• 25 Giugno 2022 19:50

Punto e a Capua?

DiDaniele Lugli

Lug 12, 2021

117 risultano gli indagati, 77 agenti di polizia penitenziaria, 52 sottoposti a misure cautelari. Per quel che se ne sa trecento agenti, convenuti anche da altre sedi, si sono accaniti in violenze, fino alla tortura, nei confronti di decine di detenuti colpevoli di rumorose proteste un mese prima, motivate dalla restrizione dei colloqui con i familiari e dal timore di contagio da Covid. L’indagine della Procura prosegue, estesa anche alla diffusione dei video. Episodi analoghi, anche se meno imponenti, si sono verificati in altre carceri.

I fatti sono gravissimi e meritano tutta l’attenzione. È il solo crimine contemplato dalla nostra Costituzione all’articolo 13, terzo comma “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Un libro intitolato “Il delitto, della pena” è frutto di incontri, ai quali ho partecipato nell’autunno del 2011 a Ferrara, promossi da Andrea Pugiotto. Il tema del carcere, della pena e delle vittime, delle violenze in regime di detenzione vi è ben rappresentato. Ricordo che in quell’occasione – ero allora Difensore civico della Regione Emilia-Romagna e ancora non vi era un Garante regionale dei detenuti – ho portato in piazza nella mia città la riproduzione di una cella tipo, molto visitata e molto discussa. Non c’è nessuna novità e nessun mistero in quanto avvenuto. La spiegazione è fin troppo semplice.

È passato mezzo secolo dall’esperimento dello psicologo Philip Zimbardo dell’università di Stanford. 24 studenti, con il compenso di 15 dollari al giorno, sono stati suddivisi casualmente per svolgere il ruolo di finte guardie (divisa e occhiali a specchio) e detenuti (tuniche e catena a un piede) nel seminterrato dell’istituto di psicologia, adibito a carcere. Poche le consegne alle guardie: chiamare i detenuti con il numero anziché con il nome, evitare qualsiasi contatto personale. Durata prevista due settimane, La simulazione è interrotta dopo sei giorni per gli episodi di sadismo e gli abusi di ogni genere verificatisi. Solo il deciso intervento di Christina Maslach, giovane psicologa sociale allora compagna del professore, indusse a interromperlo.

Gli studenti erano ben consapevoli del carattere dell’esperimento, ma l’identificazione nel ruolo giunse ad estremi che Zimbardo e la sua equipe non avevano previsto. Se questo accade a studenti di psicologia impegnati in una simulazione prevista di due settimane e che non ne è durata neppure una, perché non dovrebbe accadere a chi, in una situazione reale e difficile, si trova per il lavoro di una vita? Da quest’anno ai “civili”, aspiranti agenti di penitenziaria, viene chiesto il diploma superiore: resta la licenza media per chi proviene dalle forze armate, le sole, fino al 2017, a fornire agenti alla penitenziaria. Ai vincitori del concorso, in maggioranza addestrati alla guerra e non a compiti di riabilitazione, viene impartito un corso di formazione previsto di durata annuale, ma ridotto a 9 mesi e si parla di ridurlo ulteriormente. Quanto sia logorante quell’attività lo attesta pure l’Osservatorio suicidi in divisa: il comparto della polizia penitenziaria è quello che registra, ogni anno, il maggior numero di suicidi rispetto agli altri.

Oltre quegli alti muri di cinta delle carceri – avverte la ministra Cartabia – c’è un pezzo della nostra Repubblica, dove la persona è persona, e dove i diritti costituzionali non possono essere calpestati. E questo a tutela anche delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, che sono i primi ad essere sconcertati dai fatti accaduti”. Sono parole che hanno trovato apprezzamento da tutti i Garanti dei detenuti, ad ogni livello. La loro opera e quella del Giudice di sorveglianza sono state sollecite. Dubito però che chi opera nel carcere sia sconcertato.

