Si chiamava…

Si chiamava…

Come ti chiami, come tutti si chiamino, è importante. Genesi 2, 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

A illustrare questa impresa, succintamente indicata, e le sue conseguenze soccorrono numerosi racconti. Adamo senza titubare dice “Il nome appropriato per questo animale è toro, per questo cavallo, per questo cammello…” Alla domanda “Tu come ti chiami” risponde “Adamo, perché fatto di adamah (terra)”. Terrone diremmo noi. “E qual è il mio nome?” chiede Dio. “Adonay, cioè Signore, perché signore delle creature”. Satana si ribella. Denuncia un aiutino che il Signore ha dato: formula la domanda in modo che la prima lettera della stessa coincida con quella dell’animale da nominare! Vedi come può cominciare una ribellione!

Non meno importante è il nome nella tradizione greca. Basti un richiamo all’accecamento di Polifemo nell’Odissea. L’eroe dice al ciclope di chiamarsi Nessuno (Udeis anziché Odisseo). Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni. Così quando l’accecato chiede aiuto non lo riceve perché alla domanda “Chi ti ha fatto male?” risponde “Nessuno!”. Ma appena può, a rischio di affondare con tutti i suoi compagni per i macigni che il ciclope scaglia: Digli che ad accecarti fu Odisseo, distruttore di rocche, il figlio di Laerte che abita Itaca. Tutto gli dice: nome, curriculum, nome del padre, residenza. Non per vanto o umiliazione di Polifemo. Senza nome ricadrebbe nella natura innominata. Il dominio, di sé e di tutto il resto, comincia dal nominare. Ecco dunque, nota Adorno, Udeis intimamente costretto a dichiararsi Odisseo.

A me spiace perdere i nomi di persone che ho conosciuto e che magari incontro. Più ancora di chi è stato importante per me prima che fossi grande. Il passaggio è avvenuto a tre anni, con la nascita di mio fratello. Così mi si è detto allora. I comportamenti, miei e dei miei familiari, non sono stati sempre coerenti alla qualifica attribuitami.

Come si chiamava il cane alla cui custodia neonato mi affidavano? Quasi sbranò mio padre che, sconosciuto, si avvicinava. Come si chiamavano le bambine che mi tenevano in braccio, sfollato a Madonna della Pioppa, Ospitale? Mi consolavano dallo spavento più grande provato: l’urlo del maiale ucciso nella corte. E quelle con le quali giocavo sotto un grande telaio – il carrarmato lo dicevo, si era in tempo di guerra – a Tiramòla?

Così mi piacerebbe ritrovare i nomi dei protagonisti della saga di Migliarino. Le loro storie me le ha narrate in modo impareggiabile Davide, lo storico. Ufficialmente si chiamava Luigi, come pure si chiama Luigi, Piero il medico. Questa cosa di dare un nome e poi di chiamarlo con un altro mi colpisce sempre.

Più volte ho chiesto a Davide di mettere per iscritto quelle storie. Non credo l’abbia fatto. Lo chiedevo e lui riprendeva il racconto. Ora non può più farlo. Io le ripeto, a me e anche ad altri, come posso. Mi mancano i colori, che lui sapeva dare, e anche i nomi.

Il fabbro e i doni del compleanno: uomo mite e fiducioso, riceve una torta e una pianta esotica. La torta si rivela di cemento, con glassatura di cioccolato. La pianta, di aspetto poco significativo, è sorprendente. Il mattino successivo appare carica di frutti differenti. Il festeggiato è sospettoso. “La pianta esotica, la liga!” è la spiegazione.

Il lanciatore di biciclette: un giovane ha una singolare passione. Prende tutte le biciclette che trova e la scaglia con violenza contro un muro. Di lui non si sa più nulla, finché viene riferito di ripetuti lanci di bicicletta in un piccolo paese della Svizzera tedesca. Deve essere lui.

I fratelli baristi: monarchici e antifascisti. Gestiscono il locale più importante del paese. Ci tengono al decoro e all’osservanza dell’orario. Un cliente prepotente e temuto non ha per niente rispetto. Non risultano violenze, ma dopo quella sera non è più lui. Remissivo, irriconoscibile.

Il postino infedele: non consegna più la maggior parte della posta. Una grande quantità è rintracciata a casa sua. Però è gentile e amato. Un po’ di carcere a Codigoro e il ritorno con festeggiamenti. “In carcere dice c’è pure gente cattiva”. Lui è protetto dal detenuto più rispettato, detto la Volpe.

La tre volte vedova: ha sepolto tre mariti. Dei matrimoni e dei loro scioglimenti ci sono stati diversi racconti. L’ultimo è quello più ragguardevole. La morte del coniuge è inattesa, improvvisa, in casa di sera. La donna si precipita nel bar del paese. Il bidello che gioca alle carte: briscola e tressette al bar, non salta una partita. È lì quando la plurivedova entra sconvolta. “O Dio, Dio, l’è mort, Cum’oia da far?” (“Oddio, oddio, è morto, cosa devo fare?”). Il giocatore solleva lo sguardo appena sopra le carte. “S’an al sa lié cl’è pratica…”.

L’uomo dei cani: un tronco d’uomo, in un rudimentale carretto di legno, trainato da una muta di cani, si sposta da Ostellato a Migliarino. Sono 4 km. C’è un ponte sul canale che separa i due abitati. Prima di prendere la discesa si guarda attorno. Nessuno alle viste. Parte guardingo. Giovinastri appostati lanciano salsicce, risparmiate nell’affamato dopoguerra. I cani corrono all’impazzata e il carretto si ribalta.

Ho un ricordo confuso. Sono da poco a Ferrara. Ormai ho cinque anni. Mi spaventa il passaggio di uno scatolone di legno con le ruote, tirato da cani, incitati da una voce adirata, roca e potente. Non so se bestemmi o pretenda carità. Anni dopo il racconto di Davide mi convince di aver visto quell’essere mitico. Ferrara è distante 30 km dalla discesa delle salsicce. Non ci sono ponti da traversare, non ci sono discese pericolose.

Ripenso le persone una per una, incontrate o raccontate e dico: “Si chiamava…”.

 

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