace di miracoli insomma. Il merito, nei diversi racconti, è attribuito alla spinta delle masse, a élite illuminate, all’unità benedetta dalla Chiesa, all’essere finiti dalla parte privilegiata della cortina di ferro, anche al vecchio regime, che a Salò aveva anticipato la forma repubblicana.

Nei periodi di crisi all’Italia dei miracoli si vorrebbe tornare. E le crisi, in un mondo sempre più connesso e complicato, non mancano. È stato così che, negli anni Settanta, è morta la Repubblica. Se ne è accorto e lo ha scritto subito Mario Luzi: Muore ignominiosamente la repubblica. / Ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti. / Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto. / Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani, / si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli. / Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

I poeti se ne accorgono prima, ma anche i politici ne divengono consapevoli. Così si è provato a mimare il virtuoso percorso del dopoguerra ripartendo dalla Costituzione. Si è proceduto attraverso una Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, una bicamerale, impegnando “i migliori” deputati e senatori, con il compito di elaborare progetti di revisione della parte II della Costituzione: Ordinamento della Repubblica. Abbiamo avuto la bicamerale presieduta da Bozzi, dal 1983 al 1985, con 20 deputati e 20 senatori. Ha lavorato e presentato le sue conclusioni, senza alcun seguito. La bicamerale, con staffetta, presieduta prima da De Mita e poi da Jotti, 30 deputati e 30 senatori, ha fatto altrettanto dal 1993 al 1994. Infine la bicamerale presieduta da D’Alema, 35 deputati e 35 senatori, in sei mesi del 1997 conclude nella concordia i suoi lavori iniziati sotto i migliori auspici. All’atto della presentazione alla Camera vengono preannunciati in assemblea 42 mila emendamenti. La cosa finisce lì. Anche nei numeri 70, ma solo in quelli, con D’Alema ci si è avvicinati alla Commissione per la Costituzione, scelta dai 556 costituenti, per elaborare e proporre il progetto. Erano 75. La loro opera ha avuto migliore e duraturo successo. Ci avranno forse pensato Aldo Bozzi e Nilde Jotti che dei 75 avevano fatto parte.

Non bicamerale, ma biministeriale è, nel 2014, la proposta di Renzi (Presidente dei ministri) e Boschi (Ministra per le riforme costituzionali, appunto). È una riscrittura complessa e radicale: superamento del bicameralismo paritario, riduzione del numero dei parlamentari, contenimento dei costi delle istituzioni, soppressione del CNEL, revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione. Il titolo V era stato rivisto nel 2001, in una formulazione approvata con referendum. Il referendum popolare sula proposta Renzi-Boschi non ha però consentito l’approvazione. Il taglio dei parlamentari c’è poi stato. È approvato con larghe maggioranze, in Camera e Senato, da onorevoli persuasi ciascuno che siano gli altri e non loro ad essere di troppo. È pure approvato nel 2020 dagli elettori, già contenti che siano di meno a “rappresentarli”. Ora la pandemia sembra aver tolto urgenza al tema.

Dall’Europa, sempre così avara con i popoli del sud giunge un cargo carico di doni per farvi fronte. Ci sarebbe bisogno di “un uomo della provvidenza”. Non manca nel culto del cargo. A Vanuatu è venerato il misterioso John Frum, un semidio in divisa di soldato statunitense. A lui si rivolgono con speranza, tutti i 15 febbraio, gli abitanti dell’isola di Tanna. A Brescia, mi dicono, lo stesso giorno si celebrano i patroni Faustino e Giovita. Anch’essi vengono rappresentati in veste militare, romana naturalmente e non statunitense. Forse perché il giorno prima è San Valentino, i fratelli martiri sono protettori dei single e di chi si sente solo, sensazione diffusa in tempi di pandemia.

All’inizio di febbraio Mario Draghi – il Governatore col bazooka, che salvò l’Eurozona e ci impedì di affogare nel debito – ha ricevuto l’incarico di portare a buon fine il cargo di doni europei. Nei giorni successivi alle celebrazioni di John Frum, Faustino e Giovita, ha ricevuto l’osanna di Camera e Senato. Ora gli resta solo da fare i miracoli.

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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