Verso il 10 dicembre. I diritti dei bambini e ragazzi non italiani

Verso il 10 dicembre. I diritti dei bambini e ragazzi non italiani

Ritorno sugli interrogativi che il Decreto Sicurezza apre sul futuro delle persone straniere presenti sul nostro territorio, e in particolare su quello delle più fragili perché minorenni.

Il 2 dicembre scorso sul quotidiano la Repubblica Chiara Saraceno spiegava che, con la nuova legge, la protezione umanitaria, oltre a venire concessa con il contagocce da ora in poi, esclude l’accesso a qualsiasi sostegno economico, inclusa l’accoglienza. Questo vale anche per coloro cui già è stata riconosciuta, o almeno così si regolano alcune Prefetture particolarmente solerti. Le conseguenze ricadono anche sui figli di queste persone, bambini e adolescenti che stanno crescendo in Italia accanto ai loro coetanei.

Avevo dieci anni quando il mio meraviglioso e indimenticabile maestro elementare ci condusse in visita alla sinagoga di Ferrara ad ascoltare il racconto, indelebile, del rabbino su cosa aveva voluto dire, per tanti bambini come me, essere esclusi da scuola da un giorno all’altro. Le parole che seguono mi provocano il medesimo brivido.

«Dopo l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza i figli di coloro che hanno ottenuto protezione umanitaria dovranno seguire il destino dei genitori, obbligati, spesso con il preavviso di pochi giorni, a lasciare i luoghi in cui avevano trovato accoglienza e progetti di inserimento», scrive la Saraceno, in barba alle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese, e perciò legge in Italia, e al valore che le leggi italiane riconoscono all’istruzione sin dalla più tenera età.

Che cosa succederà adesso? Può darsi che l’applicazione non sia omogenea e dipenda anche dalle risorse e dalla buona volontà di Comuni e associazioni, ma potrà accadere che bambini e ragazzi si ritrovino senza una casa, quindi in condizioni di totale precarietà, tanto da non poter proseguire neppure l’impegno scolastico. Potrà accadere, e sta già accadendo, dove c’è chi ci mette del suo.

«Il sindaco di Udine ha fatto votare alla sua maggioranza un regolamento che esclude dagli asili nido i figli di coloro che godono di protezione umanitaria in nome del fatto che “non hanno la residenza”. (…) È molto probabile che altri seguano a ruota, coinvolgendo anche le scuole materne ed elementari».

Per questi ragazzi sarebbe stato meglio, conclude amaramente la Saraceno, viaggiare da soli o diventare orfani durante il viaggio per vedersi assicurata una possibilità di accoglienza. «Avere anche solo un genitore o un parente li trasforma in puro “bagaglio appresso”».

Il privilegio, però, non dura a lungo. I veri MSNA hanno generalmente dai 16 anni in su e la maggiore età fa paura. Rita Canella, tutrice volontaria di un adolescente arrivato a Ferrara da molto lontano, lo ha scritto in una lettera al Ministro degli Interni che nel gruppo dei tutori ha trovato immediata consonanza. Per tutti il legame è forte, e così la preoccupazione.

Scrive Barbara: «Anche per me il ragazzo che seguo è “quasi come un figlio” e non solo emotivamente ma anche concretamente visto che m’interesso del suo percorso scolastico, della sua formazione professionale e delle sue relazioni sociali. Ci ha messo un anno e mezzo per arrivare a Catania, aveva 15 anni e mezzo quando è partito e rimandarlo (seppur con un aereo) nel suo paese, vorrebbe dire rimandarlo in quella situazione di violenza familiare, e di negazione della crescita di una persona attraverso l’educazione scolastica, da cui è fuggito. Qui in Italia si sta impegnando molto per costruirsi un possibile futuro e penso che dobbiamo tutelare la possibilità di esercitare questo suo diritto».

