Io sto qui e aspetto Bartali

Io sto qui e aspetto Bartali

Cinque maggio. Ei fu. Siccome immobile… Certamente, ma io penso a venti anni fa: la morte di Gino Bartali. 

A ricordarmi la data è un lungo articolo sull’Osservatore Romano, firmato da Attilio Nostro, parroco conosciuto e bartaliano. So del coraggioso impegno antifascista del ciclista. Apprendo anche qualche cosa che non sapevo: una citazione dei Corinzi, una di Montanelli, una ciclabile in Giudea e tre banane.

In un discorso il Papa, nel 1947, propone il grande ciclista come modello agli uomini di Azione cattolica: “Sic currite ut comprehendatis” (Lettera ai Corinzi 24: “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!”). Facile, basta essere come Bartali, per il quale, sobriamente, Montanelli scrive essere il ciclismo “una missione sacerdotale cui occorre sacrificare ogni altra attività e diletto”. La ciclabile, 14 chilometri in tutto nella foresta di Haruvit, è usata dai ragazzi della “Gino Bartali Youth Leadership School”. Il 15 luglio 1948 Bartali è in fuga, affronta il Col de l’Izoard, ma èprossimo a una crisi nera di fame”. Sarebbe la fine ma “correndo accanto a lui per qualche metro gli mise in mano tre banane” un ragazzo, rimasto sconosciuto. Così Gino vince tappa, Tour e scongiura la guerra civile in Italia, innescata dall’attentato a Togliatti il giorno prima.

L’articolista sembra ritenere che il provvidenziale rifornimento sia stato propiziato dall’invocazione alla Madonna e a Teresina di Lisieux che Gino, terziario carmelitano, ha certo compiuto. Così non meraviglia che don Attilio Nostro, incontrando il Papa nell’ottobre del 2018, gli abbia detto: “Il nostro Oratorio di San Mattia è il primo al mondo a essere dedicato a Gino Bartali perché era uomo di sport e di grande fede; sarebbe bello vederlo un giorno elevato agli onori degli altari”. La mia incompetenza al riguardo è assoluta, ma la canonizzazione di Gino Bartali mi sembrerebbe meno infondata di quella, credo ancora in corso, di Giovanni Maria Battista Pietro Pellegrino Isidoro Mastai Ferretti, in arte Pio IX. Almeno Ginettaccio non era contro il “flagello dell’istruzione obbligatoria”.

Tanti i giri fatti con lui. Vinti, anche barando. Le regole spesso le faccio io. Un tracciato nel cortile di casa – o in montagna dagli zii – ogni giorno una tappa, concomitante e conforme a quella del giro o del tour. Si gioca coi cincìn, come molti altri giochi: calcio, pugilato e molte specialità olimpiche da me codificate. Forse si chiamano così perché tondi come i coriandoli, che pure chiamiamo cincìn, o per il rumore che fanno scontrandosi, come i bicchieri nel brindisi. Il ciclismo viene prima. Nei coperchi delle bottiglie, allora metallici, stanno le figure dei corridori. Si colpiscono con le falangi, anche alternandole. Si sbucciano nelle tappe più impegnative. Si stila la classifica di tappa e quella generale.

In quarta elementare sono troppo grande e Bartali comincia a perdere da Coppi, con gioia di mio cugino. Ho fretta di andare alle medie. I cincìn non sono più per me. Farò il patron nelle gare che, sotto la mia supervisione, si continuano a disputare.

Gli anni passano. Per essere un ferrarese non uso molto la bicicletta. Il giro quando passa per Ferrara è un turbine intravvisto e Bartali non corre più. C’è una svolta: l’appello dell’amico e maestro di ogni attività fisico-meditativa, Carlo. Ora è la pratica ciclistica ad appassionarlo. Sono passati quarant’anni da allora. E Paolo Conte canta Bartali! Coincidenze? Per conquistarmi Carlo mi regala la sua bicicletta: la bella Sarasvati. Lui ne compra una nuova. Le procura e mette a punto Mario, il biciclaio, l’uomo che sussurra ai velocipedi. Nella sua bottega si vive di ciclismo. Moser conquista il record dell’ora. C’è chi mostra entusiasmo. Mario lo smorza: “Neanche da mettere con Saronni!”. Alla replica tronca: “Taci. Tu tenevi per Bartali quando già c’era Coppi”. Inappellabili e in dialetto i giudizi di Mario, la cui frequentazione è però ineludibile. Vengono gli anni delle escursioni ciclistiche, dei raduni dei cicloamatori.

Ma a cosa serve una bici da corsa, con tutti quei cambi, senza le montagne? Nella nostra pianura, implacabile, il brivido della salita possono darlo solo argini e cavalcavia. Qualche giorno sull’Appennino in compagnia di Carlo e di Francesco, arruolato nel frattempo, mi chiarisce alcune cose. La salita è una sofferenza quasi inconcepibile, la discesa terrore puro. Non posso frenare continuamente. Un effetto c’è. Ripenso alle straordinarie fatiche dei ciclisti in lunghe tappe di montagna. Capisco perché quelle di Bartali – di quelli prima e dopo di lui – sono dette imprese. Da tempo il ciclismo è per me un rito televisivo. Guardo, se posso, il Giro Italia, il Tour e tutte le classiche.

Ormai non solo di ciclismo sono un puro spettatore. Lo sono di tutto quello che avviene, lontano, vicino, dentro… In qualche modo partecipo nell’attesa. Mi preparo all’evento di esempio, di liberazione, faticoso, rischioso, possibile però. Insomma Bartali continuo ad aspettarlo, lo aspetto sempre e non sono il solo. Ci sono almeno Carlo e pure Paolo.

 

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