L’alienazione genitoriale, una trappola per i bambini

L’alienazione genitoriale, una trappola per i bambini

Nei tribunali se ne parla a ondate. In questo periodo parecchio, ne ha grande considerazione – citandola quasi mai nell’articolato, sì invece nella relazione introduttiva – il progetto di legge sull’affido condiviso più noto come ddl Pillon, dal nome del senatore che lo ha depositato.

Si invoca l’alienazione quando un figlio minorenne rifiuta di vedere un genitore e – viene detto – tutto dipende dall’altro genitore, malevole, che lo ha manipolato. Il che è possibile. Ma è solo una delle eventualità e, nella mia esperienza, neppure la più frequente.

Certo potrei raccontare che in principio si parlava di PAS, sigla che ancora circola e sta per “sindrome di alienazione parentale”, coniata da un tale Gardner, statunitense, i cui molti libri, editi da una casa editrice con sede presso casa sua, è anche estensore di testi ributtanti a sostegno della pedofilia, e inventando la PAS ha inteso proteggere la continuità dei rapporti tra i bambini e i genitori suppostamente abusanti squalificando l’altro genitore che li aveva denunciati. Potrei spiegarlo per bene, aiutandomi con il saggio documentatissimo di Andrea Coffari, “Rompere il silenzio”, al quale rimando, ma preferisco una strada diversa.

Mettiamola così. Quando un bambino ha l’influenza, spesso gli viene la febbre. Ma sarebbe un cattivo medico quello che, visitando un bambino con la febbre, gli diagnosticasse automaticamente l’influenza perché si priverebbe della possibilità di scoprire che ha, invece, la varicella, un’infezione in corso, la broncopolmonite o infinite altre patologie ben più gravi e pericolose di un raffreddore.

Il pensiero che sostiene l’alienazione parentale è quello del cattivo medico: se un bambino (ma poi, i minorenni hanno fino a 17 anni!) rifiuta di incontrare un genitore, vorrà dire che l’altro lo ha manipolato. Altro non c’è, e non vale nemmeno la pena chiederselo.

Allora quello che a me brucia di più, anche più di tutto il resto che dirò dopo ed è effettivamente gravissimo, è che questa interpretazione non fa i conti con un fatto semplice: i bambini e gli adolescenti hanno pensieri propri, vivono le loro emozioni, e quando esprimono un desiderio o un bisogno non sono marionette. Sono perfino capaci di dire una certa cosa perché la pensano.

Io di bambini e ragazzi ne ascolto tanti, ma tanti davvero, da 11 anni. Mi capita di incontrarne che rifiutano un genitore, più spesso il papà ma qualche volta anche la mamma. E se qualcuno disposto ad ascoltarli chiede il perché, generalmente sono capaci di spiegarlo.

Alessandro ha 11 anni, quando si siede in ufficio è molto emozionato, tanto che ha un po’ di mal di pancia. Al tempo stesso si sente grande, sa che il fratellino di due anni più giovane non è stato convocato, invece lui sì. Racconta che il papà ha provato a incontrarlo qualche volta al servizio sociale insieme all’educatore e poi ha chiesto di smetterla. Racconta che dopo, di notte, aveva gl’incubi e il fratellino che è pur sempre un bimbo grande si faceva la pipì a letto per lo spavento. Si ricorda benissimo di quella volta che papà ha preso la mamma, l’ha schiacciata contro il muro, le ha tolto di mano il cellulare con cui voleva, chissà, chiamare aiuto e l’ha minacciata di morte puntandole un coltello alla gola. Il papà però dice che è un bambino alienato.

Francesca invece ha 14 anni e sua madre non la vuole vedere nemmeno in fotografia. Già tante volte è andata via di casa, è tornata per riprovare e si è allontanata di nuovo, ogni volta più a lungo, ogni volta senza dire perché, non lascia nemmeno un numero di telefono e quando Francesca compiva gli anni passava il pomeriggio col cellulare in mano sperando in una chiamata della mamma però prima, quando era piccola, tipo due anni fa, perché ora che è grande non l’aspetta più. Ha capito che tutto dipende dalla compagnia: mamma sola cerca Francesca, mamma fidanzata la respinge, mamma di nuovo sola grida all’alienazione.

Hakim agli incontri protetti ci va – ha 15 anni – solo e soltanto per proteggere la sorella minore che è troppo piccola per farsi sentire e anche per ricordarsi che cosa è successo quando lei era in fasce. Lui invece se lo ricorda benissimo, di quando si è frapposto tra i genitori e ha preso la sua parte di botte, gli si è spezzato il cuore quel giorno e non vuole che si ripeta mai più. Ha paura, ancora.

