• 30 Novembre 2022 22:16

Chi pensa “concretamente”? Le riflessioni pacifiste di Marco Maurizi

DiDaniele Taurino

Mar 8, 2022

di Marco Maurizi, filosofo, pacifista e socialista

Potrebbe essere un contenuto artistico raffigurante 1 personaC’è un saggetto di Hegel intitolato Chi pensa in modo astratto? che mostra come chi si riempie la bocca di “concreto” sia quello veramente “astratto”, in senso deteriore. Mi torna spesso alla mente questi giorni di guerra in cui da più parti ai pacifisti viene chiesto di essere “concreti”.

Ci sono due cose che insegno i primi giorni di lezione in filosofia e storia. La prima è di non usare mai la parola “concreto”. La seconda è di non rappresentarsi i conflitti storici come bisticci da asilo. Questi giorni mi confermano che tale approccio è vitale.

La parola “concreto” viene bandita dalle mie aule per almeno un paio di anni. Chi conosce gli studenti sa che quando imparano i rudimenti della filosofia quella parola risucchia come un buco nero qualsiasi rapporto concettuale e impedisce loro di acquisire una terminologia precisa: empirico, materiale, corporeo, sensibile, fenomenico, oggettuale, oggettivo, esistenziale, personale, individuale, singolare ecc. Spesso dovrebbero usare uno di questi termini e invece quel “concreto” sulle loro labbra blocca l’accesso ad un termine migliore che li introduce ad una serie di rapporti più ricca e articolata.

In secondo luogo, l’uso rozzo del termine concreto impedisce un’adeguata comprensione del termine opposto: “astratto” finisce per significare qualcosa di negativo, cioè di fantastico, indeterminato e addirittura utopistico. Ma la capacità di astrazione ha come oggetto esattamente il contrario. Tra l’altro comprendere il significato corretto dell’astrazione è una spia del fatto che si sta sviluppando la capacità corrispondente.

Consiglio sempre di leggere “Segmenti e bastoncini” di Lucio Russo che denuncia il declino del pensiero astratto nella scuola. L’astrazione è la potenza stessa del pensiero che si emancipa dall’immediato, dal dato singolare, dall’impressione casuale e costruisce relazioni ideali di senso. Senza “astrazione” non ci sarebbe sapere teorico in nessuna disciplina, né scientifica né umanistica.

Agli stessi poveri studenti chiedo anche di non parlare mai dei rapporti di potere alludendo a dinamiche personali, attraverso un immaginario che riduce tutto alle scaramucce tra bambini viziati. In modo foucaultiano pretendo che immaginino il potere non come una “cosa” ma come una “relazione”, anzi un insieme di relazioni conflittuali, fatte non solo di “forza” ma anche di parole, gesti, simboli, astuzia, alleanze, saperi.

Perché anche qui, chi conosce gli adolescenti sa che rischiano facilmente di ridurre ogni evento storico alla pura e semplice “avidità” o, peggio, ad un’indeterminata “voglia di potere”. E allora ecco che Alessandro Magno, Cesare, Costantino, Robespierre, Napoleone, Mussolini e Stalin finiscono per sembrare la stessa persona che agisce in circostanze diverse. Alla fine non volevano tutti “il potere”? E, alla fine, chi è che non lo vuole?

E qui il cerchio si chiude. Sembrano tutti la stessa persona che vuole la stessa cosa perché si sta facendo una “cattiva astrazione”. Invece di essere precisi e determinati si è vaghi e generici. Ma quanto appare “concreta” quella spiegazione alla mente adolescente rispetto a quella che invoca simboli, valori, ideali, che determina contesti, situa conflitti, possibilità e convenienze non immediate, materiali, evoca processi storici e sociali più ampi?

In nessun caso, poi, come nella spiegazione del fascismo e del nazismo questo lavoro è necessario e difficile. Perché qui, più che altrove, l’arbitro soggettivo e, nel caso di Hitler, il profilo psicologico entrano prepotentemente in scena. E dunque proprio qui occorre saper bilanciare “spiegazioni” totalizzanti e vuote che evocano la “brama di potere”, la “forza bruta” e, addirittura, la “follia”, con contestualizzazioni che diano a questi elementi, pur presenti, un significato minimamente specifico.

Questo dovrebbe chiarire perché le frequenti accuse che ho letto ai pacifisti di non essere “concreti” perché al Cremlino c’è un “pazzo” che per “brama di potere” vuole annettersi mezza Europa mi paiono poco significative. Sono discorsi da bambini che vogliono fare gli adulti.

“Concreto” qui significa tre cose, tutte e tre sbagliate. Da un lato, chiedersi: “cosa dovremmo fare per l’Ucraina ORA?”, isolando dal contesto causale ciò che accade, cioè operando una cattiva astrazione. Dall’altro, chiedersi: “cosa dovremmo fare per l’UCRAINA ora?”, operando una seconda cattiva astrazione, perché l’oggetto dell’azione in questo caso sono, confusamente, i “concreti” individui bombardati, ma anche lo Stato sovrano che è sì una realtà concreta ma che sta dentro una serie di relazioni più complesse e quindi astratte (non solo diplomatiche, economiche e militari ma anche storiche: popolazione russofona ecc.).

Last but not least: “cosa dovremmo FARE per l’Ucraina ora?” è l’astrazione più cattiva di tutte. Qui “fare” viene immaginato subito nei termini dell’azione fisica, quasi che gli stati agissero come degli individui. Le analogie col quotidiano si sprecano: “se uno da un pugno ad un altro tu che fai?”. Ovviamente, di fronte alle immagini dei profughi e delle bombe e alla reale invasione da parte dei russi, chi non vorrebbe “agire” subito? Ma per fare cosa?

