Uscire dalla caverna

Uscire dalla caverna

L’ultimo numero di una città – piaceva a Langer e piace a me – si apre con una citazione di Nicola Chiaromonte da La situazione di massa e i valori nobili, Tempo Presente, aprile 1956. Inizia così: “Ora, nella misura in cui l’esperienza che l’individuo ha della sua esistenza sociale è un’esperienza di non-verità e di atti non-liberi, egli non cerca la verità: vuole idee bell’e pronte, prontamente rassicuranti, così pure, egli chiede non la libertà, ma l’organizzazione di una forza capace di assicurare la soddisfazione dei suoi bisogni”.

Dunque negli anni ’50 l’esperienza era questa con gravi conseguenze sui comportamenti sociali. Così la ricordo anche io. Ma descrive bene pure la situazione presente. A nessuno verrebbe però, ora, in mente di parlare di valori nobili. La nostra “esperienza di non-verità e di atti non-liberi” si accresce quotidianamente, grazie anche al progresso tecnologico. Fa tutto l’algoritmo. Ci dice cosa ci piace, cosa dobbiamo acquistare, ci sostituisce nel lavoro e nella sua direzione, determina cultura e società. Ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi. Ci spia senza posa con lo smartphone, le app, la rete… Non si sfugge. I giovani a Hong Kong manifestano mascherati per sfuggire ai sistemi di riconoscimento facciale e, intanto, i loro telefonini dicono tutto di loro.

Tiziano Bonini, su DOPPIOZERO ne L’automazione della società e i suoi limiti, segnala libri recenti sul tema. Secondo Bernard Stiegler (La società automatica, Meltemi) la nostra vita “è completamente sovradeterminata dall’automazione, per esempio attraverso lo smartphone”. Noi esseri sociali sottomessi al capitalismo digitale siamo ormai ridotti a una condizione di automi sovradeterminati da meccanismi algoritmici che canalizzano i nostri comportamenti sociali. Per Shoshana Zuboff (Il capitalismo della Sorveglianza, LUISS) “un tempo il potere si identificava con la proprietà dei mezzi di produzione, oggi invece si identifica con la proprietà dei mezzi in grado di modificare i nostri comportamenti… non è più sufficiente automatizzare l’informazione attorno a noi; l’obiettivo ora è automatizzare il nostro comportamento”. In inglese soltanto è uscito Automated Media (Routledge) di Mark Andrejevic. Se l’era industriale ha visto l’automazione del lavoro fisico, l’attuale era dell’informazione automatizza il lavoro cognitivo e comunicativo. Quando un algoritmo decide quale notizia, brano musicale o video proporci, siamo di fronte all’automazione della cultura.

Ho letto in passato del pensiero stesso reificato, ridotto a cosa, a strumento, soggiogato al modo di produzione dominante: “l’animismo aveva vivificato le cose; l’industrialismo reifica le anime”. Così Horkheimer e Adorno in Dialettica dell’illuminismo del 1947, ma in italiano vent’anni dopo. Letto avidamente con l’ausilio di un fratello maggiore, Eugenio Azzaroli, nei passi più impervi. L’illuminismo ha fallito nel suo intento liberatorio. “Nel mondo illuminato la mitologia è penetrata e trapassata nel profano. La realtà completamente epurata dai demoni e dai loro ultimi rampolli concettuali, assume, nella sua naturalezza tirata a lucido, il carattere numinoso che la preistoria assegnava ai demoni… La valanga di informazioni minute e di divertimenti addomesticati scaltrisce e istupidisce nello stesso tempo”. Così lo sviluppo materiale genera gruppi di potere in luogo del “soggetto sociale” (popolo, massa, coscienza sociale diffusa). Sono “la minaccia internazionale del fascismo”, il capovolgimento del progresso in regresso. Lo si vedeva allora, oggi è del tutto evidente.

Che sia questa, con tutti gli aggiornamenti e le app presenti e future, la condizione umana in ogni tempo è più di un sospetto: “immagina degli uomini in un’abitazione sotterranea a forma di caverna la cui entrata, aperta alla luce, si estende per tutta la lunghezza della facciata; son lì da bambini, le gambe e il collo legati da catene in modo che non possano lasciare il posto in cui sono, né guardare in altra direzione che davanti, perché le catene impediscono loro di girare la testa; la luce di un fuoco acceso da lontano ad una certa altezza brilla alle loro spalle; tra il fuoco e i prigionieri corre una strada elevata lungo la quale c’è un piccolo muro, simile a quei teli che i burattinai drizzano tra loro e il pubblico e al di sopra dei quali fanno vedere i personaggi dello spettacolo”. “Vedo, disse”. “Immagina adesso che lungo questo piccolo muro degli uomini portino utensili di ogni tipo al di sopra dell’altezza del muro e statuette di uomini e di animali, in pietra, in legno, di tantissime forme; e naturalmente immagina che alcuni di questi uomini parlino tra loro ed altri stiano in silenzio”. “Il tuo è un racconto proprio strano e parli di strani prigionieri, disse”. “Eppure ci somigliano, risposi. Tu pensi infatti che in questa strana situazione abbiano visto di se stessi e dei loro vicini altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che hanno di fronte?” “E come potrebbe essere diversamente, se sono obbligati per tutta la loro vita a stare con la testa immobile?”. È il noto dialogo tra Socrate e Glaucone.

Resta il problema di come liberarci, posto che lo si voglia, dalle catene che ci teniamo ben strette. Riprendo la citazione che apre una città per avere un’indicazione. “Della verità, come della libertà, egli non sente che la privazione, ma, anche questa, solo di fronte a se stesso: nella mancanza di ragione e di senso che allora scopre nella sua esistenza. Una situazione così viziosa non muta per virtù di idee pure, né di colpo, bensì unicamente ‘secondo l’ordine del tempo’, a forza di soffrire in comune la sorte comune, cercando di comprenderla”.

Non sarà facile. In quasi quattro quinti di secolo non sono riuscito a fare molto. Incoraggia in conclusione Chiaromonte: “Rimane il fatto che, dalla caverna, non si esce in massa, ma solo uno per uno”. Mi riuscisse direi come fare e cosa vedo fuori.

 

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