Bullismo: cosa bolle in pentola?

Bullismo: cosa bolle in pentola?

Consulto su Google nella sezione “Notizie” quello che è uscito dal 1° dicembre ad oggi con la parola “bullismo”. Rimedio quasi 6 pagine di materiale e le scorro per farmi un’idea di che cosa evoca, oggi, questa parola, e di che cosa sta accadendo.

Formazione, ricerca, incontri – Oltre la metà delle informazioni riguarda progetti, ricerche, corsi di formazione, incontri con esperti o artisti (tra questi J-Ax, che da qualche tempo racconta di essere stato vittima di prepotenze in età scolare, o un modello che confida un passato di bimbo obeso e sbeffeggiato dai pari). Tanti progetti sono certamente stimolati dalla recente legge sul cyberbullismo che ha riportato in auge quanto già disposto con le prime linee guida Miur del 2007 e poi sfumato, ovvero l’individuazione di insegnanti referenti e l’avvio di politiche scolastiche integrate contro le prevaricazioni. Tra le iniziative segnalo l’infaticabile intervento delle forze dell’ordine nella scuola, il progetto “Reti di comunità” attivato nel vicentino dall’amico fraterno Marco Maggi e la piattaforma Elisa, del MIUR, a disposizione dei docenti referenti regionali, provinciali e d’istituto (al massimo 2), per seguire corsi di formazione a distanza e scaricare materiale utilizzabile in classe. I corsi sono curati dall’Università di Firenze, da decenni in prima linea nella ricerca e contrasto del fenomeno, e questo ne garantisce la qualità. Ugualmente mi colpisce la distanza tra il lavoro dentro le scuole, mirato a disseminare competenze tra insegnanti e ragazzi e a intervenire nelle relazioni, e la formazione a distanza. Le lezioni online possono colmare le carenze di informazione ed è un compito necessario – per quanto sia assurdo dover ancora definire il fenomeno, dopo oltre vent’anni di lavoro anche nel nostro Paese – ma poco aggiungeranno alla capacità di condurre i gruppi o di confrontarsi con i ragazzi e con le loro fatiche. Il punto, infatti, è questo.

Parole a sproposito – Isolo gli episodi definiti come casi di bullismo e come sempre trovo un uso del termine confusivo e distorto. “Bullismo” non equivale a violenza o delinquenza giovanile ma a relazione tra pari, non di pari forza, costellata di vessazioni reiterate. Il tempo e l’esistenza di un rapporto sono un requisito indispensabile, ulteriore alla violenza impari, perché di bullismo si possa parlare. Questo non rende meno preoccupante che un 14enne lombardo sia stato rapinato dal cellulare, o che tre minorenni tra gli 11 e i 16 anni siano entrati armati in una scuola toscana, o che in 15 abbiano aggredito un compagno di classe di 11 anni nei bagni di un convitto pugliese piuttosto elitario. Vuol solo dire che per quegli atti si devono trovare parole diverse: salvo che gli stessi protagonisti abbiano agito altre vessazioni sulle stesse vittime il bullismo non c’entra. Usare bene le parole non è un optional ma una guida a ciò che viene dopo. Problemi diversi richiedono risposte differenti.

Un inasprirsi della violenza – Quei fatti episodici però qualcosa ci dicono: trasversalità nelle classi sociali, nella latitudine. Abbassamento dell’età di chi agisce violenza, certo incoraggiato da un contesto pluriavvelenato. Adozione di comportamenti non semplicemente aggressivi ma feroci per come vengono descritti. Tra tanto altro non posso non supporre meccanismi di emulazione nel gruppetto che entra in una scuola armato o nelle torture avvenute il mese scorso a Varese, in un garage, pare allo scopo di recuperare un credito.

Una sofferenza non sopita, fino a farsi del male – I primi studi europei sul bullismo sono iniziati negli anni Settanta, in Scandinavia e nel Regno Unito, per trovare risposte a un susseguirsi di suicidi in età adolescenziale. Lo sappiamo, perciò, che essere vittima – anche solo di esclusione o derisione – può portare a tanto, in un innesco misterioso tra l’attacco di alcuni, l’indifferenza o il sarcasmo di molti altri (a volte anche degli adulti), il protrarsi nel tempo, la vergogna, la paura di parlare. Non per questo fa meno male sapere che negli USA Jasmine, 9 anni, si è tolta la vita, o che a Cremona un ragazzo preso di mira è stato ricoverato dopo aver manifestato comportamenti di autolesionismo. Vorrei ricordare anche una ragazzina del leccese, 12 anni, che si è gettata dalla finestra (salvata poi da una siepe che ha interrotto il suo volo) lasciando in un biglietto le parole “Non valgo niente”. Che questo disvalore le sia stato inculcato da qualcuno, e magari proprio da coetanei, non è difficile immaginare. Non a caso i cronisti parlando di un’indagine “sulla pista del bullismo”.