E Luigi: «Anche nel mio caso rimandare a casa in aereo il ragazzo 18enne sarebbe quasi una condanna a morte e non in senso metaforico. Credo che per molti altri ragazzi sia la stessa cosa (ad esempio gli eritrei), non vorrei che passasse il messaggio che l’aereo non è una soluzione condivisa da tutti ma è almeno una soluzione. Ieri un gruppo di africani è morta di sete su un barcone alla deriva: non hanno mandato richiesta di soccorsi per paura che arrivasse la marina libica! È meglio informare sulla situazione: in Italia la popolazione cala di numeri impressionanti, perché non farli arrivare in aereo pagato da loro, mettendo in conto 1-2 anni di soggiorno/istruzione, con la clausola di espulsione in caso che delinquano? Per loro sarebbe più economico e infinitamente più sicuro, per l’Italia un vantaggio».

Uno stralcio della lettera di Rita è stato pubblicato da Repubblica. Forse per problemi di spazio la redazione l’ha proposta in versione ridotta e, così, ne ha in parte snaturato lo spirito. D’accordo con l’autrice, che ringrazio, la riporto tutta intera. Si unisce ai segnali di resistenza e umanità che si stanno preparando in tutta Italia in occasione del 10 dicembre. Tanto per ricordarci che quest’anno è il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, oltre che l’80° delle leggi razziali.

 

Egregio Signor Ministro degli Interni,

Le scrivo per chiederLe spiegazioni, convinta che Lei saprà rassicurarmi.

Sono la tutrice di un minore non accompagnato, uno di quei ragazzi che arrivano in Italia minorenni e che, per tutelarli maggiormente, la legge italiana inserisce negli SPRAR, i centri dove possono imparare l’italiano ed un mestiere e che sono stati istituiti con la legge 189 del 2002, Governo Forza Italia-Lega.

La legge Zampa del 2017 ha istituito per questi ragazzi la figura del tutore volontario, in modo che abbiano un adulto dedicato che oltre che assumersi responsabilità giuridiche genitoriali, possa aiutarli ad inserirsi nel contesto sociale italiano.

Sicuramente io e Lei la pensiamo diversamente sulle soluzioni del problema dell’immigrazione, ma sono certa che se ci sedessimo ad un tavolo e parlassimo lontani dal frastuono degli slogan, troveremmo punti in comune, perché il buonsenso non ha colore politico e se c’è la volontà di capirsi si riescono a comprendere le ragioni dell’altro.

Non amo le divisioni in buoni e cattivi, per questo ho fiducia nella volontà di comprendersi e per questo le mie domande non sono retoriche.

Il ragazzo che ho in tutela viene da un paese poverissimo e ha impiegato un anno a venire qui. Forse non doveva venire, direbbe Lei, forse non aveva scelta, direi io. Ma questo non importa. Adesso è qui. Sta studiando la nostra lingua, sta cercando di imparare un mestiere.

Ecco io Le chiedo: che ne sarà di lui fra un anno, quando avrà compiuto 18 anni? La prego, non mi dica che dovrà andare per strada come i migranti che ho visto in questi giorni. Mi dica che ha delle soluzioni, che ha un aereo pronto per riportarlo a casa, lui e tutti gli altri. Non è quello che io ritengo giusto, ma capisco che ci possono essere delle ragioni per fare questo.

Vorrei che mi dicesse che ha fatto questo Decreto Sicurezza pensando alle persone, a quelle che hanno paura a casa loro, ma anche a quelle che hanno paura lontano da casa loro.

Lei è un padre, e spesso parla dei suoi figli e delle cose che fa per il bene dei suoi figli. Ebbene, per me questo ragazzo è un “quasi” figlio e quindi può capirmi se Le chiedo che cosa gli accadrà. Le chiedo cosa farà il Governo per questi ragazzi, per i quali sta spendendo soldi in formazione, una volta diventati maggiorenni.

Sono stata sincera con Lei, perciò Le chiedo altrettanta sincerità: non mi dica frasi fatte e generiche, non mi parli in politichese. Mi dica la verità. Solo così potrò pensare che ci siamo parlati veramente.

Grazie per la Sua attenzione,

Rita Canella

Ferrara, 3 dicembre 2018

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