Girastorie: un gioco di narrazione con i ragazzi fuori famiglia

Girastorie: un gioco di narrazione con i ragazzi fuori famiglia

In piena quarantena mi chiama un amico educatore, molto caro e molto impegnato, e mi convoca: “I ragazzi senza scuola sono lasciati da soli. Io sono preso dalle videoconferenze con ragazzi, genitori, insegnanti, a volte con intere classi. Non c’è niente che vorresti fare per dare una mano?”.

Indirizzata dall’esperienza con le famiglie in difficoltà mi vengono in mente i bambini e i ragazzi che vivono separati dai genitori. A scuola non ci vanno e, come i loro coetanei e tutti noi (se fortunati), stanno a casa, ma questo periodo ci porta dentro al rapporto che abbiamo con la nostra casa. La sentiamo nostra, l’abbiamo scelta, ci piacciono le persone con cui eventualmente abitiamo? E per i bambini o adolescenti fuori famiglia, com’è essere di casa in una comunità?

Non posso saperlo e le esperienze saranno millanta, strizzando l’occhio a Gianni Rodari. Si mescolano i vissuti e la personalità dei bambini con quelli dei genitori, conta il significato che si dà a quella separazione che è luogo di transito, maledizione, ancora di salvezza, follia, prima famiglia… secondo i casi. Un ruolo determinante spetta sicuramente agli operatori, alla loro passione e professionalità. Ne conosco di bravissimi. Liviana Marelli, del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), in un’intervista all’associazione Cammino disegna scenari che aiutano a capire.

Quello che io posso fare, mi sono detta, è provare a farci compagnia nei modi che conosco. Nella lista delle passioni che ho ridimensionato negli anni per i troppi impegni trovo in cima la scrittura, quella personale e quella offerta in contesti di crescita. A suo tempo i laboratori di narrazione collettiva mi hanno portata in tante scuole tra ragazzi o insegnanti, come in una comunità di ex tossicodipendenti, in un centro pomeridiano per pazienti psichiatrici, in una comunità per minori. Per sgombrare il campo tengo a precisare che la mia proposta non è mai stata autobiografica e neppure terapeutica, per quanto in ogni storia l’autore metta inevitabilmente qualcosa di sé e da ogni storia possa trarre consapevolezza e fiducia per superare alcuni intoppi interiori. Non era nemmeno preoccuparmi della sintassi, insegnare la bella scrittura. La penna si prendeva in mano alla fine, e se c’erano le premesse per dare attenzione alle parole si aggiungeva un piacere in più, se invece mancavano – perché i narratori erano bambini ancora piccoli, oppure adulti che conoscevano la meccanica della scrittura ma non l’amavano, non se ne erano mai impadroniti, erano stati disamorati dalla scuola… – raccontavamo ugualmente.

Il centro dell’esperienza è nel pensare la trama. Tanto meglio se due o più persone possono farlo insieme. M’incanta il processo che collega idee, immagini, meccanismi narrativi. In un gruppo riunito nella stessa stanza il nocciolo della storia rimbalza, cambia, devia, si precisa e si arricchisce da un giocatore all’altro allenando il gruppo su alcune competenze necessarie: far sì che ci sia spazio e ascolto per ciascuno, mettere ciò che è proprio a disposizione degli altri, prendere da un compagno quello che piace e dichiararlo non per scipparlo ma per dargli valore.

È bello che la storia sia di gruppo e nessuno possa dire “mia”. È un’esperienza vitale per ciascuno sentirsi parte di una mente collettiva, divenire nel tempo del gioco un tutt’uno con la propria maschera proprio come nel teatro, ma con il vantaggio che con le parole possiamo fare anche quello di cui non siamo capaci: un salto mortale, salire sulla luna, ammaestrare le onde del mare. È, in questo senso, un’esperienza di libertà. Nella realizzazione finale, quando c’è, si possono mettere a frutto i talenti di ciascuno: chi scrive, chi disegna, chi è bravo a colorare, chi ha fantasia per i titoli, oppure recita la storia, o la sa raccontare.

