Dietro l’emergenza i grandi problemi

Dietro l’emergenza i grandi problemi

Dopo oltre un anno di emergenza pandemica, un homo veramente sapiens avrebbe capito che occorre investire tutto sulle terapie, sugli ospedali, sulla medicina territoriale, sui servizi agli anziani e alle fasce deboli, su scuole rinnovate, su centri culturali di quartiere, in una parola sulla cura.

Apprendiamo invece che una parte consistente dei finanziamenti europei del “Recovery Fund” verranno assegnati dal governo Draghi al Ministero della Difesa, per rinnovare i suoi arsenali di aerei bombardieri, missili, bombe e ordigni di ogni genere. Con quale presunta sapienza si può scambiare per cura la preparazione alla guerra? O la partecipazione, naturalmente come missione di pace, in quella “guerra mondiale a pezzi” in giro per il mondo? O ancora la vendita di armi a paesi in guerra, o anche a chi, prima o poi, le userà allo stesso scopo: bombardare, colpire, uccidere, distruggere, annientare. Fa tutto parte della cura?

Perché quel che la pandemia da Covid 19 ha messo drammaticamente in evidenza sono le enormi lacune del nostro sistema sanitario pubblico, che ha ignorato l’importanza della medicina territoriale, affidandola a medici burocrati, che devono gestire più la quantità che la qualità, che ha chiuso gli ospedali periferici e dato spazio alle cliniche private, che ha ignorato che il diritto alla salute è di tutte e tutti, come la Costituzione Italiana prescrive. Perché ha messo in risalto le difficoltà di scuole concepite senza spazi aperti, con locali spesso inadeguati, ottenendo insegnanti stressati e ragazzi soffocati. Questo solo per citare due delle basilari necessità: salute e formazione. Ma cura di noi stessi e degli altri significa anche respirare aria pura, bere acqua realmente potabile, mangiare cibi sani, godere di spazi verdi, frequentare luoghi di lavoro salubri: tutte cose che il nostro sistema economico-politico sacrifica sull’altare del massimo profitto.

Questo ci porterebbe a pensare, con una piccola presunzione d’intelligenza, che i soldi del “Recovery Fund” dovrebbero essere indirizzati soprattutto su questi settori. Non certo su quello militare, visto che siamo stati attaccati da un virus e non da un esercito nemico. Non si può affrontare un virus invisibile con le armi da guerra. Eppure al contrario così accade e ti spiegano pure il perché: quello della Difesa viene ritenuto un settore strategico e trainante per l’economia italiana. Pare sia pure importante per la transizione ecologica, dicono. Forse vogliono fare concime dai cadaveri. O magari pensano che i loro orrendi ordigni si riconvertano in paradiso con due alucce in onore di una presunta guerra giusta e santa. Più prosaicamente intendono incrementare questa terrificante macchina da soldi che si cela dietro la produzione di armamenti. Tutto è umanamente e disumanamente possibile, in un momento di emergenza planetaria, di restrizione delle libertà, in cui abbiamo perso i contatti, gli abbracci ed i baci, dove abbiamo spesso smarrito relazioni ed energie, dove non possiamo esprimere il dissenso se non in una realtà virtuale, o in qualche sit-in distanziato nella città semideserta. Eppure siamo chiamati a mantenere la nostra sensibilità e la nostra lucidità, innanzitutto perché ciò è salutare e ci aiuta a non cedere alla depressione, ma ancor di più perché la prolungata emergenza sanitaria internazionale ha messo a nudo i veri problemi con cui dovremo confrontarci nei prossimi anni:

  1. La devastazione ambientale, il perdurare dell’estrazione e dell’uso dei combustibili fossili, l’uso di pesticidi e semi geneticamente modificati, l’orrore degli allevamenti intensivi, gli oceani ricoperti di plastica e i cambiamenti climatici, che ne sono la conseguenza. E’necessario un cambio di paradigma: da quello della crescita illimitata a beneficio di pochi, a quello della decrescita per tutti, alla ricerca di un equilibrio con la natura che abbiamo rotto.
  2. L’enormità delle diseguaglianze sociali, la politica esautorata dai poteri finanziari, la difficoltà d’accesso ai servizi di base, l’automazione generalizzata, lo sfruttamento e la precarietà del lavoro. Per tentare di uscire da questa spirale sarà importante progettare ed attuare iniziative di autogestione locale e pratiche dal basso di servizi pubblici, che sostituiscano quelli carenti, talvolta inesistenti, dello Stato e degli Enti locali. Questo allo scopo non solo di colmare un vuoto, ma soprattutto di imparare a cooperare e lavorare assieme, qualità fondanti di ogni progetto costruttivo.
  3. La produzione di armi sempre più perfezionate e letali, la preparazione della guerra, la sua attuazione, l’idea della distruzione degli altri in quanto nemici, ma anche la violenza di genere, quella contro tutti i diversi, quella che s’insinua nei rapporti umani: questo ci porta ad interrogarci profondamente. Dobbiamo occuparci di alimentare una forte spinta culturale e formativa alla nonviolenza, alla sperimentazione di risoluzioni costruttive dei conflitti, accompagnata da azioni nonviolente simboliche, che mettano in evidenza i problemi.

La crisi pandemica ha tolto ai movimenti di base che incarnano la società civile le loro risorse naturali: l’incontro, l’assemblea, la manifestazione, il confronto diretto, la festa, il creare insieme. Certo, adoperiamo gli spazi di comunicazione virtuale, ci incontriamo a distanza sulle piattaforme, ma ci accorgiamo di quanto questo vestito ci vada stretto. La nonviolenza e la pace hanno bisogno di quei corpi, quelle smorfie, quei sorrisi, quegli abbracci, quelle azioni comuni. La violenza e il dominio, al contrario, sanno agire anche a distanza.

Carlo Bellisai

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