Referendum sul taglio del Parlamento: esercitare la partecipazione consapevole anziché arrendersi alla demagogia

Referendum sul taglio del Parlamento: esercitare la partecipazione consapevole anziché arrendersi alla demagogia

“Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo
s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni”
(Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente)

Uno degli aspetti più pervasivi e pericolosi del “populismo” è quello di convincere il “popolo” – considerato come una massa indifferenziata – di scelte e decisioni che in realtà vanno contro gli interessi generali dei cittadini, specie delle classi popolari, identificando capri espiatori semplici (“gli immigrati” e “la casta” vanno per la maggiore) contro i quali scatenare la rabbia in risposta a situazioni complesse, soprattutto in momenti di crisi. E’ quell’atteggiamento politico che fin dall’antica Grecia è stato definito dai filosofi “demagogia”, ossia la corruzione della democrazia. Ora che il populismo si sta facendo strada ovunque nel mondo, il referendum italiano sul taglio del numero dei parlamentari del 20 e 21 settembre è una grande occasione per separare e distinguere tra demagogia e democrazia. Ossia tra populismo e partecipazione consapevole.

Il confronto in Assemblea Costituente per fissare il numero dei parlamentari fu particolarmente approfondito (come ricostruisce anche Carlo Corsetti per Left ) alla ricerca del miglior punto di equilibrio tra rappresentanza dei cittadini, per portare nelle istituzioni i loro bisogni e diritti, e funzionalità dell’organo fondamentale, legislativo, della nascente Repubblica parlamentare. Iniziato il 4 settembre del 1946 nella sottocommissione della Commissione per il progetto di Costituzione si concluse l’8 ottobre in Assemblea generale con un voto che non indicava un numero fisso di deputati e senatori, ma il rapporto numerico da rispettare tra rappresentanti e rappresentati: “un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila” e “un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila” (su base regionale).

Di fronte alle proposte che già allora volevano allargare questo rapporto, portandolo per la Camera dei Deputati ad un parlamentare ogni 100.000 o addirittura 150.000 cittadini, sostanzialmente per le stesse ragioni di “risparmio economico” che risuonano anche oggi, il presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini così argomentava: “la diminuzione del numero dei componenti [per] la prima Camera repubblicana sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni” (18 settembre 1946); [queste proposte] “sembra che riflettano certi sentimenti di ostilità, non preconcetta, ma abilmente suscitata fra le masse popolari contro gli organi rappresentativi nel corso delle esperienze che non risalgono soltanto al fascismo, ma assai prima, quando lo scopo fondamentale delle forze antiprogressive era la esautorazione degli organi rappresentativi. Quanto alle spese, ancora oggi non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunziare ai vantaggi della rappresentanza” (27 gennaio 1947)

Quando nel gennaio del 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana la popolazione era di circa 46.210.000 cittadini. Solo nel 1963 quando, attraverso una costante crescita demografica, il Paese giunse a contare circa 51.600.0000 cittadini, il numero dei parlamentari fu fissato con Legge costituzionale in 630 deputati e 315 senatori, con un rapporto di rappresentanza di un deputato ogni 81.904 cittadini e un senatore ogni 163.209. Sostanzialmente confermando il rapporto inizialmente indicato dall’Assemblea Costituente per la Camera dei Deputati e addirittura riducendo quello relativo al Senato della Repubblica.

Nel 2020 la popolazione italiana è di circa 60.302.000, con un rapporto di rappresentanza di un deputato ogni 95.717 cittadini e un senatore ogni 191.434. Ossia ogni parlamentare oggi rappresenta – bene o male, ma questo è un altro tema – nella Camera dei Deputati circa 15.000 cittadini in più sia rispetto al 1948 che al 1963, mentre rappresenta al Senato circa 30.000 cittadini in più rispetto al 1963 (ed è sostanzialmente in linea con il rapporto del 1948). Quindi se c’è un problema di rapporto numerico di rappresentanza nella nostra repubblica parlamentare, questo riguarderebbe semmai una riparametrazione in riferimento all’aumento della popolazione. Non un taglio del numero dei rappresentanti, che non avrebbe altra ragione se non quel “sentimento di ostilità abilmente suscitato fra le masse popolari contro gli organi rappresentativi”, come spiegava Terracini. Ossia ne più ne meno che un’operazione di demagogia populista contro il luogo centrale della democrazia italiana dove – attraverso i rappresentanti eletti dai cittadini – si agiscono e si ricompongono i conflitti che attraversano la società italiana. Un colpo micidiale ad un Parlamento che è già sempre più svilito nel ruolo di mero ratificatore delle decisioni dei governi. Insomma, un attacco grave alla democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione.

Del resto non si tratta neanche un problema di risorse visto che – come ha calcolato l’Osservatorio dei conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli – il taglio di 345 parlamentari porterebbe ad un risparmio di massimo 57 milioni di euro all’anno. Quindi, se l’obiettivo del taglio fosse davvero quello di risparmiare soldi pubblici – come dichiarano le forze che sostengono il SI, usando un argomento che già Terracini definiva “debole e facilone” – basterebbe tagliare il costo di un giorno di spese militari – ossia 73 milioni (per un costo complessivo di 26,3 miliardi all’anno) – per risparmiare ben di più di un anno di taglio del Parlamento. Senza dover ridurre gli spazi e i “vantaggi” della rappresentanza democratica. Senza indebolire ancora il Parlamento, che è il luogo del confronto democratico. Senza allontanare ancora di più gli eletti dagli elettori. Senza populismo, senza demagogia. Facendo anche una scelta minima di civiltà.

Per questo il 20 e 21 settembre nel nostro Paese c’è una grande occasione per separare il populismo dalla democrazia e per esercitare la partecipazione consapevole, anziché arrendersi alla demagogia dell’anti-politica: votare NO.

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