La violenza diretta è stata opera di agenti, ma sono responsabili pure quelli che li hanno diretti, coperti e cercato di sviare l’indagine, secondo un ben noto copione. Ma a sostenere l’intollerabile violenza diretta stanno – è sempre così – la violenza culturale e quella strutturale. Culturale: con questa gente ci vogliono maniere forti. Strutturale: siamo in un carcere, ristabilire l’ordine è il primo obiettivo. “Per restituire il carcere alla sua vincolante dimensione costituzionale, orientata al recupero sociale del reo e al pieno rispetto della sua dignità personale, è necessario tornare ai fondamentali del diritto e dei diritti”, si afferma nel libro ricordato “Il delitto, della pena”. E il rappresentante dei Garanti territoriali Stefano Anastasia auspica “una riforma dell’esecuzione penale nel senso della sua umanizzazione, a partire dalla minimizzazione della pena detentiva e dalla sua qualificazione”. Se la “ignobile mattanza” contribuirà a porre il tema non sarà stata inutile e si porranno le condizioni perché questi fatti siano più rari e meno gravi.

Martedì 13 luglio 2021, alle 21, Casa della cultura e della legalità Salvaterra di Badia Polesine, c’è la presentazione del libro “Perché abolire il carcere” uscito proprio ora. Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi spiegano perché e come il carcere si può abolire. Ferrari riprende il discorso di “No prison. Ovvero il fallimento del carcere” del 2015, con prefazione di Massimo Pavarini, che proprio quell’anno ci ha lasciato. Ricorda Ferrari: “Quando c’era la pena di morte o la tortura si pensava che la società fosse più sicura. L’ordine però è costituito dalla legge, non dalla cattiveria o dalla paura. Il carcere è un’istituzione che deresponsabilizza completamente l’autore del reato: qualunque nefandezza commetta, una volta dentro l’autore se ne può disinteressare. A meno che non ci sia una pericolosità reale, è meglio che il prigioniero utilizzi il tempo della condanna per restituire ciò che ha fatto di male. In prigione non è possibile”. Conosce bene la realtà carceraria. Non dice numeri a caso. “Sui 60mila detenuti italiani solo 15mila hanno bisogno di essere privati della libertà. Il resto potrebbe stare fuori” e impegnarsi in un percorso che permetta “di tornare sulla strada della legalità attraverso il risarcimento del danno alla vittima” nelle diverse forme possibili, del tutto impossibili in carcere.

Una buona notizia per quanti saranno condannati: proprio a Santa Maria Capo Vetere c’è il miglior carcere pensabile. È l’ultimo di quelli militari. Fino agli anni duemila c’erano: Gaeta, Peschiera, Forte Boccea, Cagliari, Sora, Palermo, Bari, Torino e Pizzighettone. Hanno ospitato in anni passati, tra gli altri, gli obiettori di coscienza. Nel febbraio scorso il Garante campano, primo a denunciare le violenze dell’aprile 2020, lo ha visitato. “Ho trovato una struttura a misura d’uomo, nella quale le persone ‘diversamente libere’ vivono la privazione della libertà nel rispetto della dignità umana, sia negli spazi che sono funzionali al trattamento, alla rieducazione e al rispetto delle norme di sicurezza”. È un carcere militare, ma leggo che sono ammesse anche forze di polizia. È il miglior augurio che mi sento di fare ad agenti e responsabili: un carcere dove la riabilitazione funziona e si impara a risarcire le vittime.

Vedo che il paese è spesso indicato come Santa Maria C.V. e sammaritani si dicono gli abitanti. Sorge però nella sede che fu dell’antica Capua, seconda solo a Roma per importanza. La vita vi era così dolce che gli ozi costarono ad Annibale una vittoria che pareva ormai certa. Ma io penso a Capua come la città dalla quale partì la rivolta di Spartaco, simbolo di liberazione per tutti gli oppressi. Pure ricordo il sammaritano Errico Malatesta, anarchico indomito. L’auspicio è che le cose non proseguano come prima, che non si faccia punto e a capo, che da questa vicenda triste possa venire un impegno per la libertà e la dignità di tutti, in tutte le circostanze.

Vigna di Mauro Biani

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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