• 13 Aprile 2024 18:18

Quel dolore non è immobile

DiElena Buccoliero

Ago 4, 2023

Esiste un filo invisibile eppure concreto che unisce una ragazza di vent’anni di cui non conosco il nome, studentessa dell’Università di Bologna, a Miriam Ridolfi, forse poco nota meno fuori dai confini regionali dell’Emilia-Romagna. Alla prima si deve la scintilla di un progetto importante, che oggi è un documentario intitolato “Quel dolore non è immobile” per la regia di Giulia Giapponesi. Alla seconda si deve il titolo di quel documentario e molto, molto altro.

Ricomincio dal principio. La storica Cinzia Venturoli, docente storica dell’Università di Bologna che studia con particolare cura le stragi italiane e soprattutto quella del 2 agosto 1980, sta svolgendo le sue lezioni quando una studentessa pone una domanda: “Nessuno ha mai pensato di portare a compimento i viaggi interrotti dalle 85 vittime?”.

La docente deve rispondere in modo negativo ma non può tenere per sé una suggestione così potente. La condivide con una collega, la pedagogista Federica Zanetti, e questa con la compagnai del Teatro dell’Argine con cui collabora da tempo. Nasce così, insieme all’Associazione tra i familiari delle vittime, il progetto “A destino”. Un laboratorio nato dall’intreccio tra la memoria, il teatro e la scrittura, che il 2 agosto dello scorso anno ha permesso agli allievi di portare a termine il viaggio delle persone uccise nella strage di Bologna: ogni allievo una vittima, ognuno una meta e una valigia o uno zaino dipinti di bianco, come cosa polverosa e dimenticata. Nel bagaglio, una lettera per chi non c’è più, qualche informazione sul progetto e poco altro, da consegnare – secondo i casi – a un familiare o un amico della vittima, al sindaco, a un passante disposto ad ascoltare una storia. Lo scopo era completare i percorsi interrotti e rinnovare la memoria della strage fascista, la più crudele nella storia della Repubblica.

Di “A destino” qualcosa abbiamo detto un anno fa. La buona notizia è che quel progetto è ora un documentario intenso ed efficace curato dalla giovane regista Giulia Giapponesi e realizzato grazie alla collaborazione tra l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione e la casa di produzione Codalunga. Frammenti del laboratorio teatrale si mescolano con note di viaggio e brevi interviste ai protagonisti. Andrea Paolucci, Micaela Casalboni e Jessica Bruni del Teatro dell’Argine illustrano l’impostazione del laboratorio. I rappresentanti dell’Associazione delle vittime ricordano la loro storia familiare in quella strage e portano avanti la richiesta di giustizia per quella strage che dopo oltre quarant’anni non è stata ancora spiegata fino in fondo, con depistaggi anche recentissimi. Infine, alcuni dei partecipanti al laboratorio, uomini e donne di diverse età, incluso un bambino. L’ascolto delle loro esperienze disegna una trama ancora più fitta di relazioni tra la biografia del viaggiatore e l’evento della strage, o la storia della specifica vittima di cui ha proseguito il cammino.

Il documentario è stato proiettato per la prima volta a Bologna, in piazza Maggiore, la sera del 1° agosto scorso e, a partire dall’autunno, sarà in distribuzione a titolo gratuito a cura dell’Assemblea legislativa regionale. Il titolo “Il dolore non è immobile” si deve a Miriam Ridolfi che, ricordando la strage, ha espresso la volontà spontanea – forse anche la necessità – che tutti i bolognesi hanno sentito in quelle ore, di tramutare il dolore in una forza più grande. Di reagire alla violenza cieca che ha spezzato la vita di 85 persone ferendone altre 200. Un’affermazione più alta di unione e di fratellanza, un di più di amore e protezione gli uni per gli altri e verso il patto che ci tiene uniti.

Miriam Ridolfi era assessore del Comune di Bologna da appena tre giorni quando il 2 agosto 1980, alle 10,25, ci fu l’esplosione nella stazione della sua città. Il sindaco era temporaneamente assente, perciò fu lei a coordinare gli aiuti. Il filmato ripropone uno sforzo corale e commovente per l’energia e la partecipazione che la cittadinanza intera è riuscita a esprimere facendo ciascuno ciò che era nelle proprie possibilità, che fosse scavare tra le macerie per liberare i corpi o guidare l’autobus 37 fino all’obitorio, soccorrere i feriti o portare qualcosa di pronto per i volontari che di certo non avevano tempo per andare a casa a mangiare.

Questa risposta valse alla città la medaglia al valore civile e Miriam Ridolfi è stata una figura essenziale. In seguito insegnante, dirigente scolastica, collaboratrice della rete bibliotecaria cittadina, volontaria impegnata per il rispetto dei diritti umani e della Costituzione, è morta nel maggio di quest’anno ma il suo messaggio e la sua passione possiamo apprezzarli ancora grazie alle interviste e ai documenti reperibili in rete.

«In una strage quale è stata la grande vera reazione?», riflette Miriam nell’intervista confluita nel documentario di cui parliamo. «Che il dolore non si fermasse, non si cementasse diventando un monumento. Ma che diventasse invece capacità di una solidarietà diversa, come quella che abbiamo avuto. Che non è la beneficenza, non è aiutare qualcuno nel bisogno, ma è la continuità del vivere insieme e del dare quello che si può. Questo serve perché il dolore non sia immobile, vale per sempre e per tutti».

Mi preme ricordare anche “Vite interrotte il 2 agosto 1980”, una ulteriore iniziativa realizzata da Cantiere Bologna in collaborazione con l’Associazione tra i familiari delle vittime. Due totem multimediali sono stati installati a Bologna, nella sala d’attesa della stazione centrale e all’angolo tra via Ugo Bassi e Piazza del Nettuno, nel cuore del centro città. Racchiudono 85 video di venti secondi soltanto, per raccontare le vittime. I testi sono stati scritti e letti da studenti delle scuole bolognesi e da artisti come Lella Costa, Alessandro Bergonzoni e Neri Marcorè.

Di Elena Buccoliero

Faccio parte del Movimento Nonviolento dalla fine degli anni Novanta e collaboro con la rivista Azione nonviolenta. La mia formazione sta tra la sociologia e la psicologia. Mi occupo da molti anni di bullismo scolastico, di violenza intrafamiliare e più in generale di diritti e tutela dei minori. Su questi temi svolgo attività di formazione, ricerca, divulgazione. Passione e professione sono strettamente intrecciate nell'ascoltare e raccontare storie. Sui temi che frequento maggiormente preparo racconti, fumetti o video didattici per i ragazzi, laboratori narrativi e letture teatrali per gli adulti. Ho prestato servizio come giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna dal 2008 al 2019, e come direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati dal 2014 al 2021.