Questo, insomma, erano i laboratori di narrazione. Ora che giustamente non si possono svolgere tali e quali, ho proposto una versione a distanza alla Regione Emilia-Romagna, che mi ha aiutato a diffonderla tra le comunità educative, le comunità familiari quelle per madri e bambini. La struttura del percorso non è pensata da me, l’ho sperimentata una quindici d’anni fa con un collega di Crema e l’ho riproposta per l’occasione. È stata accolta con entusiasmo da 9 luoghi di accoglienza: 6 comunità educative, 2 comunità familiari e 1 comunità per madre e bambino disseminate da Piacenza a Forlì, passando per Parma e Ferrara.

Ogni narratore inizia una storia e me la invia. La passo ad un altro che la porta avanti, e così procediamo per diversi passaggi nei quali ci occupiamo insieme della storia. Ogni trama è un lavoro collettivo di parole e disegni e, se nei centri i ragazzi lavorano insieme, anche ciascun passaggio sarà frutto di un’elaborazione comune. Via email ci teniamo aggiornati passo dopo passo, e io so di poter contare sul supporto dell’amico educatore con cui condivido gli snodi del progetto.

Che cosa ci darà? Dal punto di vista del prodotto, avremo una raccolta di racconti che pubblicheremo in qualche sito come documentazione dell’esperienza, ma si potranno pensare anche ulteriori sviluppi. Sappiamo già che alcuni attori teatrali, amici generosi – Fabio Mangolini di Ferrara, la compagnia del Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena (Bologna) – entreranno in gioco in un secondo momento, quando ogni storia potrà essere letta ad alta voce e trasformarsi, chissà, in un piccolo video illustrato dagli autori, o in un e-book rappresentativo di Girastorie.

Alcuni ingredienti li ho pensati io per prima, per tenere insieme le storie: l’ambientazione e un repertorio di 40 personaggi, ciascuno con le informazioni che lo caratterizzano. Ci sono uomini e donne di ogni età con i mestieri e i trascorsi più svariati, bambini e adolescenti, animali selvatici e da compagnia. Alcuni sono buffi, altri misteriosi, altri avventurosi. Volevo che fossero duttili, adatti a generi narrativi differenti per abitare atmosfere diverse. E per buona aggiunta c’è la Copranica, un uccello che, se mai esiste, possiede poteri straordinari.

Nessuno di noi sa come Girastorie potrà evolversi, né è certo che la narrazione venga gustata con piacere da tutti i bambini e gli adolescenti, o che tutti i racconti iniziati giungeranno al termine. Come spesso accade nei progetti educativi, il percorso è più importante della meta, anche se la meta è essenziale per mettersi in viaggio. Il nostro incomincia da qui:

Ci sono due stelle in mezzo al mare. Per meglio dire, ci sono due isole a forma di stella. Le conosciamo soltanto noi, sulle carte geografiche non sono state ancora disegnate.

Beh, non hanno una forma perfettamente regolare, non immaginatele disegnate col righello, ma se in questi giorni provate a salire su un elicottero o una mongolfiera per guardarle da lassù penserete proprio a due stelle a cinque punte, una più grande, Mizar, che è una città, e una più piccola, Alcor, oasi naturale.

Le due isole sono collegate da una sottile striscia di terra per cui, volendo, gli abitanti di Mizar la domenica potrebbero fare un bel giro ad Alcor, ma una legge lo vieta: non bisogna turbare l’equilibrio perfetto della piccola isola dove la natura cresce indisturbata, gli animali non vengono cacciati, i fiori non vengono calpestati e le acque sono limpide.

Qualcuno dice che la ragione vera del divieto sia un’altra e che ad Alcor viva la Copranica, un uccello misterioso che non si trova nelle enciclopedie, difatti nessuno sa come sia fatta. La leggenda vuole che la Copranica abbia il potere di cambiare il corso del destino per persone e animali, paesi e città, forse anche per l’isola e la terra intera. C’è chi spera di incontrarla perché regala fortuna, chi teme il suo arrivo perché porta sciagure, e chi è sicuro che non esista.

 

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