Assolti gli aggressori minorenni di Carolina Picchio. È una buona notizia?

Assolti gli aggressori minorenni di Carolina Picchio. È una buona notizia?

Ha fatto discutere la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Torino che ha messo la parola fine ai processi per i ragazzi coinvolti nel suicidio di Carolina Picchio.

Sì, perché quei ragazzi erano stati messi alla prova, i loro percorsi si sono svolti positivamente e ora sono stati assolti. Dobbiamo intenderla come una buona o una cattiva notizia?

Le parole più importanti le ha pronunciate il padre della ragazza, Paolo Picchio: “Mi auguro davvero che abbiano compreso il gesto e si siano pentiti”. Che è poi il senso della messa alla prova, e della giustizia minorile, e forse della giustizia tutta, se la vogliamo “rieducativa” come chiede la nostra Costituzione.

Carolina, ad appena 14 anni, il 6 gennaio del 2013 si è tolta la vita dopo avere visto sommarsi, in poche ore, 2.600 commenti alle proprie immagini prese contro il suo consenso, a una festa nella quale, ubriaca, era stata molestata sessualmente da un gruppo di “amici”.

Dopo il suicidio vennero le indagini e dopo le indagini lo snodarsi dei processi. A ricomporre il puzzle attraverso i molti articoli di stampa pare di capire che i responsabili fossero in 7, di cui uno 13enne, non imputabile (la soglia è 14 anni) e perciò non perseguibile, e uno maggiorenne, ex fidanzato e persecutore della ragazza. Quest’ultimo, processato per stalking dinanzi al Tribunale di Novara nel luglio 2016, ha patteggiato una pena a 16 mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale ovvero, se nei successivi 5 anni non avrà commesso altri reati, in carcere non ci andrà. Gli altri cinque imputati, tra i 14 e i 17 anni all’epoca dei fatti, sono stati appunto processati dalla giustizia minorile (e uno dei cinque, ex fidanzato di Carolina, ha fatto ancora parlare di sé perché divenuto paraplegico dopo un tuffo sbagliato). Il Tribunale per i Minorenni di Torino li ha messi alla prova per un periodo variabile tra i 15 e i 27 mesi e, pochi mesi fa, il processo si è concluso con l’assoluzione perché i loro percorsi sono andati a buon fine.

Io lo so che parlare di assoluzione per cinque ragazzi che hanno contribuito a spingere una ragazza al suicidio fa accapponare la pelle. Qualcosa però mi sento di dirlo.

La stampa e l’opinione pubblica in generale, in questi anni, hanno parlato di loro come degli “assassini di Carolina”. Lo capisco. Se si prende il fatto nel suo insieme e si guarda ai cinque (ai sette, in realtà), viene spontaneo mettere tutti nello stesso mucchio e questa, se vogliamo, è una responsabilità morale. Allora però va ampliata – io credo – ai 2600 che non hanno fatto mancare i loro commenti a quelle immagini, e che a processo non ci sono andati. Chissà, magari è stata proprio una di quelle frasi la goccia che ha fatto traboccare il vaso… non lo sapremo mai, e l’autore non ne risponderà. La responsabilità penale è un’altra cosa, me ne sono accorta in fretta quando ho cominciato a celebrare processi un po’ di anni fa e ad esercitarmi nell’esercizio piuttosto impegnativo di capire, in un reato di gruppo, chi ha fatto che cosa. Comprendendo che è davvero uno sforzo importante.

Nessuno di quei cinque (no, sette) ragazzi è un assassino perché, materialmente, nessuno ha spinto Carolina. Non possiamo aspettarci che un tribunale li giudichi per omicidio, visto che l’omicidio non c’è stato. E non hanno fatto tutti le stesse cose. Le imputazioni, variamente distribuite, comprendevano: morte come conseguenza non voluta di altro delitto, stalking, violenza sessuale di gruppo (contestata a tre soltanto), diffamazione, detenzione di sostanze stupefacenti, detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Ovvero, e giustamente, ognuno risponde di quello che ha fatto: chi ha portato la droga alla festa, di spaccio; chi non ha molestato Carolina ma l’ha ripresa con il telefonino e messa in rete, di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico… e via di seguito.

E guardiamo alla risposta della giustizia. Per i cinque minorenni la messa alla prova, per il maggiorenne la pena sospesa. I primi – sì, anche il ragazzo divenuto paraplegico – hanno svolto percorsi di rieducazione ovvero, oltre a studiare come tutti i loro coetanei, per un periodo variabile tra i 15 e i 27 mesi hanno svolto colloqui psicologici e si sono impegnati ad aiutare persone in difficoltà, chi in una mensa per i poveri, chi con ragazzi disabili o con adolescenti “problematici”. Per il maggiorenne il patteggiamento ha detto la parola fine. Paolo Picchio si disse, allora, amareggiato di non vedere in lui alcuna traccia di pentimento. Nessuno può leggere dentro quel ragazzo, ma certo il sistema penale non ha fatto nulla per indurre una riflessione, un’assunzione di responsabilità. Si è limitato a emanare una pena.

E allora possiamo scegliere. Se pensiamo che la risposta alla violenza debba essere violenta, possiamo indignarci perché gli “assassini” di Carolina sono stati assolti. Se accettiamo di guardare le cose per come sono e per ciò che significano, possiamo dirci che dei ragazzi, responsabili di azioni diverse che insieme ad altre hanno contribuito al suicidio di Carolina, hanno svolto un percorso e si sono messi a disposizione dei più deboli per comprendere i propri errori.

Ma io dico anche: è più esigente la giustizia che mette alla prova e poi assolve, o quella che dice la parola fine assegnando una pena che non verrà mai eseguita? Sul certificato penale dei minorenni non resterà traccia della morte di Carolina, è vero, ma io credo che quella traccia se la porteranno dentro.

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