Giovanna ha una storia diversa: ha parlato di abusi. Col papà, sul letto, durante il riposino pomeridiano. Era piccola, i periti hanno ritenuto che non fosse in grado di testimoniare per cui il procedimento è stato archiviato e nessuno saprà mai se è stata abusata e da chi, ci sono gesti – si sa – che non lasciano tracce sulla pelle e durante il riposino pomeridiano non c’erano nessuno lì a guardare. Giovanna però ha tutte le caratteristiche di una bambina traumatizzata e di quando in quando riaffiorano ricordi. Ha paura del papà, non lo vuole incontrare. Vive con la mamma, che inizialmente non riusciva a crederle ma poi si è separata dal marito il quale naturalmente accusa la ex – con il vantaggio dell’archiviazione, intesa come assoluzione – di montare la figlia contro di lui. Il punto è che nessun giudice arriverà mai a capire se l’abuso c’è stato oppure no, la mamma di Giovanna potrebbe essere un’ex moglie alienante – assetata di denaro, di potere, di vendetta – o soltanto una donna che ascolta la propria figlia quando le dice che il papà non lo vuole incontrare.

Buccoliero alienazione parentale

Se fin qui ci siamo arrivati, che cosa dovrebbe fare un giudice secondo il Pillon-pensiero, quello che risolve tutto a colpi di manipolazione?

Dovrebbe, nell’ordine: costringere Alessandro, Francesca, Hakim e Giovanna a incontrare l’altro genitore anche se non vogliono o li fa stare male; qualora continuassero a rifiutarsi potrebbe “disporre con provvedimento d’urgenza la limitazione o sospensione della responsabilità” del genitore da cui si sentono protetti. Potrebbe anche “disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore”, ovvero imporre ad Alessandro, Hakim e Giovanna di trasferirsi dai loro papà e Francesca dalla mamma, e perfino ricorrere al “collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata previa redazione da parte dei Servizi Sociali o degli operatori della struttura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità”, vale a dire costringere Alessandro, Francesca, Hakim e Giovanna a trasferirsi in una casa famiglia o in una comunità educativa fino a che non si convincono a rivedere il genitore di cui hanno paura e non s’illuminano d’immenso alla luce della bigenitorialità.

Di bene in meglio, questi provvedimenti potranno “essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore – anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi”. Come dire: anche se non c’è la prova che le mamme di Alessandro, Hakim e Giovanna e il papà di Francesca siano abili manipolatori, il giudice può darlo per scontato e agire come se. Ironia involontaria l’inciso “nell’esclusivo interesse del minore”.

Adesso la ciliegina sulla torta. Perché succederà, e in parte succede già adesso specialmente nei percorsi separativi, che le mamme di Alessandro, Hakim e Giovanna come pure il papà di Francesca, per difendersi dalle accuse e non arrivare agli estremi, forzeranno i figli a incontrare l’altro genitore. Lo faranno col sorriso stampato in faccia per essere più convincenti, e i ragazzi penseranno che davvero nessuno li sta a sentire o gli crede più, e invece di un genitore ne rifiuteranno due.

Ecco, questo è quanto si prepara con il ddl Pillon. Dove il coincidere dell’interesse del fanciullo con la bigenitorialità è un assunto aprioristico, teorico, utilizzato come l’ago di una bussola che dà significato a tutto il resto.

Va bene, si dirà, ma se un genitore è condannato per maltrattamenti o altro il giudice della separazione ne potrà tenere conto.

Vero, ma difficile. Primo perché i procedimenti penali sono lunghissimi, più delle separazioni, e ad applicare alla lettera la presunzione d’innocenza passeranno anni prima di poter assumere provvedimenti a tutela dei figli. Secondo, perché fatta la tara di tutto ciò che non viene denunciato, di tutte le denunce ritirate per i più svariati motivi, e di tutte quelle non ritirate che non vengono provate per assenza di testimonianze referti o altro che regga “oltre ogni ragionevole dubbio”, ho il fondatissimo sospetto che le condanne per maltrattamenti o abusi sanzionino solo una piccola parte di quello che avviene nelle famiglie.

Con questo io non penso affatto che la soluzione siano regole più severe (o più approssimative) nel processo penale. Quello che vorrei è un po’ di rispetto per i pensieri e le emozioni dei bambini e dei ragazzi. Un ascolto più attento verso di loro, una migliore capacità di leggere le relazioni e di riconoscere la violenza.

(immagine di copertina tratta da qui)

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