Dieci guerre da fermare. E se l’Europa almeno…

Dieci guerre da fermare. E se l’Europa almeno…

A Monaco alla Conferenza sulla sicurezza, 14-16 febbraio, gli esperti hanno selezionato 10 conflitti da fermare: la guerra infinita in Afghanistan, dove talebani e statunitensi, noti per il loro pacifismo, hanno ripreso a incontrarsi; lo Yemen, bombardato, affamato e pure in preda al colera; in Etiopia si festeggia il premio Nobel per la pace al Presidente con sanguinosi scontri tra gruppi etnici – Oromo e Amharen – che assieme sono i due terzi della popolazione; in Burkina Faso agricoltori e pastori, in miseria crescente, continuano nei loro scontri, mentre si afferma l’islam più feroce; in Libia non c’è pace dal dopo Gheddafi e la guerra per il dominio prosegue, con sostegno differenziato da parte dei paesi europei ai contendenti; l’Iran dopo l’assassinio di Soleiman ha colpito basi Usa in Iraq; la Corea del Nord non pensa al disarmo nucleare e cerca missili più potenti; il Kashmir è al centro dello scontro tra due potenze nucleari India e Pakistan, rette da bellicosi regimi; in Venezuela le istituzioni, e la popolazione, sono al collasso nello scontro tra due Presidenti, Maduro e Guaidó; per l’Ucraina, in Europa dunque, Putin e Selensky parlano di disgelo, mentre almeno 13 mila persone sono state uccise nel conflitto.

Non sono i soli conflitti, ma certo sono molto rilevanti. Speriamo che la Conferenza di Monaco abbia più successo di quella di fine settembre 1938. Con l’accordo, tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia e la fine della Cecoslovacchia, si era certi di evitare la guerra, che scoppiò l’anno dopo all’inizio di settembre. Fu mondiale. L’Unione Europea dovrebbe almeno avere un orientamento comune e non ce l’ha. Questo la consegna all’irrilevanza, se non a essere una componente negativa nelle crisi in corso. Una cosa poteva fare e non può farla: mettere in campo i “Corpi civili di Pace”, se li avesse istituiti e sperimentati, come li aveva pensati e proposti Alex Langer. Ne ho già scritto in Continuate in ciò che era giusto l’11 giugno 2018. Ricordo che in due occasioni – inizio ’95 e maggio ’95 – il Parlamento Europeo approvò la proposta. Il 3 luglio di quell’anno Alex si tolse la vita.

Morto Langer, nel ’99 il Parlamento europeo raccomandò l’istituzione di un corpo di pace civile europeo. Lo ribadì la Risoluzione del 2001, seguita da due studi di fattibilità del 2004 e del 2005, il secondo realizzato per la Commissione europea. Auspicato, raccomandato, fattibile certamente, ma di farlo non se ne parla. Senza una prospettiva e una cornice europea le varie iniziative di volontariato in questa direzione, per apprezzabili che siano, hanno poco respiro. E lo stesso può dirsi del Servizio civile volontario all’estero previsto dalla legislazione italiana. Niente di tutto questo dunque è emerso. Nessuna volontà di proseguire per dotare l’Europa di uno strumento così importante, che avrebbe avuto un ruolo decisivo nell’azione dell’Unione Europea di moderazione almeno del conflitto russo-ucraino.

C’è un conflitto che ci riguarda più direttamente, per ragioni storiche e di grande peso attuale: petroliogas e migranti. Mi limito a pochissimi richiami, rifacendomi anche a un intervento del sempre informato e competente Alberto Negri. Intanto la Libia non c’è più. L’aveva unificata nel 1934 il governatore Italo Balbo, che all’inizio della guerra c’è pure morto, abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruk. È tornata a dividersi in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. È l’esito di una guerra civile, frutto di un dissennato intervento militare, al quale anche l’Italia ha partecipato. La guerra prosegue, per conto e con il sostegno di potenze (o aspiranti tali) straniere. “Il caos libico –scrive Negri – ha fatto affluire gruppi jihadisti come l’Isis e concesso nuovi spazi di azione ad Al Qaida che ha saputo sfruttare storici separatismi come quello dei Tuareg per lanciarsi dentro al Sahel che è diventato rotta dei migranti, dei traffici di armi e di droga”. L’instabilità libica influenza pesantemente Nord Africa e Sahel.

Forniture energetiche importanti continuano a venirci dalla Libia, anche se diminuite rispetto al passato. Lo sa il generale Haftar, che ricatta con la chiusura dei pozzi. Ancora il 12% per cento delle importazioni di greggio sono giunte dalla Libia, lo scorso anno. Erano tre volte tanto al tempo di Gheddafi. Il gas rappresenta un 8% del nostro fabbisogno. In Libia ci sono almeno 700 mila uomini, donne bambini che vorrebbero uscirne. Sappiamo da dove vengono e da cosa fuggono: da vite impossibili per lo sgretolamento degli stati, per le “pulizie” etnico–religiose, per l’assenza di ogni prospettiva. Sappiamo che le mance ai loro carcerieri, con i quali rinnoviamo l’accordo, non sono una soluzione. “Senza un dispiegamento sul territorio di mezzi di intervento economici e sociali non ci sono sbocchi durevoli: le migrazioni africane sono destinate a continuare”, scrive Negri.

L’Europa deve dare un segno unitario, che non può essere quello militare, ma economico e sociale. Un Corpo civile europeo ne sarebbe strumento credibile. La sicurezza e l’insicurezza europea e africana sono strettamente legate. Forse bisognerebbe cominciare a rendersene conto.

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