Ci sono nomi difficili da portare

Ci sono nomi difficili da portare

La Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo si celebra il 7 febbraio di ogni anno su iniziativa del MIUR “per capire, intervenire e prevenire questo attuale quanto triste fenomeno sociale”. Quest’anno cade di domenica e la data è stata posticipata a martedì 9, giorno in cui in tante scuole italiane si terranno iniziative sulla sicurezza digitale, sul rispetto, sul contrasto alle prevaricazioni.

Dovevo averlo in mente se quando ho letto il post settimanale di Daniele Lugli mi sono subito venute le esclusioni tra pari che spesso si basano su nomignoli, storpiature, offese. “Come ti chiami, come tutti si chiamino, è importante”, scrive infatti Daniele. E i ragazzi, le ragazze, lo sanno. Affibbiare un nome a qualcuno, dispregiativo in sé o ritenuto tale, è un modo per possedere la persona, rinchiuderla, schiacciarla su una sola caratteristica o impedirle di esprimersi in altro che non sia ciò per cui viene nominata.

Molta parte del bullismo si basa sulla discriminazione. Gli appellativi la rimarcano. Così i gruppi prendono le distanze da alcuni loro membri che quasi sempre si distinguono dalla maggioranza per qualche peculiarità. Lo straniero, il disabile, il grasso, il povero, il lento, quello fuori moda, quello che non è abbastanza virile o quella che non è abbastanza femminile, oppure lo è troppo. Se rileggo questa sfilza di nomi mi vengono in mente coloro che Aldo Capitini include nella compresenza a dispetto della pretesa produttività individuale: i pallidi, gli stroncati, i mezzi morti… Tra gli adolescenti, e forse non solo tra loro, esclusi restano coloro che non si conformano alla maggioranza, oppure non aspirano alla minoranza vincente. E a volte non lo fanno perché non possono, neppure nella finzione, e a volte perché non vogliono.

Mi capita di parlarne con gruppi di ragazzi e li trovo compatti sul mantra “ognuno deve essere se stesso”. L’affermazione continua a andare per la maggiore, sostenuta da tutta una retorica italoamericana sul fatto che ciascun può, ciascuno vale. Eppure essere se stessi può essere molto faticoso.

Molti anni fa ho letto un libro illuminante intitolato “L’offesa peggiore”. È di Luca Pietrantoni e tratta di bullismo omofobico. Parlandone a scuola ho capito che le offese peggiori sono due: quella di omosessualità per i maschi, e di licenziosità per le femmine. Alla prima è dedicato il testo di Luca, una delle prime ottime analisi sul tema con un’attenzione specifica per le dinamiche di gruppo. Altri studi sono seguiti. In uno, un manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori, abbiamo lavorato assieme, in un gruppetto di quattro.

“Essendo un bullismo legato alla sessualità”, scrivevamo, “sono più probabili umiliazioni fisiche a sfondo sessuale, per esempio toccare parti intime, obbligare a spogliarsi, fino a violenze sessuali di gruppo. Tuttavia il bullismo omofobico condivide analogie con quello non omofobico: le tipologie di aggressione assomigliano a quelle del bullismo classico come violenze verbali, derisioni, insulti, prese in giro ripetute, minacce, oppure violenze fisiche (calci, pugni, ecc.), restrizioni della mobilità, danni alla proprietà (es. deturpazione del materiale scolastico), oppure ancora prepotenze indirette, esclusioni, diffusione di pettegolezzi (es. cartelli o scritte sui muri riguardo all’orientamento sessuale del soggetto). Non va poi dimenticato l’utilizzo delle nuove tecnologie, se pensiamo a internet o ai cellulari. È successo, per esempio, che si siano diffuse voci circa l’orientamento sessuale di una persona tramite l’utilizzo di blog o di sms. In altri casi sono stati inviati, su siti web appositi come youtube, filmati di aggressioni omofobiche nei confronti di compagni di classe”.

Sapevamo inoltre che il bullismo omofobico non riguarda soltanto le persone omosessuali. Non nel contrasto – eravamo fieri di essere un gruppo misto, non uniforme per orientamento di genere – ma neppure nei processi di vittimizzazione. A volte basta che un ragazzo sia particolarmente gentile e educato, o una ragazza particolarmente sportiva o senza fronzoli, perché diventino vittime. Oltre a chi ha familiari apertamente gay o lesbiche, e allora l’esclusione è riflessa.

Tra le parti che avevo curato una mi aveva particolarmente coinvolta, quella dedicata a Matteo, un ragazzo che si era suicidato non sopportando più le pressioni dei compagni. L’analisi di come i giornalisti si erano occupati della sua storia mi aveva fatto capire molte cose non sul ragazzo ma su tutti gli altri, su tutti noi. Sulla facilità con cui certi eventi feriscono indicibilmente e subito vengono rimossi. Sulla disinvoltura di chi aveva lanciato il sasso e fulmineo ritirava la mano.

So di progetti sul bullismo ostacolati o esclusi da alcune amministrazioni proprio perché parlano di omofobia, come se il tema non fosse d’attualità, o come se trattarlo implicasse automaticamente una strizzatina d’occhio alla “teoria del gender”. Eppure il bullismo omofobico esiste ed è particolarmente grave in adolescenza. Ferisce più di altre forme di esclusione proprio in quanto mette al centro un dato costitutivo dell’identità individuale, in una fase in cui l’identità si sta costruendo. E resta il fatto che chiunque di noi ha diritto al rispetto della propria dignità, non perché omo o etero, e neppure perché meritevole o conforme, ma in quanto essere umano.

Uno strumento che userei, dovessi parlarne il 9 febbraio con un gruppo di adolescenti, sarebbe probabilmente un bel video francese, sottotitolato, che racconta una storia e aiuta a riflettere.

Vedi qui il corto di Olivier Lallart sull’omofobia a scuola

 

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