L’unica risposta sensata è porre fine alla guerra che è poi quello che “concretamente” vogliono i pacifisti. Ma i guerrafondai hanno un’idea più “concreta”. Per porre “concretamente” fine alla guerra bisogna fare la guerra. Ovviamente non lo dicono ma perché sono astratti, nel senso deteriore del temine. Vediamo perché.

Bisogna “mandare le armi”, dicono. Bene, non entriamo nel merito di cosa significa questo per la democrazia degli stati che lo fanno anche se per noi pacifisti (e socialisti) è fondamentale. Facciamo finta – cattiva astrazione – che per noi “inviare armi” sia indifferente economicamente, politicamente, socialmente e culturalmente. Che tipo di armi? Quante? A che scopo?

Esiste una narrazione secondo cui l’esercito russo non può sconfiggere l’Ucraina e noi potremmo senza impegnarci troppo aiutarla a “resistere”. È un assunto indimostrabile e sinceramente contro-intuitivo. Ma anche qui, facciamo finta (cattiva astrazione), che i russi siano in difficoltà. Chi agisce “concretamente” dovrebbe come minimo misurare l’entità della sua “azione”. Fino a che punto siamo disposti ad intervenire nel conflitto? Diamo carta bianca ai governi? D’altronde, se l’idea “concreta” è mandare armi per salvare gli individui “concreti” non posiamo fare altro. Tutto il resto lo abbiamo escluso perché “irrilevante”.

I nostri amici “concreti” vogliono mandare le armi ma non ci dicono quante e fino a che punto dovremmo inviarle. Ovviamente non vorrebbero la Terza Guerra Mondiale ma non sembrano altrettanto interessati ad evitarla. L’escalation si chiama così perché ci si provoca reciprocamente. L’unico modo per evitarla è non provocare. Ma questo, per gli amici “concreti”, è un ragionamento astratto e vigliacco. Quindi andiamo alla guerra nucleare, ma con juicio.

Noi pacifisti e socialisti siamo vigliacchi, ce lo ripetono dal 1914. Ma il fatto è che non siamo abituati a considerare la storia guardandola dal punto di vista dei capi di stato e delle loro “personalità”, dei popoli e dei loro “caratteri nazionali”. Siamo materialisti e abbiamo il pallino di cercare di capire come funzionano le società industriali e cosa muove i loro rapporti. Ed ecco che improvvisamente i nostri discorsi diventano non abbastanza nobili, sono rozzi e volgari, forse troppo angustamente “concreti”…

Gli amici guerrafondai, invece, si nobilitano tutti per il loro agitarsi, anzi, la loro superiorità morale sta tutta nel non farsi troppe domande inutili e partire in quarta ad “agire”. D’altronde, anche solo invocare un minimo di comprensione del contesto in cui ci troviamo, per capire cosa stiamo facendo e cosa dovremmo e potremmo fare, diventa eo ipso una “giustificazione” di Putin e dell’invasione.

Perché, in effetti, anche questo viene interdetto. La spiegazione “concreta” che ci viene offerta è che Putin ha solo “brama di potere” o che “è pazzo”. D’altronde, non è forse “come Hitler”? Con il che, appare evidente, ogni ipotesi non dico di negoziato ma anche di speranza di mantenere il conflitto ad un livello locale e temporaneo è negata a priori. Come si fa a negoziare con un pazzo o uno che ci si immagina abbia in testa solo la conquista di tre continenti a scelta?

“Negoziare” poi viene immaginata come un’entità vaga e indefinita, una cosa da anime belle che non sanno “agire concretamente”. Perché la storia, si sa, viaggia sulle ali dei proiettili, gesti e parole non contano niente. Anche se leader che delirano pubblicamente di “libertà europea” hanno un effetto molto più grande (e pericoloso) rispetto alle armi che inviano.

Certo, è vero, negoziare in modo efficace sarebbe possibile solo se la NATO e l’UE fossero disposti a cambiare la propria prospettiva strategica in termini economici, politici e militari. Perché esattamente questo è il motivo per cui negli ultimi vent’anni non si è arrivati ad un sistema difensivo europeo diverso e a rapporti diversi con la Russia. E questo, lo riconosciamo, è qualcosa che difficilmente possiamo immaginare dagli attuali leader dell’Occidente.

Ma questo non è un buon motivo per non pretendere, come facciamo noi pacifisti socialisti, che si agisca nell’unico modo che potrebbe garantire la pace. Ovvero in modo conflittuale rispetto agli interessi delle classi proprietarie e delle istituzioni da loro abusivamente occupate.

Perché in soldoni questo pretendono da noi i guerrafondai: non solo che sposiamo il loro punto di vista infondato e assassino ma anche che smettiamo di chiedere giustizia, che ci adeguiamo allo status quo. “Non potete pretendere altro”. Ma questa non è “concretezza”: è una profezia che si auto-avvera. Ciò che, in altre stagioni, avremmo chiamato pura e semplice ideologia.

Daniele Taurino

Laureato in Filosofia alla Sapienza con una tesi su Carlo Michelstaedter, fa parte del Movimento Nonviolento, è tra i fondatori e responsabile del Centro territoriale del Litorale Romano e è il coordinatore del gruppo "giovani" del Movimento Nonviolento.

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