Giornalismo contro opinionismo

Giornalismo contro opinionismo

Dunque fare giornalismo (cioè, buon giornalismo) è possibile anche in Italia.

Lo ha dimostrato la trasmissione La dittatura delle armi di PresaDiretta che ha portato in prima serata su Rai3 un’inchiesta sulle spese militari, l’industria bellica, il commercio di armi made in Italy. Una scelta coraggiosa, temi difficili ma importanti.

Il pubblico ha gradito: 1.122.000 spettatori (il 4.4% di quella fascia oraria), anche se c’è da registrare la concorrenza di trasmissioni più popolari: su Rai1 la serie Makari ha intrattenuto 6.389.000 spettatori (26.5%), su Canale 5 L’Isola dei Famosi ha ottenuto 3.427.000 spettatori (19.8%). Ma per la trasmissione di Riccardo Iacona, impegnata e impegnativa, sono numeri confortanti.

Fare giornalismo significa raccogliere notizie, verificarle, interpretarle, e poi saperle raccontare, per offrire informazioni e contribuire così alla ricerca di una verità. Il giornalismo d’inchiesta scava dentro a una notizia, cerca le fonti, studia i documenti, interpella i protagonisti. È quello che ha fatto Giulia Bosetti (una professionista seria e preparata), che ha dato voce alle vittime delle armi italiane, andando sui luoghi dei conflitti.

Non è giornalismo, invece, ma opinionismo, quello che tutte le sere viene servito nei cosiddetti salotti televisivi: sedicenti giornalisti che non si sono mai alzati dalla loro comoda poltrona, che hanno un’opinione su tutto, che esprimono pareri su cose che non conoscono, che commentano i fatti del giorno, con una superficialità imbarazzante, ma con l’immedesimazione di chi ha la verità in tasca. Direttori di giornali (portatori d’acqua al partito di riferimento) che non sono mai usciti dal loro studio (Travaglio o Sallusti è uguale) pronti a sbertucciare il nemico politico di turno; oppure professionisti dell’ospitata (Scanzi o Feltri è uguale), picchiatori della parola che controbattono al nulla di qualche altra opinione, ma a cui interessa solo presentare il proprio ultimo libro. Campioni di incassi.

La puntata di PresaDiretta ha fatto conoscere ad un pubblico ampio il lavoro di Rete italiana Pace e Disarmo, che è quello di coordinare le associazioni del mondo pacifista, disarmista, del volontariato e del servizio civile, per la nonviolenza, di fare ricerca, studio e documentazione (grazie ad analisti come Giorgio Beretta, Francesco Vignarca, Maurizio Simoncelli e altri), di promuovere campagne.

È un lavoro che dà molti frutti, poiché non è improvvisato, viene da lontano; già 60 anni fa Aldo Capitini operava per questo risultato di creare “un largo fronte che sappia ripudiare la guerra e la violenza, a partire dal rifiuto delle armi, delle spese militari, degli eserciti, che le guerre preparano e rendono possibili”. Per questo Rete Pace e Disarmo va sostenuta. Il Movimento Nonviolento ci ha sempre creduto e lavora per farla crescere.

Proprio in questi giorni stiamo celebrando il Centenario della War Resisters’ International, che nel 1921 ha dato vita al lavoro di coordinamento internazionale a partire dall’obiezione di coscienza, cioè il rifiuto individuale e collettivo delle armi, riconoscendo che la guerra è “il più grande crimine contro l’umanità”. C’è un lungo filo storico della nonviolenza che lega quella prima riunione internazionale di pacifisti alla campagna per la Difesa civile non armata e nonviolenta che promuove la Rete Pace e Disarmo. Al centenario della WRI abbiamo dedicato il primo numero del 2021 di Azione nonviolenta, la nostra rivista che è un ottimo esempio di buon giornalismo. Parola di Direttore.

Mao Valpiana

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