Addio 2020 – stato e società nella pandemia

Addio 2020 – stato e società nella pandemia

Mentre questo drammatico 2020 si va avviando alla fine, diventa sempre più necessario mettere a confronto le riflessioni su come lo Stato abbia approcciato l’emergenza pandemia, tramite le decisioni del Governo e del Parlamento.

Insieme occorrerà anche ponderare in quali forme si sia espressa la società di fronte alla pandemia e quali dinamiche si siano innescate dentro ciascuno di noi e nelle relazioni tra le persone. Ma questo avrà bisogno di più tempo e di grande attenzione da parte di tutti.

L’Italia, nella fattispecie attraverso il governo Conte, ha proclamato lo stato d’emergenza, nella prima decade di marzo la chiusura prima delle scuole e poi di tutti i servizi pubblici e commerciali, esclusi i generi alimentari, le tabaccherie, le edicole, le farmacie. Proibendo al contempo ogni genere di riunione, evento culturale, manifestazione, assembramento e persino la libertà di uscire di casa o di varcare un limite comunale. In pratica sospendendo diversi articoli della Costituzione, da quello di libero spostamento, a quello di incontro e associazione. Poi, allentata la morsa durante l’estate, si è trovato costretto a riprenderla in autunno, davanti ad una seconda ondata di contagi. Allora nuove misure restrittive, ma questa volta più selettive, mantenendo scuola di base e altri servizi importanti aperti, pur con limitazioni d’orario. Per di più si differenziano le limitazioni su base regionale, cosa mai ipotizzata nella fase di marzo-aprile. Salvo poi unificarle ancora per il periodo festivo a cavallo col nuovo anno.

In entrambe le fasi acute del virus, lo Stato mostra la sua natura intrinseca, o forse solo storicamente prevalente, quella autoritaria: anziché sforzarsi di persuadere proibisce. Tratta il suo popolo, quello stesso che dovrebbe rappresentare, come una massa di irresponsabili, con cui solo il divieto e la sanzione possono funzionare. Le misure possono essere state di volta in volta necessarie o esagerate, intempestive o policentriche (meglio dire metropoli-centriche), ma sempre al di sopra dei cittadini, senza un vero coinvolgimento. In più col fastidio di un’imperante retorica patriottico-militarista, da tempi di guerra.

Ma intanto andiamo a guardare anche agli altri Stati dell’Europa e del mondo. Per dire che alcuni, come gli USA, il Brasile e all’inizio l’Inghilterra, abbiano ignorato il pericolo, in nome della libertà, ma soprattutto della libertà di continuare a inquinare, o conquistare nuove fette di Amazzonia, distruggendo la biodiversità, gli ultimi indios, per la civiltà, o meglio l’inciviltà del surriscaldamento globale. Gli altri non si sono discostati poi molto dall’Italia, se non nei tempi e nelle scelte specifiche, in una girandola di aperture e chiusure, dietro la curva del virus.

Tornando all’analisi del caso italiano, il maggiore problema che si è evidenziato è stato la difficoltà di prevedere ed attuare un piano d’emergenza per l’autunno. Si poteva e si doveva, durante la tregua estiva, potenziare immediatamente il sistema dei trasporti pubblici, con l’acquisto di nuovi mezzi, l’assunzione di personale e, là dove non possibile, un sistema di convenzione con le ditte di trasporto private, per permettere ai numerosi pendolari di recarsi al lavoro e agli studenti negli istituti superiori. Si potevano e si dovevano reperire immediatamente locali ed aule per le scuole ed assumere del nuovo personale per poter formare classi che non superassero i quindici alunni. E questo, limitandosi ai soli reparti dei trasporti e della scuola, non è stato fatto. Così invece di allargare le aule si sono rimpiccioliti i banchi, provando a farci credere che il risultato sarebbe stato lo stesso. Come se anche i ragazzi fossero tutti degli ingenui.

Eh, già. C’eravamo lasciati solo un anno fa, con il movimento dei giovani, il Fridays for Future, che prometteva una nuova stagione di presa di coscienza collettiva e di mobilitazione dal basso. Poi è arrivata la pandemia ad appiattire gli orizzonti. A produrre una fittizia tregua all’accaparramento delle risorse del pianeta, pronta a ricominciare e spesso già in atto, legalmente o illegalmente.

A tal proposito mi domando se si potrà procedere in futuro davanti all’emergenza climatica con la stessa fermezza usata oggi per l’emergenza sanitaria. Significherebbe sospendere la produzione delle fabbriche inquinanti, a cominciare da quelle che producono armi e bombe, abolire gli allevamenti intensivi e limitare fortemente l’uso di pesticidi e diserbanti chimici in agricoltura, potenziare i servizi pubblici elettrici di trasporto a scapito dell’auto privata, incentivare fortemente le energie rinnovabili e ridurre drasticamente l’uso di combustibili fossili, abolire i prodotti monouso e tassare gli imballaggi di plastica per difenderci dai rifiuti, attuare un grande piano per la messa in sicurezza dei fiumi, ripristinando i vecchi sentieri naturalistici.

Se è necessario e responsabile adottare misure straordinarie per limitare i contagi, perché non dovrebbe essere necessario oggi, davanti alle avvisaglie della catastrofe ecologico-climatica, di cui questo stesso virus è solo l’annunciatore, preoccuparci di ristabilire un equilibrio con la natura? Penso che questa domanda dovremmo porcela tutti, affinché la fine della terribile esperienza collettiva del Covid 19 non ci faccia credere, se i vaccini funzioneranno, che tutto è tornato come prima. Il sistema del profitto globalizzato e della crescita a tutti i costi sta portando l’umanità sull’orlo del baratro. L’inondazione tecnologica ci sta trasformando in esseri virtuali, che non sanno più come abbracciarsi. I bambini e i ragazzi stanno diventando dipendenti dalle tecnologie. Un cambiamento di prospettiva è necessario, perché siano le società, in dialettica con le istituzioni regionali e nazionali, a gestire le emergenze future. Che non mancheranno.

Paradossalmente, per affrontare le sfide di questo inizio millennio ipertecnologico, dovremo restare umani e ricordarci che siamo mammiferi bipedi. A partire dal 2021.

A proposito, auguri!

Carlo Bellisai, dicembre 2020

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