La sproporzione, l’estremizzazione del conflitto – Del ragazzo di Cremona si dice che aveva avuto un diverbio a scuola. Da qui e per mesi sono proseguiti i pedinamenti, le aggressioni e molto altro, compreso il lancio di un blocco di cemento contro la sua casa. L’escalation davvero non poteva essere fermata? Qualcuno aveva la posizione giusta per vederla, per interromperla?

A Milano un genitore denuncia accorgendosi che il figlio 13enne veniva costretto a rubare in casa oro, soldi, per rispondere alle continue estorsioni di alcuni compagni. Le indagini hanno rivelato che quel ragazzo non era l’unica vittima di un sistema strutturato e, evidentemente, progredito all’interno della scuola. Grandi assenti, gli adulti.

Non per il palco ma per il profitto – Ero abituata a un bullismo, cyber o non cyber, mirato a guadagnare l’attenzione dei coetanei. Su questo, a livello educativo, si può lavorare. Se però il vantaggio desiderato è una somma di denaro questo mi spaventa, mi disarma. Il punto, mi sembra, non è più riorientare un desiderio giusto (di essere valorizzato, riconosciuto) che si è espresso in modo sbagliato, ma insegnare ai ragazzi un’altra lingua. L’analfabetismo delle relazioni sembra moltiplicarsi in modo inquietante.

Lo scotto delle differenze – Jasmin, la bimba di 9 anni che si è tolta la vita, aveva un amico bianco e altri compagni, bianchi pure loro, continuavano a dirle: “sei brutta, non sarai mai bianca, devi morire”. Di recente nel Regno Unito un 15enne siriano e la sua sorellina sono stati picchiati, umiliati e filmati dai compagni, e la zia di Vigodarzere che denuncia le reiterate vessazioni al nipote sullo scuolabus lascia intendere che il ragazzo ha un problema fisico. Anche qui niente di nuovo, però ricordiamocelo: avere una disabilità, una diversità di orientamento sessuale, un altro colore della pelle, una diversa attitudine verso la musica o la moda o lo sport o lo studio… espone ad un maggior rischio di subire prevaricazioni, specie in adolescenza. Questo non per esortare i ragazzi all’omologazione – tutt’altro – ma per invitare gli adulti a prendersi cura delle differenze e a riconoscere loro diritto di cittadinanza.

Perciò i tabù non servono – In Umbria una ricerca nelle scuole secondarie di I e II grado coordinata dal prof. Francesco Batini, docente di Didattica, Pedagogia Speciale e Ricerca Educativa dell’Università di Perugia, sarebbe stata bloccata dal Ministero dell’Istruzione e dal comitato del Family Day. Il questionario anonimo, ha precisato Batini alla stampa, era stato elaborato attingendo alla ricerca scientifica internazionale più accredita e toccava temi come la discriminazione razziale, l’omofobia, la violenza di genere.

Se davvero questo è il motivo per interrompere l’indagine, rilevo nei decisori una eccezionale miopia. Tutti questi fenomeni sono presenti, nella forma del bullismo come della violenza episodica, sono riconosciuti e studiati da decenni nelle scuole di tutto il mondo occidentale e riguardano gli adolescenti italiani né più né meno degli altri. Non volerli indagare forse aiuta a ficcarli sotto il tappeto per descrivere una rappresentazione zuccherosa e irreale della scuola come della famiglia o dei rapporti tra persone, ma lascia nell’angolo tanta sofferenza.

I prepotenti? Spero sempre che abbiano almeno 14 anni – Quando le violenze narrate sono gravi spero sempre che gli autori abbiano almeno 14 anni, ovvero abbiano raggiunto l’età imputabile e possano essere sottoposti a giudizio dal Tribunale per i Minorenni competente. Il processo non è una panacea e le insufficienze della giustizia (specie organizzative, con le lungaggini che ne derivano) sono tante ma è, almeno, una risposta sociale, coordinata, che per i minorenni si muove secondo una logica educativa. Leggo sul blog del professor Batini “Odio coloro che sono forti con i deboli e deboli con i forti” e mi ci riconosco perfettamente. È costume diffuso, però, comportarsi a quel modo, mettersi di traverso. Con i ragazzi, almeno, qualcosa si può tentare.

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