La didattica a distanza tra limiti e belle sorprese – I parte

La didattica a distanza tra limiti e belle sorprese – I parte

In gita al supermercato mi godo il racconto di una cassiera.

In questi giorni ho studiato gli assiro-babilonesi e gli etruschi. Quando torno a casa la sera mi metto a fare i compiti. Mia figlia dice: Mamma, ho preso dieci! E io: No cara, IO ho preso dieci! In matematica son sempre stata una schiappa, mio marito voleva aiutarla lui, allora gli ho detto: Eh no, stavolta la imparo anch’io. Ricomincio dalle basi.

L’idea che la didattica a distanza (per gli addetti ai lavori solo DAD, l’ambiente scolastico pullula di sigle) si trasformi in istruzione degli adulti mi sembra piuttosto divertente ed è una delle belle sorprese che mi sta regalando, insieme ai tasti dolenti. Questa settimana mi libero delle critiche, la prossima mi dedico ai buoni imprevisti.

In cima alla colonna con il segno meno sta la diseguaglianza nel possesso di strumenti e connessione, nella loro capacità d’uso e nel supporto che la famiglia può dare al figlio. Se al primo punto ha cercato di porre rimedio un fondo governativo, affrontare gli altri due è più difficile e non è neppure inedito – anche prima di questa fase i ragazzi ricevevano sollecitazioni diverse a seconda della famiglia in cui erano nati – ma adesso pesa di più, perché l’azione di riequilibrio affidata alla scuola è ridotta. Proprio per questo ci sono associazioni di volontariato che stanno organizzando progetti di aiuto ai compiti, naturalmente a distanza, per i bambini che ne hanno bisogno.

Ancora nella colonna meno annoto la libera interpretazione che gli insegnanti possono dare del loro lavoro, il che ulteriormente amplifica differenze preesistenti. Come in ogni professione, anche nella scuola ci sono sempre stati professori più o meno impegnati; da quando non si entra in classe c’è chi se la cava con qualche mail ai ragazzi chiedendo di studiare da qui a lì, o caricando qualche video sul registro elettronico. Ma c’è anche una come Silvia Montevecchi, insegnante in una scuola primaria bolognese e amica del Movimento Nonviolento, che in un tardo pomeriggio annota sul suo profilo Facebook; Sì lo so. Poi non ci crede nessuno se dico che da stamattina ho finito adesso di preparare le lezioni online di storia e italiano. Lavorare con le registrazioni impegna ancora più tempo che “in diretta”. Poi ovviamente ci sono anche le lezioni in diretta, qualunque piattaforma uno usi. Comunque va bene così. Ho scritto lezioni sulla preistoria come dio comanda. E (su suggerimento del distributore) ho anche scritto all’editore per dire che non si può continuare a stampare certe castronerie!!!.

Esaurita la preparazione del materiale didattico c’è il lavoro collegiale. Lo riassume Teresa Ventimiglia, di Ferrara, insegnante di educazione musicale: 14.30 consiglio di classe finito alle 15.30; webinar sul PON dalle 16 alle 17, dalle 17 assistenza tecnico-didattica a studenti di prima media, saltando da pc a smartphone per mostrare i passaggi, 18.15 altro consiglio di classe e nel frattempo presentazione per la lezione di domani in codocenza con inglese (musica e teatro in epoca elisabettiana)… Non ci facciamo mancare niente.

Non possono mancare le incomprensioni con le famiglie. Una volta risolti i problemi di dotazione tecnologica, ogni genitore può verificare di persona lo stile di lavoro di ciascun docente e criticarlo per una ragione o per l’altra. Quello che mai potrà essere condiviso è il punto di equilibrio da raggiungere tra la trasmissione di contenuti e l’attenzione alle relazioni, tra raggiungere apprendimenti in sé e coltivare cittadinanza, tra valutare le prove e valorizzare le persone, tra sommergere i ragazzi di compiti a casa o lasciarli inattivi. Bravi insegnanti si stanno rifiutando di dare i voti, e non certo per lavorare di meno, ma dal Ministero ci rassicurano sul fatto che in pagella ci saranno anche i 4 e i 5 che per qualcuno sono un diritto dello studente, quello di sapere a che punto è arrivato. In questo spazio si muovono anche le famiglie.

Emanuela Garimberti, una brava insegnante di lettere bolognese, un bel giorno si è sfogata con una mamma scrivendo così:

Tu che quando io vi scrivo l’ennesima mail in cui pazientemente spiego la necessità di non fare solo lezioni live (per differenziare l’approccio didattico in modalità laboratoriale e operativa, per non tenere i vostri figli incollati allo schermo troppe ore al giorno, per concedere loro lo spazio vuoto dove il pensiero germoglia, per andare per gradi dato che al di là di Instagram l’alfabetizzazione digitale dei nativi non è poi così alfabetizzata come si dice, per garantire una scuola inclusiva, che tenga conto delle capacità, del tempo, degli strumenti e delle connessioni degli alunni e delle loro famiglie) mi rispondi zelante che la mia è una preoccupazione inappropriata.

Tu che mi conforti dicendo che gli abbonamenti dei ragazzi hanno sempre molti giga, se proprio non ci fosse il wifi a casa…

Tu che invochi il diritto allo studio di tutti i ragazzi, ma soprattutto di tua figlia, i cui diritti ti stanno senza dubbio più a cuore di quelli degli altri, perché i ragazzi son tutti uguali ma tua figlia è più uguale degli altri.

Proprio a te vorrei essere libera di rispondere che non sono arrabbiata, sono indignata e sono preoccupata.

Non sono arrabbiata perché mi scrivi la sera sul mio indirizzo privato con l’arroganza di chi sa già tutto, perché calpesti la mia libertà d’insegnamento e la mia preparazione e le mie scelte didattiche consapevoli e meditate, forse errate ma certo sofferte, in nome del sentito dire, di ciò che ti ha detto la tua amica X la cui figlia va al liceo Y dove si fanno lezioni sincrone 27 ore al giorno e tutto va bene.

No, sono indignata perché tua figlia, né migliore né peggiore di altri, né più simpatica, più distratta, più acuta o disorganizzata della media dei suoi compagni, tua figlia con il tuo esempio crescerà guardando alle differenze e ai problemi altrui sempre e soltanto a partire dal suo ombelico.

E sono preoccupata perché a me toccherà, quando tutto questo finalmente sarà finito e me la troverò seduta di fronte nel banco, farle capire che c’è molto altro. Che dalle difficoltà altrui s’impara più che dalle videoconferenze.

Perché da che mondo è mondo, dopo i bombardamenti, tocca sempre ricostruire.

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